Tra silenzi e tagli, la copertura mediatica della crisi climatica va sempre peggio
Lo spazio che i media dedicano al clima impazzito continua a diminuire nel mondo. Anche per via dei tagli subiti dalle redazioni dedicate all’ambiente
In breve
- Lo spazio dedicato dai media mondiali alla crisi climatica è calato per il quarto anno di fila nel 2025: -14% sul 2024, quasi -40% rispetto al 2021.
- Il dato arriva da MeCCO (Università del Colorado-Boulder), che ha monitorato 130 testate in una sessantina di Paesi; il calo è più marcato in Africa, Medio Oriente, Nord America ed Europa.
- Il fenomeno coincide con tagli alle redazioni clima di testate Usa come Washington Post e CBS News – per MeCCO uno dei fattori che indebolisce la percezione pubblica del problema.
Gli impatti sempre più severi del riscaldamento globale sono sotto gli occhi di tutti? Non importa: sul tema i media mainstream continuano a usare il silenziatore, il «sopire, troncare» di manzoniana memoria. Lo si è visto con le ondate di caldo che hanno flagellato l’Italia e l’Europa in questi mesi. Prevalentemente i media le hanno derubricate alla voce «emergenza caldo», spingendosi a volte a parlare di «caldo killer». Ma bisognava cercare col lanternino per trovare chi evidenziasse l’ormai acclarato legame con la crisi climatica, di cui rappresentano una delle manifestazioni più letali.
Invece i media seguitano a dare voce disinvoltamente a chi ancora esprime dubbi sulle cause antropogeniche della crisi climatica e persino sulla sua stessa esistenza, sfiorando il negazionismo. E ciò nonostante le acquisizioni scientifiche siano ormai consolidate al punto che vengono regolarmente utilizzate nelle aule dei tribunali, nelle climate litigation in cui Stati e imprese finiscono sul banco degli imputati – e a volte sono condannati – proprio per non aver dato ascolto alla best available science.
MeCCO: la copertura mediatica del clima crolla nel 2025
Quello dei media che parlano poco, male e controvoglia di clima è un problema enorme, e non da oggi. C’è chi addirittura lo annovera fra le cause del fatto che il tema non è mai stato affrontato con la radicalità e l’urgenza necessarie. Per giunta è un problema che si sta aggravando. Lo dimostra una ricerca condotta dal Media and Climate Change Observatory (MeCCO) dell’Università del Colorado – Boulder. Il progetto coinvolge una trentina di ricercatori di 15 istituzioni universitarie internazionali e ha monitorato e valutato più di 130 testate giornalistiche, radiofoniche e televisive, in una sessantina di Paesi.
Lo spazio che i media hanno dedicato ai cambiamenti climatici nel corso del 2025 è diminuito per il quarto anno consecutivo. Si parla di una caduta del 14% sul 2024 e di un vero e proprio crollo vicino al 40% rispetto al 2021. Il fenomeno è trasversale, ma è risultato più acuto in Africa, in Medio Oriente, nel Nord America e in Europa. Il Vecchio Continente è la macro-area col più alto numero di testate monitorate, 36, fra cui La Repubblica e Corriere della Sera. Un po’ meglio è andata in Asia, America Latina e Oceania. Nel complesso, il livello di copertura mediatica che le principali fonti di informazione hanno riservato alla crisi climatica nel 2025 si è collocato al decimo posto nei ventidue anni (dal 2004) in cui MeCCO ha effettuato questo genere di rilevazioni.
I risultati dello studio di MeCCO sono in linea con quanto in Italia ha rilevato l’ultimo rapporto annuale dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia. E anche con i dati della non profit britannica Energy and Climate Intelligence Unit, secondo cui quasi i tre quarti degli articoli pubblicati sui principali quotidiani nazionali nel Regno Unito sull’ondata di caldo di giugno scorso non facevano riferimento al riscaldamento globale.
I tagli alle redazioni ambientali aggravano il problema
A questo fenomeno se ne aggiunge un altro collegato a filo doppio. Sta infatti prendendo piede un’infausta tendenza che ha un impatto diretto e immediato sulla copertura mediatica della crisi climatica. Ed è la tendenza a tappare la bocca a redazioni e giornalisti, professionalmente parlando, che sul clima cercavano di mantenere la proverbiale schiena dritta. Cioè di dire la verità, per quanto possa essere scomoda.
A dare il cattivo esempio c’hanno pensato guarda caso gli Stati Uniti. Il Washington Post, di proprietà del patron di Amazon e miliardario Jeff Bezos, mesi fa ha proceduto a tagli draconiani della redazione. Licenziando una quindicina di giornalisti specializzati su temi climatici. Prima ancora era stata CBS News a decimare il suo team dedicato al clima, poco dopo l’acquisizione da parte di Skydance Media, di cui è amministratore delegato un altro noto miliardario, David Ellison. Politico ha annunciato a giugno che Energy and Environment News non opererà più come marchio separato ma sarà riorganizzato all’interno dell’offerta informativa generale. Resta da vedere con quali risultati. Fra chi ha tagliato su ambiente e clima ci sono anche Npr (National Public Radio) e Wall Street Journal, che comunque non ne aveva mai fatto una bandiera.
La lotta contro la crisi climatica perde il supporto dei media
Max Boykoff, a capo delle attività di MeCCO, ha citato la riduzione del personale nelle redazioni fra i fattori che hanno contribuito di più alla diminuzione della copertura mediatica della crisi climatica. Insieme alle tensioni geopolitiche, all’effetto Trump che inonda la sfera pubblica con le news più disparate, e al fatto che la forte politicizzazione della scienza può indurre i giornalisti a evitare di collegare eventi meteorologici estremi alla crisi climatica.
Però Boykoff ha anche aggiunto: «Le persone non iniziano la giornata con una tazza di caffè e l’ultimo articolo scientifico peer-reviewed, ma si rivolgono ai media. Per cui, quando i media non trattano in modo approfondito e accurato queste urgenti problematiche climatiche, le persone potrebbero non rendersi conto di come i cambiamenti climatici influenzino la loro vita quotidiana e i loro mezzi di sussistenza». Senza il supporto di giornali, radio e televisioni, insomma, la lotta contro la crisi climatica è drammaticamente spuntata.




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