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Cipro: i giusti passi dell’UE

di Francesco Gesualdi – Centro Nuovo Modello di Sviluppo Le notizie su Cipro sono ancora scarse e confuse, ma qualche certezza cominciamo ad averla. Ad esempio, ...

di Francesco Gesualdi – Centro Nuovo Modello di Sviluppo
Le notizie su Cipro sono ancora scarse e confuse, ma qualche certezza cominciamo ad averla. Ad esempio, se inizialmente sembrava che il problema fosse il governo, ora sappiamo che il problema sono le banche.
Esattamente come in Irlanda, Islanda, Spagna, Grecia, solo per citare i paesi dove si sono verificati i guai più seri a causa della sproporzione fra dimensione bancaria ed economie nazionali. Ma i primi paesi investiti dalla tormenta sono stati Inghilterra, Germania, Francia, Belgio, Olanda, che hanno fatto parlare poco di sé solo perché i governi sono riusciti a salvare da soli le proprie banche sull’orlo del fallimento. Il copione è stato sempre lo stesso: piccole banche guidate da capitalisti di rapina che nella bramosia del
facile guadagno si sono indebitate a dismisura per trovare soldi da utilizzare in prestiti e scommesse tanto attraenti per rendimento, quanto insicuri per solidità. E finché il vento è stato in poppa, la macchina ha camminato garantendo profitti, ma quando gli anelli più deboli della catena hanno cominciato a cedere, l’intera impalcatura è venuta giù mettendo allo scoperto banche piene di debiti senza alcuna possibilità di ripagarli perché coinvolte in investimenti che non valevano niente. Somme enormi che nel caso di Cipro rappresentano il 780% del Pil, in buona compagnia con Malta all’800%, con l’Irlanda al 780%, con l’Inghilterra al 580%.
I primi segnali della mala gestione bancaria sono venuti dagli Stati Uniti nel 2008 per richiesta di aiuto da parte di colossi come Bank of America, Citigroup, Morgan Stanley, che dichiaravano perdite per miliardi di dollari. E mentre il governo degli Stati Uniti metteva mano al portafoglio per evitare il tracollo delle sue banche nazionali, la grana scoppiava anche in Europa, non nel caldo Mediterraneo, ma nel gelido mare del Nord. Per prima cadde l’inglese Northen Rock, per scoprire, di lì a poco, che altrove la crisi non riguardava solo banche specifiche, ma l’intero sistema bancario. In particolare l’Irlanda e l’Islanda che ebbero destini opposti per le diverse scelte fatte dai rispettivi governi. In Irlanda il governo decise di intervenire pompando nelle sei banche nazionali 85 miliardi di euro, che non avendoli ottenne in prestito dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. Così i debiti passarono dalle banche all’intera collettività facendo balzare il debito pubblico irlandese dal 25% nel 2007 al 114% del Pil nel 2011.
In Islanda il popolo si oppose alla soluzione irlandese e il governo decise di intervenire solo a difesa dei risparmi dei cittadini, tirando fuori solo i denari necessari per la tutela dei risparmiatori. Neanche questa operazione fu indolore, ma consentì al governo islandese di contenere il debito pubblico entro il 90% del Pil. E mentre oggi l’Irlanda sta ancora sottoponendo i suoi cittadini a severe politiche di austerità per ripagare i debiti delle sue banche, l’Islanda veleggia per i mari della crescita additata da tutti come esempio virtuoso.
Più tardi anche la Spagna scopre di avere un problema con le sue banche e opta per il metodo irlandese indebitandosi, a fine 2012, per 40 miliardi di euro con l’Unione Europea. Ma la stessa Grecia, che nell’immaginario collettivo ha ricevuto aiuti solo per tamponare le falle del suo debito pubblico, in realtà ha allargato la sua voragine per salvare le sue banche. Tant’è nonostante un paio di ristrutturazioni pesanti su larghe quote del suo debito pubblico, il suo debito complessivo continua a viaggiare sui 350 miliardi di euro pari al 170% del Pil. Dal 2010 ha incassato oltre 100 miliardi di euro dall’Unione Europea e se in parte sono stati utilizzati per rimborsare le banche tedesche e francesi creditrici del governo greco, diverse decine di miliardi sono state impiegate per il salvataggio delle banche elleniche.
Cosa abbia accelerato la crisi delle banche cipriote è difficile a dirsi. Molte fonti la imputano alle perdite dovute alla svalutazione dei titoli del debito greco e alle sofferenze sui crediti concessi a imprenditori greci.
Ma questa è la versione ufficiale. Se in realtà fosse dovuta a operazioni azzardate tipo quelle del Monte dei Paschi di Siena, nessuno ce lo dice. In ogni caso si poneva il problema di come affrontare questa nuova crisi bancaria: col metodo irlandese o con quello islandese?. Salvataggio dell’intera struttura bancaria tramite indebitamento stratosferico del governo cipriota o salvataggio dei soli risparmiatori, abbandonando azionisti e grandi creditori al loro destino? Dopo avere sempre scelto il modello irlandese, questa volta l’UE ha optato per quello islandese sicuramente non per amore dei risparmiatori ciprioti, ma per salvaguardare le casse degli stati del Nord Europa. Difronte alla prospettiva di dovere cacciare altri 20 miliardi di euro, la Germania ha preferito dimezzare la spesa, lasciando che il resto venisse pagato dagli azionisti delle banche malmesse assieme ai loro obbligazionisti e ai grandi correntisti, peraltro russi.
Ma una volta tanto l’egoismo tedesco ha coinciso con le esigenze sociali, introducendo due sani principi.
Il primo: gli stati non possono buttare la croce sui cittadini caricandoli dei debiti contratti dalle banche per le loro gestioni azzardate. Il secondo: l’unico interesse privato da difendere è il piccolo risparmio, non i dividendi degli azionisti. E’ ora di dire che se le banche hanno da essere affari privati, allora i loro azionisti devono accettare fino in fondo le conseguenze delle loro scelte, fino al fallimento. Se invece si pensa che le banche svolgono un servizio di alta rilevanza economica e sociale, tale non poterle lasciare fallire, allora non possiamo più lasciarle nelle mani di azionisti privati che usano metodi di rapina per profitti personali.
Come minimo dobbiamo regolamentarle per impedire che il risparmio collettivo venga dilapidato per il vantaggio di pochi. Ma la vera scelta è la nazionalizzazione, il solo modo per fare tornare le banche alla loro funzione originaria di strutture di gestione del risparmio collettivo ad esclusivo servizio dell’economia reale.
Di quanti altri tracolli avremo bisogno prima di ritrovare la chiarezza di idee?