California, il conto da pagare per le compagnie petrolifere fallite

Le compagnie petrolifere che falliscono abbandonano spesso i siti senza bonificarli. A pagare, poi, sono i contribuenti. Come in California

Valentina Neri
In caso di fallimento delle compagnie, i siti petroliferi spesso vengono abbandonati © smodj/iStockPhoto
Valentina Neri
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Le trivelle soppiantate dai pannelli fotovoltaici, l’economia fossile che si arrende alla transizione ecologica. È una bella favola? In parte sì. Ma c’è anche uno strascico di cui si parla di rado. Una volta chiusi, i giacimenti non possono essere semplicemente abbandonati a loro stessi. Vanno gestiti e bonificati correttamente, per riportare in salute il territorio a beneficio delle future generazioni. Peccato, però, che il conto ricada sulle spalle sbagliate.

California, dal petrolio al sole

Esattamente quarant’anni fa la California sfornava petrolio a un ritmo di un milione di barili al giorno. Oggi, stando agli ultimi dati della US Energy Information Administration, è a quota 363mila. Mentre il Texas è rimasto stabilmente in cima alla graduatoria degli Stati americani per produzione, la California è scivolata dal terzo al settimo posto. Un declino lento ma inesorabile. Figlio anche delle scelte politiche delle amministrazioni che si sono susseguite negli anni.

Se già Arnold Schwarzenegger annunciava un cambio di rotta all’indomani del disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, Gavin Newsom (democratico in carica dal 2019) ha dato il via all’iter per bloccare le nuove autorizzazioni per la fratturazione idraulica delle rocce (fracking) entro il 2024 e per dire addio all’estrazione di greggio non più tardi del 2045. L’esito è tutto da vedere, tanto più perché entro la fine dell’anno il governatore rischia di essere destituito alle elezioni straordinarie. Ma l’indirizzo politico appare chiaro.

Compagnie petrolifere in bancarotta. E poi?

La California è un esempio da manuale, ma allargando lo sguardo si scopre che Stati Uniti e Canada sono ormai un cimitero di piccole compagnie del settore oil&gas finite in bancarotta. Per la precisione, secondo i dati raccolti dallo studio legale Haynes and Boone, siamo a quota 260 dal 2015 in poi.

Alcune non sono nemmeno tanto piccole, considerato che in questa lista c’è anche California Resource Corporation, proprietaria di oltre 10.700 giacimenti di petrolio e oltre mille di gas naturale. Affossata da 5,24 miliardi di dollari di debiti, si è appellata con successo al Chapter 11, una sorta di amministrazione controllata prevista dalla legge fallimentare statunitense. Questa società è riuscita a risollevarsi, ma ad altre va peggio. In questo caso scatta il Chapter 7, cioè la procedura di liquidazione vera e propria. Ed è qui che cominciano i guai, per le aziende e non solo.

Il nodo delle bonifiche post-petrolio

Il California Council on Science and Technology ha sciorinato un po’ di numeri. Nel territorio californiano sono disseminati 107mila pozzi di petrolio e gas, attivi e non. Prima o poi, tutti esauriranno la loro produzione. A quel punto bisognerà cementarli, dismetterli e ripristinare il sito riportandolo alle sue condizioni originarie. Quando non fanno capo ad alcun operatore in attività, diventano orfani ed è lo Stato a doversi accollare queste spese. Quelli che ricadono in questa categoria sono 5.540, per un totale di almeno 500 milioni di dollari che graveranno sulle finanze pubbliche. Poi ce ne sono circa 70mila che si avvicinano alla fine della loro vita utile. Se per assurdo tutti e 107mila dovessero essere bonificati ora, il conto salirebbe fino a 9,1 miliardi.

Carbon Tracker ha allargato quest’indagine all’intero territorio statunitense. Le stime sono da capogiro, soprattutto se si considera che in ballo ci sono i soldi dei contribuenti. Per bonificare i 2,6 milioni di pozzi petroliferi onshore (cioè su terraferma) serviranno 280 miliardi di dollari; per non parlare degli altri 1,2 milioni di pozzi per cui non esiste documentazione sufficiente. Particolarmente a rischio sono gli idrocarburi non convenzionali, perché le profondità sono maggiori, i cicli di vita più brevi e i costi di bonifica quasi sempre sottostimati.

Chi tutela i contribuenti della California?

Il governo federale e le amministrazioni statali e cittadine cercano di mettere le mani avanti chiedendo alle società oil&gas di versare una sorta di deposito cauzionale. Se provvederanno alla bonifica, riavranno indietro il loro denaro; in caso contrario, l’ente pubblico ne disporrà per tutte le operazioni necessarie. Peccato, però, che questi depositi coprano a malapena l’1% di quei 280 miliardi di dollari stimati. In California si aggirano sull’ordine dei 100 milioni di dollari. Così, alle compagnie conviene andarsene rinunciando a pochi spiccioli.

Spetta alle amministrazioni statali il compito di tutelare i cittadini, puntualizza Carbon Tracker, che le esorta a innalzare l’importo dei depositi cauzionali per avvicinarlo al costo reale. Un disegno di legge presentato in California vuole introdurre due garanzie in più: l’imposizione di un pegno sulla proprietà dei pozzi inattivi, laddove l’operatore non paghi le tasse in tempo o alcuni costi inizino a ricadere sullo Stato; e far scalare posizioni all’amministrazione pubblica nell’elenco dei creditori.

Così facendo, il rischio finanziario andrebbe a ricadere su chi quel giacimento l’ha aperto, gestito e usato come fonte di reddito per anni. Non più sugli incolpevoli cittadini che, dopo averne subito l’impatto – locale, sotto forma di inquinamento del territorio, e globale, con i cambiamenti climatici – ora rischiano pure di dover pagare lo smantellamento di tasca propria.