Climate Week: la vetrina globale del clima tra ambizioni e contraddizioni
Oltre mille eventi alla Climate Week 2025: tra ambizioni climatiche, alleanze politiche, accuse di greenwashing e l’assenza dell’Italia
Oltre mille eventi hanno riempito l’agenda della Climate Week di New York, la settimana dedicata alla lotta ai cambiamenti climatici che si è tenuta dal 21 al 28 settembre tra Manhattan e Brooklyn. Si contano a migliaia solo gli invitati che hanno partecipato a conferenze, workshop, riunioni e iniziative culturali e ci vogliono un paio di zeri in più per stimare il pubblico. La sedicesima è stata – come si dice ogni anno – un’edizione record: cento gli eventi in più rispetto all’edizione 2024.
Una vetrina globale per aziende e governi
Merito degli organizzatori del Climate Group, la Ong che con cinque sedi in tre continenti (Nord America, Europa e Asia) assomiglia un po’ a una multinazionale e crea una vetrina così scintillante da spingere chiunque in città abbia una sala adeguata a mettere la sua bandierina nell’agenda. Bravi anche a convincere un cospicuo numero di sponsor a sobbarcarsi parte delle spese organizzative: tra loro anche grandi brand già in odore di greenwashing come Microsoft, che al di là delle dichiarazioni negli ultimi anni ha visto crescere le emissioni e le partnership con l’industria fossile.
Aiuta la riuscita dell’evento, ovviamente, la presenza in città dei leader mondiali, che nella stessa settimana del festival convergono su New York per partecipare all’assemblea generale delle Nazioni Unite. Quest’anno il segretario generale António Guterres ha voluto anche inserire un evento nell’evento, il “Climate summit”, a cui hanno partecipato delegazioni di oltre cento Paesi per fare il punto sugli impegni da sottoscrivere a Belém: innanzitutto i cosiddetti “Nationally determined contributions” (Ndc), cioè gli obiettivi per gli anni successivi al 2030 che intendono darsi formalmente i governi per accelerare la lotta ai cambiamenti climatici. Anche se si tratta di una fiera senza status istituzionale, la kermesse di New York si trasforma di fatto in un’anticipazione della Cop, dove non si prendono decisioni ma si stabiliscono rapporti politici e alleanze strategiche.
Dai green job ai concerti a batteria: la faccia pop della Climate Week
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ad esempio, è intervenuta al Global Renewable Summit, altro vertice di alto livello inglobato nella Week. «La transizione energetica è davvero decollata. Nel 2024, quasi duemila miliardi di dollari sono stati investiti a livello globale nell’energia pulita» ha detto, pur sapendo che in Europa molti premono per ammorbidire gli impegni contenuti nel Green Deal. Anche la conferenza Climate Forward organizzata dal New York Times rappresenta un mega-evento in sé: sulle poltrone del Times Center si sono seduti il ministro dell’energia statunitense Chris Wright, per deridere la scienza dei cambiamenti climatici, e il governatore della California e prossimo candidato anti-Trump Gavin Newsom, che al contrario ha definito «abominevole» la svolta anti-green.
La politica, tuttavia, ha giocato un ruolo secondario alla Climate Week. L’edizione 2025 è stata intitolata “Power On”, un’esortazione a dare spazio a chi non aspetta i grandi leader per muoversi. C’è chi, come la fondazione The Solution Project, punta a creare oltre trecentomila posti di lavoro solo a New York investendo in edifici scolastici green. E c’è chi si interroga sui rischi e le opportunità dell’intelligenza artificiale, che può aiutare a rendere più efficiente una catena produttiva ma richiede data center sempre più grandi ed energivori. Non sono mancati gli appuntamenti pop, come la tappa del «Battery Tour» del cantante AY Young: un concerto interamente alimentato a batterie caricate da energie rinnovabili. O il bucolico «Drawing in the park», appuntamento en plein air per dipingere insieme il paesaggio del fiume Hudson.
La politica tra protagonisti e assenze eccellenti
La contemporaneità con l’assemblea Onu ha portato con sé anche qualche imbarazzo. Sulla Climate Week appena iniziata è piovuto il discorso al Palazzo di Vetro del presidente statunitense Donald Trump, che martedì ha definito i cambiamenti climatici «la più grande truffa mai perpetrata». Gli ha risposto Xi dal podio del Climate Summit, annunciando un piano per diminuire le emissioni cinesi del 7-10% entro il 2035: meglio di niente, ma si sperava in qualcosa in più. «La società smetterà di credere ai suoi leader», ha ammonito Ignacio Lula da Silva, presidente del Brasile e prossimo padrone di casa a Belém che dal canto suo ha fissato al 62-70% l’obiettivo del taglio alle emissioni per il 2035.
Non sono rimasti delusi i delegati del governo italiano, per il semplice motivo che alla Climate Week una delegazione ufficiale non c’era. Non pervenuto l’inviato speciale del governo italiano per i cambiamenti climatici Francesco Corvaro, secondo Repubblica in pessimi rapporti con il ministero guidato da Pichetto Fratin. La rappresentanza ufficiale italiana di rango più alto è stata quella della Regione Lombardia, che alla Climate Week ha presentato la prima legge regionale sul clima approvata in Italia.
Al di là degli screzi personali, l’assenza italiana ha una ragione politica. I governi europei non hanno un accordo sugli Ndc e alla Climate Week non avrebbero saputo quale posizione portare. Il veto di Polonia e Ungheria, spalleggiato anche da Italia e Francia, ha bloccato l’obiettivo di un taglio del 90% delle emissioni europee entro il 2050 proposta dalla presidenza di turno danese. A Belèm l’Ue si presenterà al massimo con una generica lettera d’intenti.




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