Cos’è la speculazione e perché è importante fermarla

La finanza derivata assomiglia molto alle scommesse, e come nelle scommesse sui cavalli, l’interesse non è per l’animale, ma per l’esito della gara.

Di Francesco Gesualdi

Un tempo la speculazione era intesa come un tentativo di guadagnare sulle variazioni di prezzo di qualsiasi bene avesse mercato. Poteva trattarsi di case, azioni, obbligazioni, francobolli, perfino tulipani come successe nel 1600 in Olanda. Ma oggi la speculazione si è arricchita di molte altre attività schematicamente riconducibili a due grandi filoni: la finanza derivata e le operazioni strutturate.

La finanza derivata assomiglia molto alle scommesse, e come nelle scommesse sui cavalli, l’interesse non è per l’animale, ma per l’esito della gara, così nella finanza derivata, l’interesse non è per il bene patrimoniale, ma per ciò che gli succederà da un punto di vista del prezzo o di altri aspetti. Tant’è il bene di riferimento è definito sottostante, mentre l’evento su cui si scommette è definito rischio.

Lo strumento principe di questo nuovo tipo di finanza è il derivato che consiste in un contratto attraverso il quale due parti stabiliscono cosa l’una deve all’altra in base a ciò che succederà all’evento finanziario preso a riferimento, che può essere il prezzo di una merce, i tassi di interesse bancari, il cambio di una valuta, la solidità di un debitore. Alla fine uno perde, l’altro vince, uno paga, l’altro incassa, come succede in ogni scommessa. Il valore mondiale dei contratti derivati è stimato in 700 mila miliardi, dove una delle due parti è spesso una banca.

Le operazioni strutturate sono forme di investimento, ossia prestiti, generalmente ad alto rendimento, ma anche ad alto rischio e alta complessità, nel senso che guadagno e ritorno del capitale sono legati non solo alla capacità del debitore finale di onorare i propri impegni, ma anche al realizzarsi di una serie di altre condizioni di difficile previsione. In questo senso operazioni strutturate e finanza derivata sono fortemente intrecciate fra loro. Non di rado la complessità di tali operazioni è utilizzata anche per nascondere perdite e falsificare i bilanci come mostra il recente caso di Monte dei Paschi che era riuscita a mettere fuori bilancio un investimento in perdita tramite un contratto complicatissimo con la banca giapponese Nomura, che non annullava la perdita, anzi la aumentava, ma la spalmava sugli anni a venire dando qualche possibilità ai dirigenti di Monte dei Paschi di farla franca. Almeno nell’immediato.

Da un punto di vista sociale, la speculazione moderna pone forti rischi all’interesse collettivo per due ragioni principali. La prima è che l’attività di scommessa si può realizzare su qualsiasi prodotto, compresi petrolio, minerali e derrate alimentari influenzando il loro prezzo. Nel 2008 la forte attività speculativa in ambito alimentare contribuì a fare crescere il prezzo dei cereali, e di conseguenza del pane, che ebbe come effetto finale l’aumento degli affamati nel Sud del mondo.

La seconda ragione è che finanza derivata e operazioni strutturate sono diventate attività abituali delle banche, che quindi hanno aumentato grandemente il rischio di perdite. In fondo la crisi bancaria del 2008 è dovuta al crollo dei titoli strutturati che avevano una connessione con i mutui accessi dalle famiglie americane. I titoli conservarono valore finché le famiglie pagarono, ma quando molte di loro non ce la fecero più, i titoli precipitarono mettendo nei guai tutte le banche, prime fra tutte quelle europee, che li avevano comprati a piene mani allettate dagli alti rendimenti.

Ma il problema delle banche è che rischiano con i soldi degli altri e se falliscono non ci rimettono solo i loro azionisti, ma tutti coloro che le hanno prestato i soldi. Per di più le banche giocano un ruolo centrale nel finanziamento delle imprese e quando non sono più grado di emettere credito mettono a repentaglio l’intera economia. Queste sono le ragioni per cui i governi si sentono sempre in dovere di intervenire quando una banca traballa. Non a caso in ambito europeo gli stati hanno impegnato circa 2500 miliardi di euro per salvare le banche dalla crisi del 2008, facendo aumentare a dismisura il debito pubblico di tutti i governi. Lo stesso stato italiano ha appena accordato a Monte dei Paschi una somma di 4 miliardi di euro, ufficialmente come prestito al 9%, ma in caso di incapacità di restituzione potrebbe anche trasformarsi in partecipazione azionaria. Ossia una somma data a fondo perduto. E’ un fatto, comunque che lo stato italiano quei quattro miliardi non li aveva e per trovarli li ha dovuti ottenere in prestito lui stesso appesantendo il nostro debito pubblico.

Secondo molti è proprio la certezza che lo stato interverrà, ad alimentare nei banchieri l’azzardo morale, ossia lo stimolo ad effettuare operazioni azzardate. Per cui il primo messaggio da inviare è che i governi non salvano più le banche, ma tutt’al più i risparmiatori e la funzione del credito. Un po’ come è successo in Islanda, dove lo stato ha lasciato andare in malora le banche private e i loro creditori internazionali, ma ha rimesso in piedi nuove banche governative che hanno garantito il credito e i depositi dei risparmiatori islandesi.
Contemporaneamente bisogna proibire a chi svolge attività creditizia di svolgere anche quella speculativa in modo da impedire che un’attività sociale come l’erogazione del credito possa essere messa a repentaglio dalle attività d’azzardo. Detta in un altro modo bisogna tornare alla separazione fra banche commerciali e banche d’investimento, come ha anche sollecitato il rapporto Liikanen.

E per impedire che la finanza possa avere ripercussioni negative in altri ambiti importanti del vivere civile, bisogna impedire qualsiasi attività speculativa sui titoli di stato e bisogna regolamentare l’uso degli strumenti derivati nei mercati delle materie prime, affinché siano utilizzati esclusivamente come strumenti assicurativi come era nella loro funzione originaria. Qualche timido passo in questa direzione l’Unione Europea l’ha fatto adottando una regolamentazione che limita alcune operazioni sui titoli di stato.

Ma di strada da fare ne rimane ancora molta. La sfida è sapere fare scelte sgradite ai signori della finanza.
Articolo comparso su Missione Oggi

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