La città che assorbe: gestire l’acqua e i rifiuti nell’era degli eventi estremi

Piazze che si allagano, scarti organici che diventano biometano. Le città più innovative hanno trasformato acqua e rifiuti da problema a risorsa

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

Le città coprono il 4% del territorio del Vecchio Continente, eppure è qui che vive la maggior parte degli europei, si consuma oltre il 60% dell’energia globale e si produce circa il 75% delle emissioni di CO2. La crisi climatica non è un fenomeno lontano: si misura nell’aria che respiriamo, nell’acqua che non defluisce dopo un nubifragio, nel calore che si accumula tra il cemento d’agosto. Le città sono al tempo stesso le principali responsabili del problema e il luogo in cui il problema si può affrontare con più efficacia.

Eppure le città sono spesso sole. Le politiche di resilienza climatica dipendono quasi esclusivamente dalle entrate municipali e dai fondi europei, e solo una su due ha una voce di bilancio dedicata. Questo dossier racconta le città che stanno già cambiando – le piste ciclabili di Parigi, le piazze-spugna di Copenaghen, i biodigestori di Milano, le superillas di Barcellona – non come esempi irraggiungibili, ma come prove che un’altra città è già in costruzione. Le città possibili, appunto.

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La crisi climatica sta diventando sempre più visibile e concreta, soprattutto nelle città. «Viviamo una contraddizione: mentre di clima si parla sempre meno nel dibattito pubblico, la crisi climatica desta sempre maggiori preoccupazioni sia tra gli scienziati, sia tra i cittadini», scrive Mariagrazia Midulla, responsabile di Clima e Ambiente nel WWF, nel report intitolato Ripensare le città come sistemi viventi di natura e persone pubblicato nel 2025. «Le città rischiano di essere al tempo stesso vittime e responsabili della crisi, con effetti su cittadini e comunità potenzialmente devastanti».

Eventi estremi e crisi climatica: perché adattarsi non è sufficiente

La memoria non deve fare grandi sforzi per ricordare la tempesta Harry, che si è abbattuta all’inizio di quest’anno sulle coste libiche e su quelle di Calabria, Sicilia e Sardegna. Raffiche di vento oltre i 180 km/h e alluvioni lampo hanno causato centinaia di sfollati e gravi danni alle infrastrutture costiere. Ma è solo un esempio. Nel 2025, gli eventi estremi sono costati all’Europa 43 miliardi di euro, circa 12 miliardi solo in Italia.

Proprio per questo è essenziale capire che l’adattamento non può diventare la foglia di fico dietro cui nascondersi per continuare a emettere: senza una mitigazione radicale, si arriverà a un punto di rottura in cui nessun piano di risposta o infrastruttura, per quanto avanzata, sarà in grado di reggere l’urto. I modelli di gestione intelligente presi in considerazione devono quindi inserirsi in un quadro di transizione più ampio. Mentre la politica internazionale lavora sul taglio delle emissioni, la progettazione urbana prova a far fronte ai fenomeni già in atto.

Città-spugna: come Copenaghen e Bologna gestiscono le alluvioni urbane

Su questo doppio binario si muovono le esperienze d’avanguardia del Nord Europa. Un esempio che sta facendo scuola è quello di Copenaghen, che di fronte ai nubifragi ha scelto di potenziare in modo particolare le opere di superficie. Dopo la devastante alluvione del 2011, la città ha capito che continuare ad alzare barriere in cemento o convogliare interamente l’acqua nelle tubature fognarie non sarebbe bastato. È nato così il Cloudburst management plan, un capolavoro di ingegneria resiliente che trasforma la città in una spugna in caso di alluvione

Sono state create piazze e parchi che, in condizioni normali, funzionano come spazi verdi, ma che in caso di piogge estreme sono progettati per allagarsi, raccogliendo l’acqua dalle strade circostanti e impedendo l’inondazione di scantinati e piani terra degli edifici. Copenaghen sa fare bene i conti: investimenti per circa 1,3 miliardi di euro permetteranno di evitare danni stimati in oltre 2,7 miliardi nei prossimi 30 anni.

Rotterdam ha applicato lo stesso principio nella piazza Benthemplein, mentre Bologna ne ha preso piena coscienza dopo l’alluvione del 2024. La città, costruita su una rete di canali in gran parte coperti nel tempo, si trova oggi di fronte alla stessa sfida: trasformare il suolo urbano in una spugna.

Verde urbano: piantare alberi non basta, serve manutenzione e investimento

Tuttavia, come emerge dall’esperienza di Bologna e dai recenti report di Eurocities, la resilienza non è solo una questione di asfalto rimosso, ma anche di gestione del verde nel tempo. Piantare alberi non basta se non si ha la capacità finanziaria e operativa di mantenerli. Per questo Bologna guarda avanti, coinvolgendo i cittadini e puntando su partnership pubblico-private e co-investimenti di lungo periodo, sul modello dei pannelli solari scolastici gestiti da imprese private. Politiche di medio e lungo termine, come ricorda l’assessora ai Cambiamenti climatici Annalisa Boni, che in città hanno già messo radici.

Trasformare l’acqua, senza sprecarla, da minaccia a risorsa per i parchi è solo uno degli esempi di un cambiamento di mentalità che deve estendersi all’intero metabolismo urbano. La città-spugna deve diventare anche città circolare, capace di rigenerare e rigenerarsi a partire dai materiali che scarta.

Rifiuti urbani e economia circolare: obiettivi europei ancora lontani

Inevitabile, quindi, che la sostenibilità passi anche dai secchi dell’immondizia. La gestione dei rifiuti è un pilastro fondamentale della Mission 2030, l’iniziativa dell’Unione europea che impegna cento città (di cui nove italiane) a diventare climaticamente neutrali entro la fine del decennio. In questo contesto, il ciclo dei rifiuti smette di essere un costo di smaltimento per diventare un motore della decarbonizzazione, attraverso il recupero della materia e la produzione di energia pulita dai bio-scarti.

La media europea del riciclo dei rifiuti si aggira intorno al 50%, qualche punto percentuale in meno rispetto all’obiettivo vincolante del 55% fissato per la fine dello scorso anno. Un dato che misura quanti materiali riciclati vengono effettivamente reimmessi nell’uso quotidiano. L’Italia entra nel podio, secondo le rilevazioni Istat del 2025, con il terzo posto (21,6%), preceduta dal Belgio (22,7%) e dai Paesi Bassi, leader con il 32,7%. La media europea è del 12,2% e cresce lentamente, appena dello 0,1% rispetto all’anno precedente.

Gli obiettivi diventano più ambiziosi per i prossimi anni: 60% entro il 2030 e 65% entro il 2035. La plastica, vero incubo dei nostri giorni, resta la criticità principale: secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, quasi la metà degli Stati membri rischia di non raggiungere gli obiettivi a causa di infrastrutture di smistamento ancora insufficienti.

Dalla riparazione al riuso: Amsterdam, Milano e Grenoble contro l’obsolescenza programmata

Pensare un’economia del riuso significa anche fare un passo indietro, verso un modello in cui i prodotti erano progettati per durare ed essere riparati. Rompere il meccanismo dell’obsolescenza programmata aiuterebbe a ridurre a monte la produzione di rifiuti. Amsterdam rappresenta un esempio di eccellenza: qui gli elettrodomestici non si acquistano ma si noleggiano, con un canone che include installazione, manutenzione e riparazione.

Ma anche in Italia non mancano esperienze significative. Milano è diventata un modello globale grazie alla raccolta differenziata dell’umido: secondo i dati di Amsa, la città raccoglie oltre 150mila tonnellate di scarti organici l’anno, trasformati in biometano sufficiente, per esempio, ad alimentare l’intera flotta di autobus Atm e a riscaldare migliaia di abitazioni.

Dall’altra parte delle Alpi, Grenoble ha scelto la strada della riduzione alla fonte. Attraverso la rete delle ressourceries – centri di riuso e riparazione – la città sottrae al circuito dei rifiuti circa 3mila tonnellate di oggetti ogni anno, di cui quasi il 50% viene effettivamente riutilizzato. Per l’Agenzia per la transizione ecologica Ademe si tratta di un risparmio diretto: ridurre i rifiuti a monte significa tagliare i costi di incenerimento e di conferimento in discarica. Per Grenoble questo si traduce in milioni di euro risparmiati ogni anno sui costi di trattamento, oltre a una riduzione del traffico dei camion.

Riciclo in Europa: quanti Paesi sono davvero in linea con gli obiettivi 2025

La media europea del riciclo si attesta intorno al 48%, con una forte dipendenza dall’incenerimento e dalla discarica, che in diversi Paesi dell’Est e del Sud accoglie ancora il 23-25% dei rifiuti totali. Entro il 2030 l’obiettivo è arrivare a una piena economia circolare, ma la carenza di impianti di trattamento resta il principale ostacolo. L’Italia si trova in una posizione particolare: nel complesso è sopra la media Ue per il riciclo totale, ma presenta forti disparità regionali. Mentre molte aree del Nord superano il 65%, alcune zone del Sud restano ancora molto indietro.

L’Unione europea aveva fissato al 55% l’obiettivo di riciclo dei rifiuti urbani entro il 2025. Tuttavia, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, solo 9 o 10 Stati membri su 27 sono attualmente in linea con questo traguardo. Non è solo una questione di volontà: le regole più severe, che impongono di calcolare quanto materiale entra effettivamente nel processo finale di riciclo, hanno fatto scendere le statistiche di molti Paesi di 5-10 punti percentuali.

In questo contesto, le città laboratorio della Mission 2030 rappresentano un test cruciale per Bruxelles. Gli Stati si muovono più lentamente, ma le città possono accelerare: se le cento città della Mission riusciranno a raggiungere il 60-70% di riciclo, potranno trascinare anche il resto dei Paesi in questa corsa virtuosa.

Transizione climatica urbana: senza finanziamenti strutturali le città restano sole

Nonostante l’impegno, la grande volontà e una crescente presa di coscienza da parte dei cittadini, la sfida delle città europee di fronte ai cambiamenti climatici resta tutt’altro che marginale. I centri urbani sono in prima linea: è qui che gli effetti del surriscaldamento del Pianeta si manifestano con maggiore intensità ed è sempre qui che politiche efficaci possono fare la differenza. Eppure, oggi le politiche di resilienza climatica sono sostenute quasi esclusivamente dalle entrate municipali e dai fondi europei.

I dati dicono che solo una città su due dispone di una voce di bilancio dedicata. Senza un’architettura economica solida, il rischio è che la transizione climatica resti un lusso per pochi comuni virtuosi o si riduca a una rincorsa affannosa all’ultimo bando europeo. Come ha sottolineato il sindaco di Atene, Haris Doukas, serve una nuova ingegneria finanziaria capace di trasformare l’emergenza in un’occasione di investimento strutturale, liberando i progetti dai vincoli del bilancio ordinario e prevedendo risorse dedicate nei bilanci europei e nazionali.

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