Il progetto del caccia Gcap è a rischio, mentre aumentano i costi
Il programma tra Italia, Giappone e Regno Unito slitta verso il 2040 per i ritardi sui fondi di Londra, mentre la spesa triplica a 18,6 miliardi
I progetti per il caccia di sesta generazione “made in EU” continuano a deragliare. Secondo quanto rivelato dal quotidiano britannico Telegraph, il Global Combat Air Programme (Gcap) – che vede la partecipazione di Italia, Giappone e Regno Unito – non arriverà nei tempi inizialmente previsti.
Il problema risiede nello stanziamento di fondi da parte di Londra. Il governo si era impegnato ad aggiornare la flotta aerea entro il 2035 adottando il caccia di nuova generazione Tempest, risultato appunto del programma Gcap. Ma secondo il Piano di investimenti per la difesa (Dip), di prossima pubblicazione, i finanziamenti per il progetto saranno stanziati solo verso la metà degli anni 2030.
Ciò significa che i nuovi aerei entreranno in servizio intorno al 2040, o persino successivamente. Un ritardo significativo, considerando che il piano iniziale prevedeva la sostituzione dei vecchi Typhoon con i primi Tempest nel 2035. Stando alle indiscrezioni del Telegraph, entro quella data Londra dovrebbe invece sbloccare i fondi per far proseguire il progetto.
Sul Gcap aleggiano da tempo diverse ombre. Ad agosto 2025, la National Infrastructure and Service Transformation Authority, l’agenzia governativa britannica incaricata di valutare i grandi progetti, aveva già valutato negativamente la fattibilità del progetto e ne aveva messo in dubbio la buona riuscita.
Caccia Gcap: molto più di un semplice aereo
Il Gcap nasce per la produzione di un aereo di sesta generazione stealth. Ossia un jet realizzato con tecnologie che lo rendono scarsamente rilevabile dai radar o da altri dispositivi di localizzazione. Questo velivolo dovrebbe sostituire i vecchi Eurofighter Typhoon e ammodernare così le aviazioni dei Paesi coinvolti, per poi aprirsi al mercato estero.
Il Gcap però è molto più di un aereo. Il jet ha capacità avanzate di penetrazione, è in grado di operare in simbiosi con droni da combattimento collaborativi (detti gregari) guidati dall’intelligenza artificiale, è dotato di sistemi di comando e controllo basati su intelligenza artificiale, comunicazioni sicure e capacità di guerra elettronica di nuova generazione. Il caccia ha inoltre capacità multi-dominio, in grado di integrare azioni coordinate, simultanee e sincronizzate nei cinque domini operativi: terra, mare, aria, spazio e cyber.
A gestire il programma è da una parte un’organizzazione governativa di coordinamento (Gigo), composta paritariamente da Giappone, Italia e Gran Bretagna; dall’altra Edgewing, la joint venture a quote paritarie tra i gruppi capofila, ossia la britannica Bae Systems, l’italiana Leonardo e la giapponese Japan Aircraft Industrial Enhancement Co..
Interpellata riguardo ai possibili ritardi da parte britannica, Leonardo si dice fiduciosa che il governo di Londra rispetterà gli impegni presi.
Il ruolo dell’Italia e l’aumento dei costi
Il nuovo aereo da combattimento in Italia dovrebbe affiancare dal 2035 i caccia Eurofighter e F‑35, prima di sostituire gradualmente il primo. Attualmente, l’Italia dispone di 58 Tornado, 94 Eurofighter Typhoon e 33 F-35. Al contempo si è avviato l’acquisto di altri 24 Eurofighter in una versione più avanzata d’attacco e di ulteriori 25 F-35.
Leonardo ha il compito di coordinare lo sviluppo complessivo del sistema. Avio Aero ed Elt Group partecipano come Lead Sub-Systems Integrator. Ma il programma coinvolgerà anche Mbda Italia e l’intera filiera nazionale dell’aerospazio e difesa, comprese le piccole e medie imprese, i centri di ricerca e il mondo universitario, spiega Gianni Alioti, attivista ed esperto di industria militare italiana. I costi del progetto però continuano ad aumentare. La spesa per la Fase 1 (ideazione e progettazione preliminare) e la Fase 2 (sviluppo completo) del Gcap è passata da 6 a 18,6 miliardi di euro. La cifra non include i costi futuri legati alla produzione iniziale e in serie (Fase 3 e 4) né quelli inerenti al ciclo di vita operativo dei sistemi.
«Quando si passa da un sistema d’arma di vecchia generazione a uno di nuova, c’è una decuplicazione dei costi e un allungamento dei tempi di realizzazione. Il costo finale per unità aumenta esponenzialmente. Per cui, anche se le spese militari raddoppiano, in termini di volumi produttivi queste non sono sufficienti per garantire l’acquisto dello stesso numero di sistemi d’arma. Questa è anche una delle ragioni per cui poi le ricadute in termini occupazionali non si verificano», spiega ancora Alioti.
Costi e dipendenza dagli Stati Uniti
A pesare sui costi è anche la mancanza di competenze a livello europeo. «Molti Paesi hanno adottato gli F-35 statunitensi e le industrie nazionali hanno assunto ruoli di fornitori di secondo livello, come nel caso di Leonardo. Ciò ha fatto venire meno quelle competenze e quelle capacità industriali che le aziende europee avrebbero invece potuto sviluppato se dopo l’Eurofighter avessero iniziato a lavorare sui caccia di quinta generazione senza adottare gli F-35».
Il Gcap in teoria dovrebbe rientrare nei progetti di autonomia strategica dell’Unione europea e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, ma in Europa ci sono altri due progetti per lo sviluppo del caccia di sesta generazione. Ciò significa maggiore competizione in termini di vendite. Ma c’è un altro problema. Gli Stati Uniti stanno lavorando all’F-47 ed è probabile che Washington, spiega Alioti, farà pressioni sugli alleati europei perché acquistino il suo caccia, come già fatto per gli F-35.


Nessun commento finora.