Investire oggi o pagare domani: perché la transizione urbana non è un costo

Ogni euro speso in prevenzione ne risparmia fino a dieci in danni. I numeri dimostrano che la transizione urbana conviene – e che non farla costa ...

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Le città coprono il 4% del territorio del Vecchio Continente, eppure è qui che vive la maggior parte degli europei, si consuma oltre il 60% dell’energia globale e si produce circa il 75% delle emissioni di CO2. La crisi climatica non è un fenomeno lontano: si misura nell’aria che respiriamo, nell’acqua che non defluisce dopo un nubifragio, nel calore che si accumula tra il cemento d’agosto. Le città sono al tempo stesso le principali responsabili del problema e il luogo in cui il problema si può affrontare con più efficacia.

Eppure le città sono spesso sole. Le politiche di resilienza climatica dipendono quasi esclusivamente dalle entrate municipali e dai fondi europei, e solo una su due ha una voce di bilancio dedicata. Questo dossier racconta le città che stanno già cambiando – le piste ciclabili di Parigi, le piazze-spugna di Copenaghen, i biodigestori di Milano, le superillas di Barcellona – non come esempi irraggiungibili, ma come prove che un’altra città è già in costruzione. Le città possibili, appunto.

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L’errore più comune è considerare l’investimento ambientale come un lusso. Al contrario, gli studi del network C40 Cities mostrano che il costo dell’inazione climatica per le metropoli mondiali sarà esponenzialmente più alto di quello necessario per la transizione. Entro il 2050, senza interventi radicali, i costi legati a inondazioni, ondate di caldo e danni alle infrastrutture potrebbero superare i 2.500 miliardi di dollari l’anno.

Eventi estremi in Italia: 12 miliardi di euro di danni nel 2025

In Italia, il costo degli eventi estremi nel 2025 ha raggiunto i 12 miliardi di euro: una manovra finanziaria di emergenza che rischia di ripetersi ogni anno. Investire nella messa in sicurezza del territorio e nella decementificazione presenta un rapporto costi-benefici difficilmente ignorabile: per ogni milione di euro speso in prevenzione idrogeologica, se ne risparmiano tra i 5 e i 10 nella gestione dei disastri.

«È una tassa sul clima che paghiamo ogni anno per riparare ciò che non abbiamo protetto», ricorda Gilles Namur, vicesindaco di Grenoble. Nella città francese la scelta di rimuovere i cartelli pubblicitari per piantare alberi ha comportato una rinuncia a 600mila euro di entrate, ma ha generato un risparmio futuro incalcolabile: «Nelle Alpi, a Grenoble, il riscaldamento climatico procede a una velocità doppia rispetto ad altre aree. Ogni albero piantato è un climatizzatore naturale al 100%, che ci permetterà di continuare a vivere nelle nostre città da qui al 2050, quando avremo circa 40 giorni di caldo estremo all’anno, contro i 4 di oggi».

Verde urbano e salute pubblica: i benefici economici delle superillas di Barcellona

Investire nel benessere urbano ha come effetto diretto una riduzione della spesa pubblica. Numerosi studi epidemiologici confermano che le città con più verde e meno auto risparmiano miliardi in costi sanitari.

Un esempio emblematico, ampiamente studiato, è quello di Barcellona con l’implementazione delle superillas (i superblocchi). Si tratta di aggregati di isolati urbani in cui il traffico veicolare è limitato alle strade perimetrali, liberando le vie interne per pedoni, ciclisti e spazi verdi. Secondo l’Istituto di Barcellona per la salute globale, se tutte le 503 superillas previste venissero realizzate, si potrebbero prevenire 667 morti premature all’anno. Le emissioni di biossido di azoto diminuirebbero del 24%, rientrando nei limiti raccomandati dall’Oms. Mentre anche il rumore da traffico scenderebbe sotto i livelli di guardia. L’aumento del verde urbano contribuirebbe inoltre a ridurre le temperature estive, prevenendo decessi legati alle ondate di calore. E non è solo una questione sanitaria: lo studio stima che i benefici economici derivanti dalla riduzione della mortalità e della spesa sanitaria ammonterebbero a circa 1,7 miliardi di euro l’anno.

Milano: la qualità dell’aria costa 2.800 euro l’anno per cittadino

A Madrid, il progetto Bosque Metropolitano prevede una cintura verde di 75 chilometri che punta ad abbassare la temperatura urbana di 2-3 gradi centigradi. L’amministrazione ha calcolato che ogni euro investito nella forestazione ne fa risparmiare tre in termini di costi energetici e ricoveri ospedalieri.

Percorsi virtuosi che si ritrovano anche in Italia. Eppure, per diversi fattori, a Milano – la città più esposta alle emissioni tossiche del Paese – la cattiva qualità dell’aria costa circa 2.800 euro l’anno per cittadino. Proprio a partire da questo dato, l’assessora all’Ambiente Elena Grandi sottolinea la necessità di superare l’idea dell’ambiente come qualcosa di astratto: «Dobbiamo iniziare a ragionare considerando che il capitale naturale è un concetto economico. Dobbiamo arrivare al punto in cui si dimostra che un ecosistema sano genera valore e risparmio».

«La strada è tracciata — aggiunge —: ogni euro speso oggi per rendere la città più fresca e drenante è un euro risparmiato domani in sanità e danni ambientali».

Resilienza urbana: ogni euro investito oggi ne risparmia quattro entro il 2050

Non prevenire significa accettare passivamente una patrimoniale occulta che pesa soprattutto sulle fasce più deboli. La gestione delle emergenze brucia risorse in mobilitazioni e ricostruzioni rapide, con costi che tendono a lievitare sistematicamente del 30-50%. Secondo il network C40 Cities, ogni euro investito oggi nella resilienza urbana – dalle piazze-spugna alle barriere naturali, fino ai tetti verdi – consentirà di risparmiare almeno 4 euro in danni evitati entro il 2050. Il caso di Copenaghen è emblematico: dopo l’alluvione del 2011, la città aveva stimato che non intervenire sarebbe costato 2,7 miliardi di euro in 30 anni. Il piano di piazze-spugna e parchi inondabili ne costa 1,3. Il risparmio è evidente.

Ma, come sottolineano molti sindaci, la transizione ha bisogno di una solida ingegneria finanziaria. «La priorità resta anzitutto la messa in atto di un modello economico favorevole agli investimenti per la transizione», afferma ancora Gilles Namur, che insiste sulla necessità di creare condizioni certe per gli enti locali: servono «meccanismi sicuri, come prezzi d’acquisto garantiti per le energie rinnovabili e contratti a lungo termine». Senza questa stabilità normativa, le città restano sole a gestire emergenze con risorse ordinarie.

Investire nella resilienza, dunque, non è soltanto una scelta ambientale, ma una delle manovre di bilancio più lungimiranti. La sfida delle oltre cento città della Mission 2030 non è una corsa solitaria verso un obiettivo ambientale, ma la costruzione di un nuovo modello di cittadinanza. Dalle piste ciclabili di Parigi ai biodigestori di Milano, dalle superillas di Barcellona alle piazze-spugna di Copenaghen, emerge un dato chiaro: la città del futuro sarà sostenibile o non sarà. Non per scelta ideologica, ma per necessità economica, sociale e umana.

La transizione è iniziata: ora si tratta di crederci davvero, investendo oggi per non pagare domani un conto sempre più salato. Che, in realtà, è già arrivato.

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