A Belém la Seattle dei popoli indigeni
Decine di migliaia di persone sfilano di fronte al vertice sul clima di Belém, in Brasile. Tra loro, molti movimenti indigeni
Copricapi piumati, bandiere rosse, cappellini contro Trump e slogan contro i combustibili fossili. Ieri a Belém, la città brasiliana dove è in corso il negoziato delle Nazioni Unite sul clima, era il giorno delle proteste. La marcha dos povos, il corteo dei popoli, era annunciato da settimane, ed è arrivato dopo un’escalation nelle azioni dei movimenti per il clima. Solo pochi giorni fa, sempre a Belém, c’era stato l’arrivo di una flottiglia fluviale organizzata dagli attivisti e il tentativo di alcuni movimenti indigeni di bloccare l’ingresso della sede delle trattative.
I movimenti ecologisti e sociali hanno scelto la Cop30 di Belém per tentare il ritorno al centro della scena politica globale, dopo anni di difficoltà. È presto per dire se il tentativo andrà a buon fine, ma l’umore della piazza ieri era molto buono. E proprio i rappresentanti dei popoli indigeni, specie quelli amazzonici, si sono presi il corteo e l’attenzione mediatica.
Perché le proteste di Belém ricordano la Seattle del 1999
Il 30 novembre 1999 si tenne a Seattle, negli Stati Uniti, un grande corteo di protesta contro il convegno biennale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, in corso nella città californiana. La marcia di Seattle divenne il momento simbolico del movimento no-global (o alter-global). La più importante ondata di proteste degli anni a cavallo del nuovo millennio, centrata sui temi dell’uguaglianza e della critica al neoliberismo. Un quarto di secolo dopo, l’ispirazione di quel periodo è evidente nella marcha dos povos di Belém. L’organizzazione – non centralizzata, ma affidata ad una rete di realtà sociali – è la stessa dell’epoca. Alcune delle richieste chiave – come la lotta contro la finanziarizzazione dell’economia, lo strapotere delle multinazionali e per la cancellazione del debito dei Paesi in via di sviluppo – sono le medesime.
I numeri non sono ancora certi, ma si parla di diverse decine di migliaia di persone. La gran parte dei manifestanti viene dal Brasile e dell’America Latina, ma sono presenti anche delegazioni europee, asiatiche e africane. La possibilità di protestare ad una Conferenza delle Parti sul clima delle Nazioni Unite era molto attesa dagli ecologisti di tutto il mondo. Le ultime tre edizioni si erano infatti svolte in Paesi – Egitto, Emirati Arabi Uniti, Azerbaigian – dove il diritto di manifestare non è garantito.
L’ambivalenza dei governi sudamericani tra movimenti e fossili
«La crisi climatica la hanno creata i Paesi ricchi, ma le conseguenze toccano a noi – ci dice un militante della formazione di centrosinistra Partito dei Lavoratori, lo stesso del presidente brasiliano Lula Ignacio da Silva – il nostro Presidente sta facendo quello che può per risolvere questa ingiustizia». Un’attivista di un gruppo ecologista locale è invece più critica contro il governo: «la deforestazione non si è fermata, anzi». L’approccio dell’esecutivo brasiliano alla questione è sintomatico di quello di altri governi delle sinistre latinoamericane. Da un lato vicinanza ai movimenti, dall’altro prosecuzione delle attività estrattive, specie fossili. «Il mio Paese è minacciato dall’inquinamento. Con la presidente Xiomara Castro abbiamo fatto dei passi avanti, ma serve un’azione globale», ci dice un uomo venuto dall’Honduras per protestare. Anche Xiomara Castro è una leader progressista.
Il blocco più imponente è quello dei movimenti indigeni. La gran parte degli attivisti marcia con gli abiti tradizionali, e spiccano particolarmente i copricapi piumati. La difesa delle foreste è uno dei temi su cui ha più puntato la Presidenza della Cop30, in mano al Brasile, ed è la priorità per molti dei manifestanti. «La foresta amazzonica è fonte di cibo ed energia, ma anche di spiritualità», ci dice una insegnante appartenente ad un’etnia indigena dello Stato federato di Bahia. Tra i presenti non latinoamericani, la maggioranza è europea. Dall’Italia partecipano delegazioni di Fridays For Future, Extinction Rebellion, Legambiente, Rete per il clima e fuori dal fossile.
Cosa chiedono i movimenti: difesa dell’Amazzonia e giustizia climatica
Alle richieste storiche dei movimenti ecologisti globali e latinoamericani, nel corteo di Belém si sono aggiunti temi legati all’attualità. La difesa dell’Amazzonia si è tradotta nell’appoggio alla proposta del governo colombiano di un trattato che vieti l’estrazione di combustibili fossili nell’area. Per ora, nessun altro Stato ha aderito. La figura di Donald Trump è stata poi citatissima. Molti manifestanti indossavano berretti con su scritto «Make Nature Great Again», scimmiottando il celebre slogan Maga del Presidente statunitense, o «F*** you Donald Trump».
La Cop30 è il primo incontro negoziale sul clima dell’Onu a cui gli Stati Uniti non partecipano. In generale, i combustibili fossili e le aziende responsabili di inquinamento e deforestazione sono stati gli avversari politici più nominati dagli attivisti. Il fatto che la Cop si celebri in un Paese del cosiddetto Sud globale ha fatto sì che molti, negli interventi dai megafoni, abbiano parlato di flussi finanziari, chiedendo che siano i Paesi ricchi dell’Europa e dell’America del Nord a pagare la transizione in America Latina, Africa e parte dell’Asia.
L’impatto delle proteste sui negoziati è difficile da stimare. I delegati delle nazioni partecipanti hanno un mandato politico da parte dei loro governi che difficilmente cambierà nel giro di pochi giorni. Allo stesso tempo, il ritorno di proteste per il clima di massa è una notizia. Gli ecologisti e i movimenti indigeni sperano che sia l’inizio di un ciclo. «Porteremo la marcia dei popoli nelle nostre città» gridava da un palco improvvisato un attivista.




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