Una “pagella climatica” per gli studi legali che difendono l’industria fossile

Nove studi promossi, 37 bocciati. In cinque anni accordi per oltre 2mila miliardi di dollari a favore di Big Oil. Spunta la prima A+

Anche nelle climate litigation, gli studi legali possono scegliere se rappresentare o meno l'industria fossile © photosvit/iStockPhoto

Avvocati e studi legali agiscono senza troppo clamore ma hanno un ruolo decisivo in molteplici ambiti della vita economica e sociale. Potrebbero averlo anche nella lotta alla crisi climatica, soprattutto se si alzasse il velo sui loro legami con l’industria dei combustibili fossili. Da qualche anno c’è chi ha iniziato a pungolarli: la Law Students for Climate Accountability (Lsca), un’organizzazione nata fra gli studenti delle facoltà di legge degli Stati Uniti per responsabilizzare il settore legale. Dal 2020 ha messo a punto, e progressivamente affinato, un modello di analisi del rapporto che gli studi legali intrattengono con le società dei combustibili fossili.

La valutazione si concentra su tre ambiti: le transazioni, cioè l’assistenza in operazioni come acquisizioni, finanziamenti e accordi commerciali; la litigation, che comprende la rappresentanza legale in procedimenti giudiziari, incluse le cause climatiche; e il lobbying, vale a dire le attività di rappresentanza degli interessi dell’industria fossile presso decisori politici e autorità di regolazione.

Sulla base di questi elementi, l’organizzazione stila una sorta di pagella con punteggi che vanno da un minimo di F a un massimo di A. Lo studio si è sempre focalizzato sulle maggiori law firms a stelle e strisce (quelle della classifica Vault 100), ma negli anni ha gettato uno sguardo anche su altre giurisdizioni, dal Canada all’Australia, dal Sudafrica all’Europa.

Pagella studi legali 2026: nove promossi, 37 bocciati

Il report 2026, che ha valutato l’attività degli ultimi cinque anni, arriva a un verdetto ben chiaro: gli studi legali più prestigiosi degli Stati Uniti restano profondamente coinvolti nell’espansione dei combustibili fossili. Nelle lapidarie parole di Asma Hameed Khan della Law Students for Climate Accountability, le loro dichiarazioni a favore della sostenibilità sarebbero «puro greenwashing».

Gli studi legali esaminati, infatti, nell’arco di cinque anni hanno contribuito alla conclusione di accordi per l’industria fossile per un valore superiore a 2mila miliardi di dollari. Il 2025 è stato l’anno del picco, con oltre 800 miliardi. Passando alle litigation si scopre che nell’88% dei casi hanno promosso gli interessi di Big Oil, anche aiutandoli nelle querele temerarie (le cosiddette Slapp, Strategic lawsuits against public participation) contro organizzazioni ambientaliste e attivisti. Gli studi legali hanno incassato oltre 35 milioni di dollari per attività di lobbying a favore di aziende fossili. Il doppio rispetto ai compensi ricevuti per attività analoghe al servizio delle energie rinnovabili.

Guardando la classifica, si nota immediatamente come è molto sbilanciata verso il basso. Solo nove studi hanno ottenuto il punteggio massimo (A), contro 37 “bocciati” (F). Ma c’è anche la prima A+: se l’è aggiudicata Foley Hoag, studio legale con quartier generale a Boston.

C’è anche un focus sugli studi legali più attivi nel sostegno al business dei data center dell’intelligenza artificiale, argomento particolarmente caldo negli Stati Uniti e nel mirino anche degli azionisti attivi. D’altra parte, la quantità di CO2 emessa dai data center statunitensi è quasi triplicata tra il 2018 e il 2024, raggiungendo i 106 milioni di tonnellate di CO2. Non stupisce che in prima linea ci siano studi legali valutati con F: «data center work is fossil fuel work», dice lo studio.

Il lobbying fossile degli studi legali a Bruxelles

Il report 2026 dà spazio anche all’Unione europea, facendo nomi e cognomi di chi ha fatto lobbying su dossier legati al Green Deal, alla regolamentazione delle emissioni di metano o alla direttiva sulla due diligence (Csddd). Cita anche gli studi legali che hanno rappresentato le società fossili nelle climate litigation contro Shell, TotalEnergies o Rwe.

In particolare lo studio critica la scarsa efficacia di strumenti quali l’Eutr, il registro europeo per la trasparenza. Tra fine 2019 e maggio 2024, ad esempio, sotto la prima presidenza di Ursula von der Leyen, i commissari europei e i loro gabinetti hanno tenuto quasi 900 incontri coi lobbisti delle fossili. Del resto, sono una cinquantina le organizzazioni che rappresentano a Bruxelles le maggiori compagnie petrolifere.

Gli studi legali che rifiutano l’industria fossile

Ci sono però anche elementi positivi. Nel Regno Unito, ad esempio, tra il 2021 e il 2025 i venti studi legali monitorati hanno curato transazioni per Big Oil per oltre 700 miliardi di dollari. Parallelamente, però, sono sempre di più quelli che si rifiutano di lavorare con il settore, contribuiscono a definire norme sull’ambiente e l’energia, prendono posizione nelle climate litigation. Lo studio presenta una quindicina di questi studi legali innovativi e riporta i loro statement. Un esempio? «A differenza dei nostri concorrenti, non abbiamo mai sostenuto (e non sosterremo mai) la perpetuazione dell’industria dei combustibili fossili».

La Law Students for Climate Accountability si rivolge alla professione forense in generale, agli studi legali e ai loro clienti, agli attivisti ambientali. Ma parla soprattutto a chi deve ancora entrare nel mondo del lavoro. «Come studenti di legge – ha dichiarato Nina Pusic, di Lsca – ci rifiutiamo di dedicare la nostra carriera ad aziende che mettono a fuoco il Pianeta. Lo scorecard ci offre le informazioni trasparenti che ci servono per compiere scelte etiche riguardo a dove lavorare».

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