Cop30, tra ambizioni mancate e spiragli politici
Il commento di Annalisa Corrado sulla Cop30: ambizioni deluse sui fossili, ma segnali politici importanti e società civile di nuovo protagonista
Negli ultimi anni il confronto internazionale sul clima è diventato sempre più complesso, segnato da aspettative elevate, tensioni geopolitiche e una crescente pressione da parte della società civile. La recente Cop30, ospitata alle porte dell’Amazzonia, si inserisce in questo scenario come un momento cruciale per valutare i progressi globali e le responsabilità condivise. È in questo contesto che si collocano le considerazioni che seguono, utili a comprendere luci e ombre di un negoziato che, pur mantenendo la cornice dell’Accordo di Parigi, mette in evidenza limiti, ambizioni e nuove opportunità per l’azione climatica.
Un risultato finale lontano dall’ambizione necessaria
Il risultato finale non è all’altezza dell’ambizione necessaria, soprattutto sul fronte dell’uscita dai combustibili fossili. È un esito deludente, anche alla luce dell’aspettativa riposta nella presidenza brasiliana, per una Cop volutamente tenuta alle porte dell’Amazzonia e a dieci anni dall’Accordo di Parigi. Nel testo finale non compare un riferimento esplicito all’uscita graduale da carbone, petrolio e gas: la scienza ci dice chiaramente che, per mantenere viva la soglia dell’1,5 gradi centigradi, non basta ridurre genericamente le emissioni – serve una vera transizione energetica, trasparente e condivisa.
A pesare su questo risultato è stata la timidezza dei Brics, con la Cina riluttante a sostenere il Brasile, unita al blocco dei Paesi produttori di fonti fossili. Non hanno aiutato neppure messaggi ambigui, come quello della presidente della Commissione europea von der Leyen al G20 («siamo contro le emissioni, non contro gli idrocarburi»), né l’atteggiamento del governo italiano che – in compagnia solo di quello polacco – ha tentato in modo imbarazzante di indebolire la posizione europea. Posizione che il team negoziale dell’Ue, guidato dal commissario Hoekstra, ha difeso con determinazione, lavorando fianco a fianco con un fronte di oltre 80 Paesi che fino all’ultimo ha chiesto un linguaggio chiaro sull’uscita dalle fonti fossili.
Questa coalizione – solida, scientificamente fondata, e determinata sulla via della mitigazione reale – esiste, ed è uno dei segnali politici più rilevanti emersi a Belém, anche in vista del prossimo appuntamento annunciato da Brasile e Colombia per aprile 2026 a Santa Marta. Un appuntamento a cui l’Europa dovrà presentarsi con credibilità, senza cedere a compromessi al ribasso che rischiano di svuotare l’ambizione climatica a colpi di deroghe e Omnibus.
Multilateralismo sotto stress, ma ancora vivo
Un altro elemento importante è la conferma della tenuta del processo multilaterale: l’Accordo di Parigi resta l’orizzonte comune. In un contesto geopolitico molto complesso, riuscire a mantenere coesione, rinnovare l’impegno collettivo e portare comunque avanti alcuni capitoli centrali non era affatto scontato. Un processo decisionale che richiede unanimità ha bisogno, mai come ora – davanti negazionismo climatico degli Stati Uniti di Donal Trump, e non solo – di tutto tranne che di forzatura e stappi.
Questa Cop ha avuto anche il merito di riportare al centro la partecipazione: a differenza delle edizioni di Baku e Dubai, la società civile è tornata protagonista. Nei dibattiti è stato forte il tema della finanza per l’adattamento, del contrasto alla deforestazione, del ruolo dei popoli indigeni come custodi delle biodiversità. Temi che nel documento finale compaiono in modo timido, ad esempio nel “Just transition mechanism”, che mette al centro persone ed equità, rafforzando cooperazione e assistenza tecnica. Indicazioni timide ma preziose, che tracciano la direzione del lavoro che dobbiamo portare avanti.
La finanza climatica resta la chiave di volta di ogni transizione equa, ma senza un riconoscimento chiaro degli obblighi degli Stati non si può chiedere alla società civile e ai territori di avere fiducia.
Per questo considero insufficienti gli strumenti basati unicamente sulla volontarietà degli Stati, come il Global Implementation Accelerator e le iniziative sugli NDC e sui piani di adattamento. Allo stesso modo, serve superare la frammentazione tra i negoziati su clima, biodiversità e desertificazione: sono sfide interconnesse e richiedono un quadro negoziale unificato.
La transizione reale nasce nei territori, oltre le dichiarazioni
La verità è che la transizione è già in corso nei territori, nelle economie reali, nelle comunità — molto più di quanto non emerga nei testi dei negoziati. E a dieci anni da Parigi, si capisce una cosa semplice: implementare è molto più difficile che annunciare. La stagione degli annunci è finita: ora siamo nel campo delle scelte e delle responsabilità reali. Ed è lì che dobbiamo continuare a dare battaglia, insieme.
Annalisa Corrado è ingegnera meccanica, europarlamentare e responsabile Conversione ecologica, clima, green economy e Agenda 2030 del Partito Democratico.




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