#bassafinanza 9: Non c'è pace per Deutsche Bank

Non c’è pace per Deutsche Bank, la più grande banca tedesca. Martedì 9 giugno, mentre Jürgen Fitschen, uno dei due amministratori delegati, compariva di fronte ...

Non c’è pace per Deutsche Bank, la più grande banca tedesca. Martedì 9 giugno, mentre Jürgen Fitschen, uno dei due amministratori delegati, compariva di fronte al tribunale di Monaco per difendersi dall’accusa di sospetta frode processuale nell’annoso caso Kirch, la polizia criminale e tributaria faceva irruzione nella sede della banca a Francoforte, munita di sei furgoni e capienti trolley per raccogliere tutti gli incartamenti necessari a sbrogliare l’ennesimo scandalo. Stavolta “non c’entrano i dipendenti della banca”, si è affrettata a dichiarare Deutsche Bank. O meglio gli attuali dipendenti.
Sul banco degli imputati sono finiti infatti un paio di ex manager che avrebbero messo in piedi una società in Lussemburgo per aiutare alcuni grossi clienti a frodare il fisco. La tecnica è ben nota agli investigatori: si tratta del “dividend stripping”, con il quale si organizzano compravendite di azioni tra soggetti nazionali ed esteri prima e dopo lo stacco dei dividendi per ottenere rimborsi d’imposta non dovuti. Un giochino che in Germania ha funzionato fino al 2012, quando il legislatore ha chiuso definitivamente una falla nel sistema tributario. Nel frattempo, oltre a Deutsche Bank, sarebbero state coinvolte Hypo-Vereinsbank (Gruppo Unicredit), Landesbank Baden-Württemberg e la banca svizzera Sarasin. In Italia la falla è stata chiusa già all’inizio degli anni novanta, dopo le indagini su imprese come Zanussi, Recordati, Danieli e Zucchi.
Alla fine la frode al fisco potrebbe essere inferiore ai 200 milioni di euro. Nulla in confronto ai 2,2 miliardi di euro che Deutsche Bank ha pagato in aprile alle autorità americane e britanniche per patteggiare nel caso della manipolazione dell’indice Libor. Una bazzecola rispetto ai 66.000 miliardi di euro di derivati di cui la banca è gonfia fino a scoppiare: 20 volte di più rispetto al prodotto interno lordo della Germania e cento volte di più rispetto ai depositi dei clienti.
Il 7 giugno i due amministratori delegati Jürgen Fitschen e Anshu Jain hanno annunciato le loro dimissioni. Li sostituirà l’ex direttore finanziario della banca svizzera UBS, l’inglese John Cryan. Basterà il cambiamento al vertice per risanare il pachiderma della finanza tedesca? Pochi sono disposti a crederci. Al limite, se tutto dovesse andare male, interverrà lo Stato con i suoi volonterosi contribuenti.


Le tre agenzie di rating Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch hanno fatto il bello e il cattivo tempo prima della crisi finanziaria del 2008. E continuano a farlo anche adesso. Paradossalmente, le leggi severe che sono state introdotte per limitarne il potere hanno reso la trimurti ancora più forte. Entrare nel mercato del rating finanziario è diventato più complicato e costoso, bisogna rispettare montagne di nuove norme e solo chi ha già una storia consolidata (e ricavi sicuri ed elevati) riesce a mettersi in regola a costi ragionevoli. Tutti gli altri restano fuori. Nel rating delle obbligazioni societarie Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, che, fino a un secondo prima del crollo, hanno considerato Lehman Brothers una banca sicura, controllano più del 90% del mercato.


Molti cinesi in Italia comprano bar, appartamenti, macchine di lusso ma spesso le loro dichiarazioni dei redditi sono misere. “Dove vanno a finire tutti i soldi? Li mangiano?”. Se l’è chiesto il pubblico ministero antimafia di Firenze Pietro Suchan. Che ora potrebbe avere trovato una risposta. Suchan, aiutato dalla squadra della procura antimafia fiorentina e dalla guardia di finanza, è riuscito a tracciare quattro miliardi e mezzo di euro che, fra il 2006 e il 2010, sarebbero stati trasferiti dall’Italia in Cina con una gigantesca operazione di riciclaggio. Oltre due miliardi sarebbero passati dalla filiale milanese di Bank of China, una delle maggiori banche statali della Repubblica Popolare. Indagate 291 persone, tra cui quattro alti funzionari di Bank of China.


Dal 2008 ad oggi l’Unione Europea ha approvato più di 50 nuove leggi per frenare lo strapotere della finanza. Un motivo per esultare? No, perché le lobby finanziarie cercano di annacquare le oltre 200 norme attuative che sono in fase di approvazione. E perché è ancora molto difficile, se non impossibile, perseguire penalmente i banchieri che hanno fatto crollare le banche.
L’editoriale di Sven Giegold, il politico più odiato dal mondo della finanza, in esclusiva sull’ultimo numero di Valori.


Dopo aver versato una multa record da 2,5 miliardi per chiudere la vicenda sulle manipolazioni del Libor, Deutsche Bank ha patteggiato altri 55 milioni di dollari con la SEC (autorità di vigilanza dei mercati USA) per aver sottostimato le perdite potenziali legate al suo enorme portafoglio di derivati, falsando i bilanci 2008 e 2009. Deutsche Bank ha replicato sostenendo che all’epoca dei fatti non esisteva ancora “un metodo affidabile per misurare i rischi alla luce delle condizioni di mercato esistenti”. Peccato che nello stesso periodo altre banche, come Goldman Sachs, abbiano calcolato il rischio in modo adeguato.


A Wall Street c’è una grande nostalgia per i derivati CDS (Credit Default Swaps), quelli con cui ci si può tutelare dal (o si può scommettere sul) fallimento di un’impresa o di uno stato. Sono considerati tra i maggiori responsabili dell’ultima crisi finanziaria e per questo una serie di nuove leggi ne hanno limitato la circolazione e l’utilizzo. Ma gli aficionados non demordono. Potrebbero essere efficaci, dicono, per ridurre la volatilità dei mercati che seguirà al possibile futuro aumento dei tassi negli Stati Uniti. Il numero di operatori che hanno sottoscritto nuovi CDS è triplicato dal 2013 ad oggi ed è quasi raddoppiato nei primi mesi del 2015 rispetto al 2014.


Il colosso bancario svizzero Ubs ha patteggiato con le autorità statunitensi il pagamento di 545 milioni di dollari per chiudere i procedimenti sulla manipolazione dei tassi di cambio e del tasso interbancario Libor. Mentre sul caso Libor Ubs si è dichiarata colpevole e ha accettato di pagare una multa di 203 milioni di dollari, sulla manipolazione dei tassi il dipartimento di giustizia non ha contestato alla banca svizzera alcun reato. Ubs verserà comunque 342 milioni di dollari per chiudere il procedimento. “La condotta di un ristretto numero di addetti è stata inaccettabile e abbiamo preso le azioni disciplinari appropriate”, ha dichiarato Ubs in un comunicato. Le solite mele marce.


In un’audizione in Parlamento tenutasi a fine 2014 si è scoperto che il Tesoro gestiva derivati per circa 160 miliardi, con una perdita potenziale di 42 miliardi di euro. La perdita è potenziale
erché è quella che si registrerebbe chiudendo i contratti al valore attuale (mark­to­market). Le statistiche di Eurostat e un’inchiesta di Claudio Gatti pubblicata il 24 aprile sul Sole 24 Ore hanno permesso di imputare quasi l’80% delle perdite potenziali a contratti chiamati “Duration Interest Rate Swap”: derivati che sarebbero serviti ad allungare la durata del debito pubblico di appena 84 giorni.


Il 29 aprile il parlamento europeo, riunito in plenaria a Strasburgo, ha dato il via libera a una norma che invece di regolamentare in modo severo il cosiddetto “sistema bancario ombra” – come richiesto dal Financial Stability Board e dal Comitato Europeo per il Rischio Sistemico – finisce per introdurre solo requisiti marginali, troppo blandi rispetto al rischio che le “banche ombra” rappresentano per i mercati finanziari. Hanno votato a favore i conservatori e i socialdemocratici (incluso il PD). Contrari solo Verdi, M5S e Sinistra (tra cui i tre parlamentari europei della Lista Tsipras).