#bassafinanza 18: ho sognato un promotore

Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto correvo dietro ai promotori finanziari Mediolanum. In particolare a uno di loro, Renato Lovison, che ora riposa in ...

Di Mauro Meggiolaro

Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto correvo dietro ai promotori finanziari Mediolanum. In particolare a uno di loro, Renato Lovison, che ora riposa in pace nel cimitero di Campodàrsego, sepolto dalle retrocessioni delle commissioni di performance e di gestione. Voleva vendere a tutti i costi una polizza index linked a mia zia Esterina, che ora giace poco lontano dal Lovison nel suddetto camposanto. Se esiste un’attività di promozione e collocamento di strumenti finanziari dopo la morte, la mia povera zia sarà ancora lì a cercare di difendersi da allettanti polizze vita (o forse “ritorno in vita”) con rendimenti galattici e altrettanto galattici costi di caricamento.
Oggi che non sono più piccolo non corro più dietro a nessuno. Però mi è rimasta la fregola dei promotori Mediolanum. Niente da fare, non mi va via. La psicanalista mi ha detto che devo sublimare in qualche modo. Allora mi sono rivolto al grande oceano di internet e oggi sono qui che digito su Google “promotore Mediolanum” e Google mi suggerisce di completare la ricerca con “scappa” oppure “ruba”. E allora mi incuriosisco e cerco su “Google notizie”. E scopro, per esempio, che il 2 febbraio scorso la Consob ha sospeso due promotori: uno di Mediolanum e uno di Lux Finance, una società che non ho mai sentito. Niente di grave, per carità, solo un paio di firme contraffatte segnalate all’autorità di vigilanza dalla stessa Banca Mediolanum. Poi scendo alla notizia successiva ed ecco una “truffa” a una “famiglia di Pantelleria” per cui viene condannato un promotore Mediolanum di Marsala. Il promotore, si legge nell’articolo del portale Tp24.it, “aveva carpito la buona fede e la fiducia conquistatasi negli anni, era divenuto anche commensale abituale delle vittime e, approfittandosi di tali rapporti, aveva loro sottratto ingenti risparmi per finalità solo apparentemente rispondenti al suo mandato professionale”. E già me lo vedo, seduto a tavola, col tovagliolo aperto sul torace che si sbafa gli gnocculi dopo aver promesso di investire soldi che in realtà sta già pensando di utilizzare per altri, personalissimi scopi. Poi si parla del miglioramento della raccolta gestita a gennaio e di Ennio Doris, il patron di Banca Mediolanum, che racconta a Il Giornale: “facevo il porta a porta e sognavo una banca”. Sognavo una banca, oddio, mi ricorda qualcosa. Non so cosa. Aiuto. Mi sono bloccato. Sono in un circolo vizioso. Sono socio. So ciò. Aiutooooo!



Ormai si sa ma è meglio ripeterlo alla nausea: le sofferenze delle banche italiane sono legate ai grandi prestiti non rimborsati. Il 70% dei finanziamenti non ripagati da famiglie e imprese si riferisce, infatti, a crediti superiori a 500.000 euro. Sul totale delle sofferenze pari a 201,1 miliardi di euro, 141,4 miliardi sono relativi a finanziamenti oltre il mezzo milione di euro erogati ad appena 32.608 soggetti, il 2,63% dei clienti “problematici” degli istituti; 25,5 miliardi di sofferenze sono a carico di soli 579 soggetti, lo 0,05% del totale. Il mensile Valori di marzo, ha scelto 7 soggetti rappresentativi di questa ristretta élite di clienti problematici delle banche e ne ha tracciato un identikit: da De Benedetti a Statuto, da Marcegaglia a Mezzaroma passando per Zamparini e Caltagirone. Senza dimenticare Zunino.



Su #bassafinanza 14 avevamo parlato del banchiere romano Giampietro Nattino, presidente di Banca Finnat sospettato di aggiotaggio, insider trading e riciclaggio tramite conti vaticani. Dopo lo scoop di Reuters, se n’era occupato anche il mensile Valori. Il 21 febbraio si è saputo che, finalmente, se ne stanno occupando anche la Procura di Roma e la Guardia di Finanza. Al banchiere, indagato per manipolazione del mercato e ostacolo alle funzioni di vigilanza della Consob, sono stati sequestrati beni per 2,5 milioni di euro. Le indagini, coordinate dalla Procura di Roma, hanno permesso di accertare che Nattino “ha avuto la disponibilità di depositi accesi sia presso lo Ior, sia presso l’Apsa (Amministrazione Patrimonio Santa Sede Apostolica), rapporti entrambi chiusi nel marzo 2011, in coincidenza con l’introduzione nello Stato della Città del Vaticano della prima legislazione antiriciclaggio”.



Tra i tanti miliardi che lo Stato italiano (e quindi i cittadini che pagano le tasse) potrebbe perdere a causa di investimenti malsani in strumenti finanziari derivati, un buchetto potenziale da 1,3 miliardi di euro (su un totale di 36,6 miliardi) è dedicato a derivati stipulati con primarie banche internazionali per appoggiare il finanziamento dell’Alta Velocità. In realtà, rivela Luca Piana su L’Espresso, l’intera operazione ha poco a che fare con la costruzione dei binari dei futuri Frecciarossa. Fin da subìto, infatti, l’operazione viene letta dagli osservatori come “un modo per spostare fuori dai conti pubblici – o almeno da quelli rilevanti ai fini delle regole europee – i debiti fatti per compiere le opere”. Il conto lo stiamo pagando ancora oggi.



Il governo italiano scende in campo per salvare il Monte dei Paschi e le altre banche disastrate, i cui nomi conosciamo ormai a memoria. Sul piatto vengono messi 20 miliardi di euro di noi cittadini che ci ostiniamo a pagare le tasse. È un film che abbiamo già visto: nel 2008, dopo il fallimento di Lehman Brothers, l’hanno proiettato in versione colossal (700 miliardi di dollari) gli americani. Che però hanno aggiunto “criteri stringenti per far sì che l’uso del denaro pubblico non desse luogo ad abusi, dai bonus esagerati ai banchieri con denaro dei contribuenti ai «paracadute d’oro» per i manager che lasciavano”, scrive Federico Fubini sul Corrierone. Il governo italiano si è invece opposto all’inserimento di qualsiasi tipo di condizione del genere. I soldi saranno trasferiti alle banche e i bonus potranno continuare ad essere pagati ai manager che le hanno affondate. Applausi fragorosi e prolungati al ministero dell’economia.



L’oleodotto DAPL, che Donald Trump vuole costruire a tutti i costi nonostante l’opposizione dei Sioux e di decine di movimenti ambientalisti sarà finanziato da 38 banche per un totale di 10,25 miliardi di dollari. Tra queste, come sanno i lettori nonconimieisoldi.org, c’è anche Banca Intesa Sanpaolo, che si è impegnata a prestare 339 milioni di dollari. Negli Stati Uniti alcune città, come Seattle e Davis, hanno deciso di tagliare i ponti con la banca Wells Fargo, che finanzia l’oleodotto con 467 milioni di euro. In Italia, invece, il silenzio è assordante. Per ora nessuno tra i comuni o le associazioni e istituzioni che hanno conti o ricevono finanziamenti da Banca Intesa Sanpaolo (o dalla controllata Banca Prossima) sembra avere nulla da ridire.

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