#bassafinanza 15: Un Trump chiamato desiderio

Nelle ultime due settimane tutti si sono sentiti in dovere di esprimere la propria opinione su quello che farà Trump da gennaio. Si è parlato di ...

Nelle ultime due settimane tutti si sono sentiti in dovere di esprimere la propria opinione su quello che farà Trump da gennaio.
Si è parlato di trionfo della lotta di classe (di quale classe non si sa) e di rivincita degli oppressi della globalizzazione, arrivando persino a pensare che già nel 2001 i no-global si poteva provare ad ascoltarli invece che prenderli a manganellate sui denti perché «è meglio una manifestazione oggi che un Trump domani». Ma la frittata ormai è fatta e chi ha dato ha dato chi ha avuto ha avuto.
Ma torniamo a quello che potrà fare Trump contro i poteri forti di Wall Street.
In campagna elettorale ha addirittura detto che si tornerà alla legge Glass-Steagall, che negli USA ha separato le banche d’investimento da quelle commerciali dal 1933 al 1999 quando Bill Clinton l’ha cancellata, con grande gioia delle grandi banche, preparando il terreno per la peggiore crisi finanziaria dalla comparsa dell’uomo sulla terra ad oggi. Poi, appena eletto, il presidente in pectore ha ricordato che vuole cancellare la legge Dodd-Frank che contiene una serie di riforme, faticosamente messe insieme dall’amministrazione Obama, per limitare lo strapotere della finanza. Insomma: un colpo al cerchio e uno alla botte, per non scontentare nessuno.
E naturalmente è iniziato anche il toto-nomi per il segretario del Tesoro americano (il ministro delle finanze locale) ed è uscito di tutto: da Gordon Gekko a Nosferatu fino al boss di JPMorgan Jamie Dimon, che pare essere tra i preferiti del nuovo presidente. Uno che lo stesso Trump ha definito «il peggiore banchiere degli Stati Uniti» solo nel 2013. Uno che l’anno scorso ha portato a casa tra stipendio fisso e variabile qualcosa come 27 milioni di dollari. Uno del popolo, insomma, contro lo strapotere delle élite.
Ci sarà da divertirsi. E per almeno quattro anni su #bassafinanza non saremo certo a corto di argomenti.



Se vogliono sconfiggere Trump, gli americani imparino dagli errori fatti dagli italiani con Berlusconi, consiglia il professor Zingales sul New York Times: non ridicolizzare o demonizzare il presidente ma batterlo sulle proposte elettorali. Per esempio con un’inconsueta alleanza tra i democratici e la parte dei repubblicani che vuole tornare (come Trump, almeno a parole) alla legge Glass-Steagall per la separazione delle banche commerciali da quelle di investimento. Una legge del 1933 cancellata da Bill Clinton nel 1999 per fare un favore ai banchieri di Wall Street, preparando la strada alla tempesta perfetta del 2007/2008, di cui ancora stiamo patendo le conseguenze.
Se si tornasse davvero alla Glass-Steagall, la redazione di Non Con I Miei Soldi, che invoca da anni a gran voce il ripristino della divisione tra banche commerciali e banche di investimento, è disposta a organizzare un party per i primi 150 lettori che ci commenteranno questa rubrica offrendo a tutti prosecco del discount e tartine con maionese e uova di lompo (noto succedaneo del caviale).
 


Quando a un certo punto della notte (europea) le proiezioni si sono rovesciate a favore di Donald Trump, tutti si sono affrettati a scrivere che i mercati erano crollati a causa del panico dei poteri forti nei confronti della vittoria dell’eroe del popolo sovrano. In effetti i mercati asiatici sono inizialmente scivolati e le pre-aperture delle borse europee sono state negative. Poi però qualche grosso investitore da qualche parte del globo si è inventato una “narrazione” credibile e tutti l’hanno seguito: «con Trump vince l’America dell’industria tradizionale e perde la new economy». E quindi lo storico indice Dow Jones Industrial, la colonna vertebrale della corporate America, quello di Coca Cola e Disney, di Cisco ed Exxon e Johnson&Johnson, di McDonald’s e Nike, ha toccato un nuovo record mentre il Nasdaq dei titoli tecnologici è sceso, anche se di poco.
Sarà veramente così a partire da gennaio, quando il nuovo presidente si insedierà? Nessuno lo può sapere e alla fine importa poco. L’importante è lanciare il messaggio e comprare i titoli giusti per poi rivenderli quando tutto il gregge li avrà comprati.
 


Non solo Masaniello contro i poteri forti ma anche novello Keynes. Nel mondo sempre più distopico nel quale viviamo, Donald Trump è stato disegnato come futuro paladino di politiche economiche keynesiane. Si prevederebbe, infatti, un massiccio aumento della  spesa pubblica USA (550 miliardi di dollari di infrastrutture, altri dicono addirittura 1.000 miliardi).
In realtà, come spiega bene l’economista Lucrezia Reichlin in questo editoriale, la spesa pubblica non aumenterà di un centesimo (e comunque, anche se fosse, il Congresso repubblicano non approverebbe aumenti di spesa). Gli investimenti saranno infatti generati da partnership pubblico-private e da crediti di imposta.
Ricorda un po’ il piano Juncker da 315 miliardi di euro lanciato nel 2014. In realtà i soldi veri erano solo 21 miliardi. Il resto deve essere attratto dai privati.
Niente a che fare con Keynes che per fortuna, visto che le sue ceneri sono state sparse sulle colline di Tilton (East Sussex) nel 1946, può risparmiarsi la fatica di rivoltarsi nella tomba.
 


Nel transition team di Donald Trump, scrive ProPublica, c’è un altro uomo senza macchia e senza paura, paladino degli interessi popolari e lontano dal marasma delle élite di Washington. Si tratta niente meno che di Paul Atkins, il consulente sulle normative che interesseranno Wall Street. Fino al 2009 è stato membro repubblicano della SEC (l’autorità di vigilanza del mercato USA) e appena un anno dopo fondatore di Patomak Global Partners, una società di consulenza che aiuta banche e società finanziarie a ridurre l’impatto negativo delle norme introdotte dall’amministrazione Obama dopo la crisi del 2007/2008. Da regolatore a consulente sulle regole: porte girevoli senza vergogna.
 


E come ogni puntata di #bassafinanza che si rispetti non può mancare almeno un piccolo riferimento alla nostra banca preferita: l’amata Deutsche Bank.
In base a quanto ricostruito dal quotidiano Chicago Tribune Trump, con le sue attività, avrebbe almeno 360 milioni di debiti da restituire a Deutsche Bank che, come si sa, sta patteggiando con il Dipartimento di Giustizia USA una multa miliardaria (in dollari) per le pratiche scorrette di vendita degli insaccati finanziari subprime prima della crisi del 2007-2008.
Da gennaio Donald Trump come presidente degli Stati Uniti avrà anche il potere di sovrintedere al Dipartimento di Giustizia. Se il patteggiamento non sarà raggiunto entro fine dicembre, i soliti maligni potrebbero cominciare ad abbaiare al conflitto di interessi.
Avrebbe fatto certamente molto meglio Hillary Clinton che da Deutsche Bank ha invece incassato un totale di 955.000 dollari dal 2012 al 2014 per quattro comparsate e discorsi a conferenze organizzate dalla banca tedesca.