Processo Eni in Nigeria: «Scaroni e Descalzi sapevano delle tangenti»

Lo conferma l'ex manager, Vincenzo Armanna, in un'udienza cruciale del processo Opl 245. Numerosi gli incontri tra Eni e il mondo politico e degli affari nigeriano

Di Luca Manes
Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni dal 9 maggio 2014. Foto: archivio Eni

I fuochi d’artificio di una delle udienze più importanti del processo Opl 245 arrivano dopo oltre otto ore di dibattimento. Vincenzo Armanna, ex manager dell’Eni e unico degli imputati, insieme all’intermediario russo Ednan Agaev, a deporre, chiude l’infinita giornata all’aula sette del Palazzo di Giustizia di Milano, smontando uno dei baluardi della linea difensiva dell’Eni:

«I vertici societari, compresi l’ex ad Paolo Scaroni e l’attuale ad Claudio Descalzi, sapevano benissimo che il miliardo e 92 milioni di dollari che l’Eni aveva girato su un conto londinese del governo nigeriano erano destinati in ultima istanza alla Malabu dell’ex ministro del Petrolio Dan Etete».

Un passaggio così delicato e controverso da dover essere tenuto nascosto al responsabile dell’unità anti-corruzione Michele De Rosa, che non lo avrebbe approvato.

Troppo importante il petrolio offshore

Per l’Eni, aveva spiegato un imperturbabile Armanna nel corso dell’esame condotto dal pm Fadio De Pasquale, l’acquisizione del blocco petrolifero offshore OPL 245 era troppo importante, in un periodo, il principio del decennio in corso, durante il quale il Cane a Sei Zampe aveva così tanti problemi di varia natura che stava addirittura meditando di abbandonare la Nigeria. E non parliamo di un Paese qualsiasi, ma di uno dei più strategici tra i 70 dove la multinazionale è attiva in giro per il mondo.

Denaro spostato in modo “avventato”

Dopo il primo pagamento, si doveva far giungere a destinazione – leggi Malabu – l’ingente somma di denaro. E qui entrano in ballo altri “amici”, come il potente console onorario in Nigeria Gianfranco Falcioni e la sua società Petro Service, che ha a sua disposizione un conto corrente presso la Banca della Svizzera Italiana (BSI) di Lugano.

Tutte le tappe della licenza OPL245 in Nigeria

 

Il tentativo di spostare i soldi verso l’istituto di credito del Canton Ticino finisce male e non poteva essere altrimenti. Un’operazione a dir poco avventata, ribadisce Armanna, visto che Petro Service è una scatola vuota e la BSI una piccola Banca per di più del gruppo Generali, del quale è membro del Cda lo stesso Scaroni.

Il rischio reputazionale era enorme, «l’operazione era un disastro», ribadisce l’ex manager e non ci si deve stupire che per fare opera di dissuasione siano state prodotte delle “strane” email inviate da una figura apicale dei servizi segreti nigeriani. Tale Viktor che però, a detta di Armanna, non è quello esaminato come teste nel corso del processo OPL 245.

Il mistero si infittisce, ma forse si capirà qualcosa di più all’inizio della prossima settimana, quando sarà completato l’interrogatorio e si procederà con il contro-esame.

I tentativi di “ammorbidire” il testimone scomodo

In realtà c’è stata addirittura la possibilità che l’intero esame fosse spostato a settembre, perché gli avvocati difensori, in primis quelli di Eni e dei suoi manager, avevano chiesto un rinvio alla luce del tardivo deposito – le 17,30 di martedì pomeriggio – della memoria acquisita da un altro procedimento e in cui l’ex legale esterno dell’Eni, Piero Amara, dichiara che Claudio Granata (dirigente Eni molto vicino a Descalzi) proprio su indicazione dell’ad avrebbe provato ad “ammorbidire” Armanna promettendogli, in cambio, il reinserimento in azienda. Per inciso, proprio durante l’udienza le agenzie battevano la notizia che Descalzi ha querelato Amara per diffamazione.

L’ex manager, che ora lavora per una società saudita nel campo dei trasporti e della logistica, fu licenziato in tronco nel 2013 per una rendicontazione non giustificata di spese che ammontavano a circa 280mila euro. Nell’ottobre del 2013 Armanna ottenne, tramite accordo transattivo, un indennizzo di 400mila euro e il ritiro di qualsiasi azione legale da parte dell’Eni.

«Tutti sapevano»

Rigettata la richiesta di rinvio dal presidente della corte Marco Tremolada, come visto, si è proceduto con il fuoco di fila di domande di De Pasquale. Oltre al passaggio nodale sui momenti topici post accordo per la licenza, Armanna ha praticamente confermato quanto già aveva dichiarato nel corso dei prcedenti interrogatori con i pm. Ovvero che tutti in Eni sapevano che Dan Etete era il dominus di Malabu, nonché un soggetto condannato per riciclaggio di denaro (quindi secondo il codice etico dell’Eni non ci si sarebbe nemmeno dovuto parlare), che l’intermediario Emeka Obi era fortemente voluto da Scaroni e che la sua astronomica parcella di 200 milioni doveva giustificare altri passaggi di denaro. E ancora che Obi era visto male dai nigeriani, soprattutto da Etete di cui però formalmente era intermediario, che l’ex dipendente Eni Olufemi Akinmade ebbe un ruolo tutt’altro che secondario in tutta la vicenda e che la Malabu aveva una storia così complessa e oscura che mancavano addirittura i documenti che provavano che quando fu fondata, alla fine degli anni Novanta, facesse capo all’ex dittatore Sani Abacha.

I rapporti tra Eni e i big nigeriani

Incalzato dal pm, Armanna si sofferma sulla lunga teoria di incontri avuti con figure di spicco del mondo politico e degli affari nigeriano, fino all’ex presidente Goodluck Jonathan. Scopriamo così che all’entrata della sfarzosa villa di Etete a Lagos si era accolti da una decorazione con zanne di elefante, che il console onorario Falcioni affittava case a tutti i top manager dell’Eni perché così veniva garantita la loro sicurezza in un contesto non semplicissimo e che il deal si è sbloccato quando sono scesi in campo l’ex ministro della Giustizia Adoke Bello e l’ex ministra del Petrolio Alison Madueke Diezani (ex segretaria personale di Etete, nonché amante di Jonathan).

Il finale: «Descalzi succube di Bisignani»

La chiosa di Armanna su Descalzi è stata alla fine la più impietosa: l’attuale capo di Eni sarebbe stato succube di Luigi Bisignani, che spingeva per mantenere Obi nella trattativa. Descalzi temeva di essere screditato a mezzo stampa dal faccendiere italiano se non obbediva, ma in realtà all’attuale ad serviva proprio la sponsorship di Bisignani e le sue connessioni politiche per riuscire a prendere il posto di Scaroni nel 2014. Come effettivamente avvenne all’esordio del governo Renzi.

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