«La biodiversità non è una merce»: cosa chiedono i popoli indigeni alla Cop17

Il Cali Fund dovrebbe far pagare alle multinazionali i dati genetici della natura. Ha raccolto 6mila dollari. Cauper Pezo spiega le richieste dei popoli indigeni

Elisabetta Norzi
Lizardo Cauper Pezo, leader del popolo Shipibo-Konibo dell’Amazzonia peruviana
Elisabetta Norzi
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Le popolazioni indigene sono i custodi, troppo spesso non riconosciuti, di gran parte della biodiversità del Pianeta. Conoscono le proprietà delle piante medicinali, sanno come preservare l’acqua e custodiscono conoscenze tramandate da generazioni sugli ecosistemi in cui vivono. Il loro ruolo sarà uno dei temi della Cop17 delle Nazioni Unite sulla biodiversità, in programma a Yerevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre.

Con il tema “Taking Action for Nature”, la Cop17 si occuperà della prima revisione dell’attuazione del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, l’accordo globale adottato nel 2022 per arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030. Si misureranno i progressi sui 23 target, a partire dal 30×30 – proteggere almeno il 30% delle terre e delle acque interne e il 30% delle aree marine e costiere entro il 2030 – e si discuterà di come integrare la biodiversità nelle politiche agricole, industriali, commerciali e finanziarie.

Il Cali Fund e i profitti delle multinazionali sui dati genetici

Come spesso accade alle Cop, uno dei negoziati più difficili sarà quello sulla finanza. A Yerevan si dovrà decidere, infatti, come rendere operativo il Cali Fund, istituito nel 2024 alla Cop16 in Colombia per fare in modo che le grandi aziende che utilizzano le informazioni genetiche digitali della natura – in gergo tecnico Digital Sequence Information (Dsi) – e ne ricavano profitti, contribuiscano alla conservazione della biodiversità. Il principio è semplice: le banche dati genetiche restano liberamente accessibili alla ricerca, ma proteggere le specie costa e una parte dei profitti generati dall’utilizzo di quelle informazioni dovrebbe tornare a chi protegge gli ecosistemi.

Sulla carta sono chiamate a pagare le multinazionali del settore farmaceutico, cosmetico, alimentare, biotecnologico, fino alle aziende di sequenziamento genetico e intelligenza artificiale. Ma finora questo fondo ha raccolto appena 6mila dollari, versati peraltro da due piccole società britanniche. Una cifra ridicola, se si considera che il divario globale tra quanto viene investito nella biodiversità e quanto sarebbe necessario per preservarla è stimato in circa 700 miliardi di dollari l’anno.

Lizardo Cauper Pezo, leader del popolo Shipibo-Konibo dell’Amazzonia peruviana, ci spiega perché per i popoli indigeni non basta destinare risorse alla conservazione della biodiversità: occorre riconoscere anche il loro diritto a partecipare alle decisioni e alla distribuzione dei benefici economici.

Le multinazionali utilizzano gratuitamente le vostre conoscenze e i codici genetici delle specie: che cosa chiedete alla comunità internazionale per fermare questo sfruttamento?

Preferiamo parlare della nostra responsabilità, che ci assumiamo da generazioni e che continuiamo a esercitare oggi: noi popoli indigeni gestiamo e proteggiamo territori che concentrano un’enorme ricchezza biologica e culturale. Non siamo semplicemente beneficiari della biodiversità; siamo popoli che, nel corso delle generazioni, hanno sviluppato propri sistemi di conoscenza, gestione del territorio e conservazione. Per questo chiediamo che le informazioni genetiche digitalizzate della biodiversità non siano considerate una risorsa gratuita, del cui utilizzo nessuno debba rispondere. Quando un’impresa utilizza informazioni derivate da piante, animali o microrganismi legati ai nostri territori e alle nostre conoscenze, deve esistere un meccanismo concreto che regoli l’accesso, garantisca la partecipazione e assicuri un’equa distribuzione dei benefici. 

Considerate il Cali Fund uno strumento potenzialmente efficace?

Il Cali Fund rappresenta un passo avanti perché istituisce un meccanismo multilaterale per distribuire i benefici derivanti dall’utilizzo delle informazioni sulle sequenze digitali delle risorse genetiche; inoltre, almeno il 50% delle risorse del fondo è destinato alle necessità individuate dagli stessi popoli indigeni e dalle comunità locali. Chiediamo tracciabilità, trasparenza, un’effettiva partecipazione indigena e l’accesso diretto alle risorse. Il denaro non deve perdersi nelle strutture burocratiche né arrivare esclusivamente ai governi o alle grandi organizzazioni intermediarie. Chiediamo inoltre che le nostre conoscenze tradizionali non vengano utilizzate, brevettate o commercializzate senza il nostro consenso.

La giustizia in materia di biodiversità significa riconoscere che dietro una pianta, un seme, una conoscenza medicinale o una pratica di gestione esistono un popolo, un territorio e una storia. La nostra posizione è semplice: se il mercato ricava valore dalla biodiversità e dalle conoscenze a essa associate, coloro che mantengono viva quella biodiversità devono partecipare in modo equo e diretto ai benefici.

Che cosa vi aspettate da questa Cop?

La Cop17 sarà particolarmente importante perché rappresenterà la prima revisione globale dei progressi collettivi nell’attuazione del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal. Tra i temi che saranno affrontati figurano proprio la mobilitazione delle risorse, le informazioni sulle sequenze digitali, biodiversità e salute, biodiversità e cambiamenti climatici. La nostra priorità è che la voce dei popoli indigeni non venga soltanto ascoltata negli eventi collaterali, ma trovi spazio anche nelle decisioni che riguardano i nostri territori. La Cop17 non dovrebbe chiedersi soltanto quanto denaro serva alla biodiversità. Dovrebbe anche chiedersi chi l’ha conservata fino a oggi, chi sta pagando il costo per farlo e chi ne sta ricavando benefici economici.

Quali sono allora le vostre richieste?

Se parteciperemo direttamente a questo processo, le nostre richieste non negoziabili sono cinque. Primo, territorio e autodeterminazione. Non può esistere conservazione della biodiversità senza garantire i diritti territoriali, l’autonomia, forme proprie di governance e la partecipazione effettiva dei popoli indigeni.

Secondo, equa distribuzione dei benefici. Il Cali Fund deve diventare un meccanismo capace di raggiungere effettivamente le comunità, e non soltanto una struttura finanziaria internazionale. Il 50% destinato ai popoli indigeni e alle comunità locali deve essere amministrato in modo trasparente e rispondere alle priorità e alle necessità che determiniamo autonomamente.

Terzo, protezione delle conoscenze tradizionali. Nessun utilizzo commerciale delle conoscenze indigene associate alle risorse genetiche deve avvenire senza consenso, garanzie e adeguati meccanismi di riconoscimento e distribuzione dei benefici.

Quarto, finanziamenti diretti per la conservazione indigena. Abbiamo bisogno di risorse per la sorveglianza del territorio, il ripristino degli ecosistemi, sistemi propri di conservazione, il rafforzamento della Guardia Indigena, la ricerca comunitaria e la trasmissione delle conoscenze tra le generazioni.

Infine, una conservazione basata sui diritti. Non accettiamo che la biodiversità venga utilizzata come argomento per espropriare i popoli indigeni dei loro territori. La conservazione deve essere realizzata con i popoli, non contro i popoli.

Qual è, oggi, la minaccia più urgente per la biodiversità del vostro territorio?

Nel territorio Shipibo-Konibo-Xetebo [la denominazione completa del popolo, che riunisce tre gruppi storicamente distinti, ndr], la minaccia più urgente è la perdita e la frammentazione del territorio ancestrale causate dalle attività estrattive, dalle invasioni e dalle economie illegali. Perché quando perdiamo territorio non perdiamo soltanto alberi o animali, perdiamo interi sistemi di vita.

Abbiamo problemi legati alla deforestazione, al traffico e all’occupazione delle terre, alla pesca e al disboscamento illegali, alla contaminazione dei corpi idrici e all’espansione di attività economiche che non rispettano la governance territoriale indigena. L’esperienza delle nostre comunità dimostra che questi problemi sono collegati. 

Ci può fare qualche esempio?

Quando una laguna viene contaminata, scompaiono i pesci; quando viene distrutta la foresta, si perdono piante medicinali e animali; quando il territorio viene invaso, vengono compromesse la sicurezza alimentare, la cultura e la trasmissione delle conoscenze. Per questo non possiamo separare la biodiversità dal territorio. Nella comunità di Nuevo Oriente de Chanajao, per esempio, si sono dovuti affrontare problemi di pesca illegale, contaminazione dell’acqua e pressioni sul proprio territorio, rafforzando i propri meccanismi di sorveglianza e difesa territoriale. La nostra risposta non consiste soltanto nel denunciare. Stiamo costruendo forme alternative di governance territoriale indigena, tra cui le Aree Ecologiche Indigene e il rafforzamento delle nostre istituzioni. Per noi conservare significa che una comunità possa decidere del proprio territorio, come proteggere le proprie foreste e le proprie acque, trasmettere le proprie conoscenze e costruire un’economia compatibile con la vita.

Che cosa rappresenta la foresta per il popolo Shipibo-Konibo?

Per noi la foresta non è semplicemente un insieme di risorse naturali. È un territorio vivo, con il quale manteniamo una relazione spirituale, culturale, sociale e materiale. Questa visione cambia completamente l’idea convenzionale di conservazione. Noi non pensiamo soltanto a “proteggere una specie”; pensiamo a mantenere l’equilibrio tra gli esseri umani, gli animali, le piante, i fiumi, le foreste e gli spazi che hanno un significato spirituale. Le piante medicinali ne sono un esempio fondamentale. La conoscenza che le riguarda non consiste soltanto nel sapere quale pianta serva per curare una determinata malattia. Esiste un insieme di conoscenze, pratiche, relazioni e responsabilità che si tramandano di generazione in generazione. Proprio per questo tale conoscenza non può essere considerata semplicemente una banca dati a disposizione di chiunque voglia commercializzarla.

Anche il Kené [i complessi motivi dipinti su ceramiche o tessuti che rappresentano la mappa visiva dell’energia e della spiritualità della natura, ndr] esprime questa relazione. I suoi disegni non sono soltanto decorazione. Costituiscono un modo di esprimere conoscenze, memoria, identità e una maniera di comprendere le relazioni tra le persone, il territorio e il mondo spirituale.

La conservazione e la cultura sono un tutt’uno, quindi?

Quando una donna Shipibo-Konibo mantiene viva la conoscenza del Kené, quando un saggio trasmette la conoscenza di una pianta medicinale, quando una comunità protegge una cocha [una laguna, ndr] o quando i nostri giovani partecipano alla sorveglianza del territorio, tutti noi stiamo contribuendo alla conservazione. La nostra cosmovisione ci insegna che la natura non è separata da noi. Noi ne siamo parte. Per questo la nostra proposta non è tornare al passato. È portare questa conoscenza nel futuro e combinarla con strumenti contemporanei di gestione territoriale, scienza e tecnologia, senza perdere la nostra identità. Per noi la biodiversità non è una merce: è vita, territorio, cultura, memoria e futuro.

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