Trattato CETA letale per Grana e Parmigiano: -32% l’export in Canada

Risveglio amaro per le esportazioni dei formaggi italiani. A soffrire, soprattutto i più piccoli. I falsi "parmesan" prosperano. E ora la ratifica dell'accordo non è scontata

Di Corrado Fontana
produzione e stagionatura formaggio - fonte Consorzio del Parmigiano Reggiano - 2

CETA, ancora tu. Parafrasando una canzone assai nota, torna nel mirino l’accordo commerciale bilaterale tra Canada e Unione europea, È stato approvato dal Parlamento europeo a febbraio del 2017 ed è entrato in vigore in forma provvisoria dal 21 settembre successivo: fin da subito le polemiche hanno accompagnato sia la sua gestazione e molti soggetti hanno mostrato preoccupazione per le ricadute sul principio di precauzione europeo, per la diffusione degli ogm e la tutela delle produzioni di qualità. Alla prova dei fatti, il Trattato CETA, accordo bilaterale tra Canada e Unione europea, mette in crisi anche i suoi sostenitori della prima ora. È bastato un dato per far scattare l’allarme rosso.

Le Indicazioni Geografiche europee considerate dal CETA – FONTE: Qualivita

L’esportazione oltreoceano di due formaggi simbolo dell’alta qualità alimentare italiana – il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano – ha fatto segnare un -32% nel primo semestre del 2019, (fonte CLAL). Numeri disastrosi che mettono in evidenza dei problemi strutturali del documento approvato 2 anni fa. D’altra parte, siccome per diventare effettivo e applicato nella sua interezza il Comprehensive Economic and Trade Agreement ha bisogno della ratifica di tutti i governi che l’hanno sottoscritto preliminarmente, pena la sua automatica bocciatura, il destino del trattato è ancora da scrivere.

Parmigiano Reggiano, sedotto dal CETA…

Chi ha emesso e analizzato i dati getta acqua sul fuoco, ricordando che gli esportatori storici continuano a lavorare bene. Ma il dato negativo è arrivato come una doccia fredda, anzi gelata, su Coldiretti e sul Consorzio del Parmigiano Reggiano, che nei quattro anni precedenti aveva registrato una inarrestabile progressione dell’export verso il Canada: includendo anche il primo anno di applicazione del CETA, le tonnellate di Parmigiano Reggiano inviate oltreoceano erano passate dalle 1766 del 2015 alle 2116 dell’anno successivo alle 2314 del 2017 fino alle 2723 nel 2018.

Quel successo, stando ai primi 6 mesi del 2019, potrebbe tuttavia essere una vittoria di Pirro. In effetti, tutto era forse sembrato troppo bello quando il trattato aveva aumentato da 14mila a 30mila tonnellate il quantitativo di formaggio che può essere importato in Canada dall’unione Europea senza pagare dazio. Le speranze di incremento dei volumi e dei profitti parevano concrete. A partire da un regime precedente in cui le 14mila tonnellate consentite erano appena al di sotto della quantità di prodotto domandata. E i diritti ad importare distribuiti avevano un valore di circa 7,5 dollari al chilo, per cui queste quote venivano utilizzate per importare beni di costo superiore, non certo formaggi da 3 dollari al chilo.

… e abbandonato. Mentre l’accordo favorisce i “parmesan”

«La possibilità di importare prodotti a dazio zero – spiega Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio – è stata distribuita a pioggia, e questo si è tradotto in una grande quantità di piccoli e piccolissimi operatori, che hanno cominciato ad importare fin da subito i formaggi più desiderati, quelli di valore. Quindi Grana Padano e Parmigiano Reggiano. Questo ha fatto sì che nei primi sei mesi dell’accordo la quantità importata in Canada è schizzata verso l’alto, ma non perché fosse aumentata la domanda».

GRAFICO confronto export e prezzo Grana Padana e Parmigiano Reggiano verso il Canada – fonte CLAL

Per diversi mesi i magazzini sono rimasti pieni di merce. «Tanti che non avevano un canale distributivo per vendere e gestire il prodotto hanno cominciato a rimetterlo sul mercato. Cosicché a un certo momento dell’anno il prezzo del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sul mercato canadese era più basso di quello in Italia. Con tale quantità altissima e non controllata di prodotto importato, la quota, che normalmente valeva 7,5 dollari al chilo oggi vale 0». Questo ha fatto sì che venissero importati anche altri formaggi dall’Europa, ma anche dagli Stati Uniti, dall’Australia, dalla Nuova Zelanda, perché il Canada, contemporaneamente al CETA, ha chiuso accordi di libero scambio con altri Paesi.

GRAFICO export di formaggi verso il Canada per tipologia – fonte CLAL

L’invasione dei formaggi a 3 dollari al chilo

La morale della favola? «Sul mercato canadese ci siamo trovati dei formaggi, dal valore di 3 o 4 dollari al chilo, che prima non c’erano  perché non aveva un significato economico importarli. Attualmente nel paese nordamericano ci troviamo la concorrenza di prodotti che vengono chiamati parmesan. Se A tutto questo si aggiunge che nell’ultimo anno il prezzo del Parmigiano Reggiano è aumentato, e con esso la forbice di prezzo col parmesan, l’effetto che risulta è che, rispetto ai primi mesi del 2018, che sul 2017 aveva visto una impennata delle esportazioni, i primi mesi del 2019 hanno un segno fortemente negativo».

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Ratifica: Ue divisa in due. La ministra Bellanova spinge per il “sì”

Il quadro, insomma, si è complicato. Bertinelli sostiene che prodotti come Asiago, Gorgonzola o Fontina potrebbero essere nella “stessa barca”. Lamenta che il consorzio non sia stato adeguatamente coinvolto nelle fasi negoziali del CETA (anche se gli allarmi per i formaggi esistono da tempo), auspicando modifiche – improbabili – prima della ratifica definitiva. Invita chi da sempre sostiene l’accordo a un «bagno di realtà», a non «girare i dati sopra sotto e di traverso per cercare di trovare un appiglio per sostenere una posizione» (un messaggio diretto a Confagricoltura?).

INFOGRAFICA numeri e temi sul CETA – fonte Ansa centimetri su dati Coldiretti

Perché – va detto – per un Grana Padano e un Parmigiano che riflettono sul da farsi ci sono decine di realtà, meno blasonate, che non temono altrettanto il parmesan e i suoi fratelli, senza dire di altri settori dell’agroalimentare nostrano. E la neoministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova a poche ore dal suo insediamento ci ha messo subito il carico, appoggiando un sì definitivo dell’Italia al trattato prima possibile.

Ma la partita della ratifica è tutt’altro che conclusa. Basta un solo no per mandare tutto all’aria. Lo stato dell’arte dice infatti che nell’Unione europea, escluso il Regno Unito, 14 membri non hanno ancora ratificato l’accordo (Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia). Tra i player principali solo la Spagna ha detto sì, insieme ad altri 12 Paesi. La ratifica del CETA non è poi considerata nel patto di governo sostenuto dalla Große Koalition tedesca, mentre il sì in Francia è stato stoppato all’ultimo miglio, per ora. E allora per i movimenti contrari al trattato – al CETA ma anche al più noto e ancor più controverso TTIP – c’è ancora spazio, per continuare le campagne di pressione dal basso.

Nino Pascale (Slow Food): coi trattati sono i piccoli a soffrire

Sul CETA in prima linea, e da un diverso punto di vista, c’è senz’altro Slow Food Italia. «In particolare vengono penalizzate le piccole produzioni, quelle che più delle altre tutelano la biodiversità e più delle altre danno respiro agli agricoltori più virtuosi. Si pensi al fatto che le DOP italiane tutelate nell’accordo sono solo 41 a fronte delle 295 esistenti» denuncia Nino Pascale, delegato per le politiche agroalimentari internazionali.

«I piccoli si trovano a dover fronteggiare una concorrenza sul mercato interno delle produzioni che arrivano da oltreoceano, ottenute con standard di sicurezza più bassi rispetto ai nostri. Questo si traduce inevitabilmente in un abbassamento degli standard qualitativi medi, e di conseguenza in maggiori rischi per la salute dei cittadini. L’esempio del grano canadese è emblematico. Ci troviamo di fronte a un prodotto ottenuto con l’utilizzo del glifosate in pre-raccolta, pratica bandita in Europa.

GRAFICO importazioni grano dal Canada 2013-2019, azzerate per il trattamento con glifosato – fonte Agricolae.eu su dati Istat

Infine il CETA, come altri trattati commerciali, prevede che le multinazionali che dovessero ritenersi danneggiate da legislazioni nazionali potranno ricorrere di fronte a una sorta di tribunale “privato” per chiedere i danni allo Stato che ha emanato quella legge. L’esperienza ci dice che negli ultimi 30 anni gli Stati sono stati costretti a pagare oltre 80 miliardi di dollari in seguito a sentenze sfavorevoli nelle controversie con aziende private».

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