Che impatto producono le climate litigation? Un progetto italiano prova a capirlo
Passata la sentenza, cosa resta di una climate litigation? Prova a rispondere questa domanda Climpact, progetto guidato dal giurista Giuseppe Naglieri
In breve
- Climpact è un nuovo progetto di ricerca italiano, guidato dal giurista Giuseppe Naglieri dell’Università di Bari, che studia l’impatto reale delle climate litigation nel mondo.
- Il progetto analizzerà 500 cause di contenzioso climatico contro governi e imprese, verificando se sentenze e ricorsi abbiano davvero cambiato leggi, mercati o comportamenti.
- È il primo tentativo al mondo di guardare oltre la sentenza: finora la ricerca si era fermata all’esito legale, ignorando gli effetti reali nel tempo.
Esploso negli ultimi dieci anni, il fenomeno delle climate litigation – le azioni legali promosse contro governi e imprese per le loro responsabilità nella crisi climatica – è stato passato al setaccio da una quantità di studi accademici. Ma c’è un’area rimasta fuori dai radar, ed è quella dell’impatto. In altre parole: cosa succede dopo la sentenza, favorevole o meno? Per colmarla è appena partito un progetto all’avanguardia a livello mondiale. Ed è italiano.
Si chiama Climpact, ha mosso i primi passi a maggio ed è stato finanziato dal Fondo italiano per la scienza (Fis). A guidarlo è il professor Giuseppe Naglieri, ricercatore di Diritto comparato all’Università Aldo Moro di Bari, dove insegna Giustizia costituzionale comparata. «Approcciare questo tema mi è venuto naturale in base ai miei studi sulla giustizia costituzionale», spiega a Valori. Ha appena pubblicato una corposa monografia dei suoi studi, disponibile in open access. E ha curato un contributo per l’ultima edizione del rapporto sulle climate litigation del Grantham Research Institute, la “Bibbia” del settore.
500 cause di climate litigation analizzate nel mondo
«Climpact – spiega Naglieri – è un tentativo, a oggi unico a livello internazionale, di guardare al di là della sentenza. Perché si sa ancora molto poco rispetto a cosa accade dopo che le sentenze sono emesse, o anche solo dopo che un caso è stato presentato». Le domande ancora senza risposta sono ad esempio: c’è un cambiamento in leggi, regolamentazioni, policy? Si smuove l’opinione pubblica? La curva delle emissioni climalteranti flette? Le climate litigation, insomma, hanno un impatto tangibile?
Su tutto questo indagherà Climpact analizzando 500 casi di contenzioso climatico su scala globale, contro governi e privati. In aumento quelli che riguardano la finanza. «Climpact analizzerà i casi più significativi – sottolinea Naglieri – che mirano direttamente agli istituti finanziari perché sostengono nuovi progetti fossili o l’espansione dell’attività di imprese altamente impattanti: è un trend assolutamente in crescita. Studieremo anche l’impatto ex-ante, cioè quanto il rischio potenziale di climate litigation (per esempio in termini reputazionali) porti le imprese a conformarsi a determinati standard oppure a mutare pratiche o decisioni d’investimento».
La ricostruzione dell’impatto delle climate litigation nel tempo
Ricostruire gli impatti di una climate litigation è complesso. Perché è un’analisi empirica che deve documentare, tracciare, ricostruire passo per passo tutti i meccanismi che collegano un evento scatenante a un risultato osservato. E deve farlo in molteplici ambiti: legislativo e regolamentare, economico e finanziario, mediatico, nella percezione dell’opinione pubblica. A settembre, ad esempio, partirà una prima survey sui ricorrenti dei casi studiati: servirà per avere la prospettiva e soprattutto la percezione di chi li ha vissuti in prima linea. Altre ne seguiranno.
Poi c’è la dimensione del tempo, fondamentale. Naglieri porta l’esempio del celebre caso Neubauer, in Germania, dove la Corte Costituzionale aveva deciso in modo favorevole ai ricorrenti obbligando il governo a rivedere la legge sul clima perché i target di riduzione delle emissioni non erano adeguati. Cosa che accadde, in un primo momento. Ma il governo successivo, di colore diverso, la riformò peggiorandola addirittura rispetto alla versione originale. Ne scaturirono altri ricorsi, attualmente pendenti. Ma nel frattempo la prima sentenza aveva innescato una mobilitazione che aveva portato al moltiplicarsi di contenziosi simili, fino a Taiwan e in Corea del Sud. Come la palla di neve che, scendendo a valle, diventa valanga.
«Dobbiamo pensare agli impatti – dice Naglieri – come a una catena in costante mutamento, dove alti e bassi possono alternarsi. Per via dei tanti attori e forze in gioco, compresi i cicli elettorali». Una volta uniti tutti i puntini, i ricercatori dovranno verificare se i cambiamenti osservati siano davvero riconducibili al contenzioso climatico o se dipendano da altri fattori.
Governi e imprese, sempre più esposti ai contenziosi climatici
Climpact avrà una durata di quattro anni. Il 12-13 ottobre è in programma la presentazione ufficiale, con una conferenza internazionale inaugurale presso l’ateneo pugliese. Questi primi mesi sono dedicati ad affinare la metodologia e costruire il team che comprenderà giuristi, sociologi, economisti. Nel comitato scientifico siedono i massimi esperti in materia a livello mondiale. A progetto concluso, tutto il materiale verrà pubblicato in un database open access, con la possibilità (ancora da confermare) di integrarlo nel database del Sabin Center della Columbia University di New York.
«Oggi c’è un corpus significativo e incisivo di principi e regole, frutto anche di una circolazione transnazionale, che ormai è riconosciuto dalle corti apicali dell’ordinamento internazionale. I giudici non possono più ignorarlo», conclude Naglieri. «Per questo, governi e imprese hanno sempre più difficoltà a sostenere le argomentazioni con cui a lungo hanno negato le proprie responsabilità. Tutto ciò porterà, e in parte sta già avvenendo, ad alzare l’asticella dei contenziosi. Che per esempio non guarderanno più solo alle autorizzazioni di impatto ambientale, ma punteranno direttamente a inibire l’esplorazione di nuove fonti fossili».




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