Ambiente

Crisi climatica, il greenwashing di ENI fa male come il petrolio

Il colosso energetico investe poco e male nelle rinnovabili. Intanto fa il record di produzione di greggio e investe sull'olio di palma

Di Rosy Battaglia
La bioraffineria ENI Porto Marghera, presentata dall'azienda come il "primo esempio al mondo di riconversione di una raffineria convenzionale in bioraffineria, in grado di trasformare materie prime di origine biologica in biocarburanti di alta qualità" utilizza in gran parte olio di palma. FOTO: archivio ENI

Non basta produrre biodiesel da olio di palma per diventare una multinazionale green. Specie se IPCC e Commissione Europea, nel giro di pochi mesi, confermano che la produzione dei biocarburanti di prima generazione, ottenuti da una coltivazione intensiva come la palma da olio, è dannosa per l’ambiente, l’uomo e il clima.

Legambiente: Eni, record produzione petrolio

In Italia, Legambiente punta il dito su ENI, nemica del clima, che da un lato ha aumentato la produzione globale di petrolio, al suo massimo storico, 1,9 milioni di barili/giorno. Ma dall’altra investe, poco e male, su fonti rinnovabili ormai obsolete, come nelle due raffinerie di Porto Marghera e Gela. Impianti che utilizzano, in gran parte, olio di palma,  materia prima che tra il 2021 e il 2030 dovrebbe uscire completamente dalla produzione. Ricevendo, pure, sussidi dallo Stato.

La metà dell’olio di palma importato va nel biodiesel

«Ben il 54% delle nostre importazioni di olio di palma è destinato alla produzione di biocarburante. Pochi lo sanno. Ma ogni volta che facciamo il pieno di gasolio acquistiamo anche olio di palma. Dal 3 al 15%. È considerato green e rinnovabile ma distrugge foreste e provoca il triplo delle emissioni di CO2 rispetto al petrolio» sottolinea a Valori Andrea Poggio, responsabile della mobilità sostenibile e stili di vita per l’associazione ambientalista. Informazioni già confutate in un rapporto del 2015, richiesto dalla Commissione europea ad un consorzio di enti di ricerca coordinati dall’International Institute for Applied Systems Analysis.

Già, produrre “bio fuels” deforestando il pianeta non è sostenibile. Proprio nei mesi scorsi, la stessa Commissione è corsa ai ripari con la modifica dei criteri di sostenibilità dei biocarburanti di prima generazione nella Direttiva Rinnovabili. Tanto che l’olio di palma, ad alto impatto ambientale e climatico, non potrà essere conteggiato per raggiungere gli obiettivi UE sulle fonti rinnovabili. Con un congelamento della produzione degli Stati membri, ai livelli del 2019, per il periodo 2021-2023, fino a un volontario abbandono a partire dal 2021 e la completa messa fuori produzione entro il 2030.

Biodiesel: emissioni diesel vs emissioni di biodiesel di prima generazione. Fonte: Transport & Environment - Vivi con Stile Legambiente
Biodiesel: emissioni diesel vs emissioni di biodiesel di prima generazione. FONTE: Transport & Environment – Vivi con Stile Legambiente

IPCC: nessun dato certo su riforestazione dopo coltivazione palma da olio

Nei primi giorni d’agosto, anche gli esperti dell’ultimissimo rapporto IPCC, centrato sulla relazione tra climate change e degrado del suolo, hanno confermato le denunce degli ambientalisti. Da una parte, dicono gli esperti, è certo l’impatto sulle emissioni globali di carbonio, salite fino al 9% per la deforestazione indiscriminata frutto delle coltivazioni per olio di palma. Dall’altra, invece, non ci sono ancora dati certi sulla riduzione delle emissioni sulle coltivazioni certificate e sui tentativi di riforestazione.

«Di sicuro la distruzione della foresta tropicale prosegue, l’aumento conseguente delle emissioni di CO2 pure. Quanto poi i pur lodevoli sistemi di certificazione abbiano arginato distruzione e inquinamento, ancora non si sa» sottolinea Andrea Poggio. «Anche per questo prosegue la nostra battaglia per chiedere di interrompere i sussidi al governo italiano. Legambiente non molla, questa estate Goletta Verde è stata a Gela dove l’ENI continua a produrre biodiesel da palm oil».

Da ENI solo le briciole per gli investimenti in rinnovabili

Secondo l’analisi di Legambiente, se è vero che nel piano industriale 2018-2021 Eni prevede investimenti nelle fonti rinnovabili per 1,2 miliardi di euro, a fronte di ricavi complessivi di 75.822 milioni di euro al 2018, in Italia nel 2018 ha investito solo 143 milioni di euro per investimenti tecnici in sviluppo di progetti rinnovabili, economia circolare e digitalizzazione. Tra queste, la riconversione e l’ampliamento delle due bio-raffinerie a Porto Marghera e a Gela. Che prevedono però, ancora, almeno parzialmente, produzione di biodiesel, con olio di palma, seppure certificato.

Proprio a Gela, grazie all’intervento del Ministero dell’Ambiente, segnala Andrea Poggio, è stata modificata in corso d’opera, la Valutazione di Impatto Ambientale del nuovo impianto. Presentata da ENI a gennaio di quest’anno, dopo le modifiche al progetto, prevede di mantenere la potenzialità di trattamento di 750mila tonnellate di olio di palma e derivati (PFAD).  Ma incrementa a 400mila totali sia i grassi animali che gli olii da cucina esausti (UCO).

Eliminare produzione biocarburanti da olio di palma entro il 2021

Legambiente chiede al governo italiano di eliminare dai biocarburanti l’olio di palma dal 2021 per due buone ragioni. La prima è favorire biocarburanti “avanzati” da rifiuti o di scarti agroalimentari italiani, favorendo così l’agricoltura nazionale. Per esempio? Oltre agli olii di frittura esausti, il biometano da rifiuti organici e scarti agroalimentari oppure bioetanolo da frazioni cellulosiche residue.

Anche per questa ragione Legambiente ha chiesto la modifica dell’attuale versione del Piano Energia Clima proposto dal governo, che continua a prevedere l’uso di biocarburanti non “avanzati” sino al 2030.

ENI segnalata all’Autitrust per pratica commerciale ingannevole

Nei mesi scorsi inoltre ha inviato all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, insieme al Movimento difesa del cittadino e Transport & Environment, una segnalazione per “pratica commerciale ingannevole”, il cui iter di istruzione è in corso. L’accusa è che la campagna pubblicitaria del biodiesel ENI diesel+ “-4% di consumi e -40% di emissioni gassose”, non sia stata supportata da prove o pubblicazioni tecniche e scientifiche sufficienti.

Oggi il consumatore paga di più il gasolio con olio di palma e produce più inquinamento (CO2) sia in Italia che nel mondo. Senza saperlo e senza possibilità di scegliere prodotti alternativi.

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