We are on the road to roadmaps? La Cop30 e la strada mancata verso l’uscita dalle fossili

La Cop30 evita la roadmap sui fossili e sulla deforestazione. Cosa resta della diplomazia climatica e quale futuro per la cooperazione globale

Mariagrazia Midulla
© Zô Guimarães/UN Climate Change
Mariagrazia Midulla
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Mentre sabato aspettavo, come tanti nel mondo, i risultati della Cop30, sconsolata dall’ultimo testo negoziale poi approvato – che citava solo indirettamente i risultati della Cop28 di Dubai e non parlava di una roadmap per l’abbandono dei combustibili fossili né di quella per fermare la deforestazione – leggevo un articolo di Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK). Rockström e colleghi scrivevano che il mondo ha perso un decennio cruciale per mantenere il sistema terrestre entro limiti di sicurezza: «È stato fatto troppo poco e troppo tardi». Ma è ancora possibile stabilizzare il sistema terrestre.

Gli autori descrivono i primi segnali di calo della resilienza del sistema terrestre e spiegano che, superata la soglia temporanea di 1,5 gradi, per recuperare serviranno rapidi tagli alle emissioni, la rimozione su larga scala dell’anidride carbonica e sforzi per rafforzare i pozzi naturali di assorbimento della CO2. L’analisi evidenzia anche come le pressioni che si rafforzano a vicenda – dalla perdita di biodiversità al cambiamento dell’uso del suolo fino allo stress idrico – rappresentino rischi concreti per le società. Un’azione coordinata sui sistemi energetici, alimentari e territoriali sarà essenziale per evitare un’ulteriore destabilizzazione.

Questa l’infografica che sunteggiava i concetti:

infografica midulla Cop30

Segnali positivi (che non bastano): picco delle emissioni e obiettivi net-zero

Ci sono però alcuni segnali positivi: diverse economie avanzate, tra cui Stati Uniti e Unione europea, hanno già raggiunto il picco delle emissioni di CO2, mostrando che la crescita economica può essere svincolata dal consumo di combustibili fossili. Più di 140 Paesi e quasi un quarto delle principali città hanno adottato obiettivi di zero emissioni nette.

Gli scienziati sottolineano che la stabilizzazione del sistema terrestre resta scientificamente possibile. È una lettura che colpisce, mentre alla Cop un obiettivo possibile non viene raggiunto per mancanza di volontà politica.

Eppure l’umanità parla d’altro, mal orientata da lobby sempre più pervasive, subdole, cattive. Così perdiamo occasioni di collaborazione e di azione comune. La ricetta la conosciamo, abbiamo tutti gli ingredienti, ma ascoltiamo chi ci impedisce di agire.

L’infografica del PIK, però, è anche una condanna per chi non ha fatto ciò che poteva fare, a tutti i livelli, soprattutto per chi ha maggiori responsabilità. Perché avere più responsabilità non dovrebbe significare più onori, ma il contrario.

Perché prendersela con le Cop è un errore

Ero piuttosto irritata alla fine della Cop, ma ho dovuto recuperare presto razionalità. Non solo perché la sfida è troppo grande per “impermalosirsi”, ma perché bisogna capire come andare avanti. Sui social ho iniziato a leggere molti commenti che, invece di prendersela con i governi, con i ricatti dei Petrostati, con il cerchiobottismo europeo e cinese, e con gli europei che hanno frenato – e tra loro l’Italia, insieme alla Polonia – se la prendevano con la diplomazia climatica e con le Cop. Ma non esiste mandato diplomatico che non arrivi dai governi. E l’alternativa a provare a cooperare è la giungla: la legge del più forte, il prevalere degli interessi privati.

La domanda, un po’ retorica, che mi sono posta è stata: quale alternativa alla Cop? A Belém non si è raggiunto un risultato davvero in linea con le indicazioni della comunità scientifica, perché nel testo finale non c’è l’impegno a elaborare piani per uscire dai combustibili fossili e fermare la deforestazione, cioè le cause della crisi climatica. Questo dimostra l’incapacità dei governi di compiere scelte coraggiose. Ma il tema è stato discusso, la presidenza brasiliana lo ha messo al centro del dibattito e dell’agenda internazionale, dopo che la nuova amministrazione americana aveva fatto di tutto per rimuoverlo. Ottantasei Paesi hanno preso una posizione chiara. Ci saranno nuove tappe, a partire dalla conferenza in Colombia, in qualche modo assunta e rilanciata dalla presidenza brasiliana. Un percorso in discesa? Tutt’altro. Ma cambiare pagina non lo è mai.

Qual è l’alternativa alla diplomazia climatica multilaterale?

Eppure, anche chi ha giustamente criticato il risultato della Cop è arrivato a scaricare la diplomazia climatica e, più in generale, le sedi multilaterali. Non sono d’accordo: dobbiamo poter criticare l’esito di una tappa senza che, tra “amici” e non tra avversari, venga rimesso in discussione l’intero percorso. Reazioni così drastiche, in alcuni casi, mostrano una scarsa consapevolezza della portata della sfida.

Inoltre, se per alcuni le sedi multilaterali sono “parte del problema” — e vorrei si spiegasse in che modo lo aggraverebbero, visto che i cambiamenti prodotti, pur insufficienti, sono stati gli unici rilevanti — qual è l’alternativa? Essere riusciti a nominare il cambiamento climatico in sede G20? È rilevante, certo, anche perché non si è accettato il ricatto del presidente americano, ma si tratta di una sede informale che non obbliga nessuno, come dimostra l’insistenza della società civile sull’accountability, in altre parole sui fatti. È importante come precondizione per i processi multilaterali, certo. Ma il fatto di aver deciso di svolgere il summit mentre la Cop si chiudeva dice molto sulla reale volontà e capacità di sostenere il processo.

Senza società civile, solo lobby: il vero rischio per il clima

La società civile, in sede Onu, è co-protagonista, nonostante i tentativi di restringerne gli spazi. Molti dei tentativi di affrontare i problemi dell’umanità, non solo ambientali, nascono proprio dalla sua mobilitazione e partecipazione. Se in futuro avremo solo G7 e G20 da seguire a decine di chilometri di distanza, per gentile concessione e senza alcun ruolo, o se dovremo affidarci ai piani emergenziali del “narciso di turno”, la società civile non peserà più: peseranno solo le lobby. Ed è esattamente ciò che vogliono gli arroccati fossili. Ebbi una conferma anni fa, quando un ex vicepresidente di una compagnia oil&gas, durante un dibattito a cui partecipavo su Sky, disse: «Basta con le Cop». È a questo che mirano, come sempre, anche manipolando il dibattito pubblico.

Restano solo le Cop, quindi? Assolutamente no. Nessuna decisione multilaterale può esistere se non nasce dai Paesi, dai territori, dai giovani, e dai grandi cambiamenti culturali e sociali di chi già oggi affronta il rischio climatico.


Il riferimento, non so quanto sottile, del titolo è alla canzone dei Talking Heads Road to Nowhere. Sia chiaro: non credo che stiamo andando da nessuna parte. O meglio, lo saremmo se iniziassimo un gioco a rimpiattino per non dire quando intendiamo “uscire” dai combustibili fossili che ancora pervadono le nostre economie – gas e petrolio, con il carbone in calo ma ancora troppo usato in alcune aree del mondo. Abbiamo già detto che dobbiamo abbandonare i combustibili fossili. Ora dobbiamo stabilire entro quando e come.


Mariagrazia Midulla è responsabile Clima ed Energia del WWF Italia

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