Qual è il legame tra criptovalute e gli Epstein files?
Cosa c’entrano le criptovalute con gli Epstein files? Un’analisi dei flussi di denaro, dei limiti della tracciabilità e delle responsabilità finanziarie
C’è una sottile linea rossa che lega il mondo delle critovalute a quanto emerso negli anni attraverso l’analisi degli Epstein files. Una linea che parte da bizzarre teorie del complotto e atterra su un più che reale sistema di potere, sfruttamento e prevaricazione, con una serie di idee antidemocratiche e molto poco etiche.
Dagli investimenti in Coinbase e Blockstream all’eugenetica digitale, vediamo come il finanziere pedofilo ha usato anche le crypto per costruire una rete di potere globale.
L’ombra di Epstein sul Web 3.0
Il 19 novembre 2025 il presidente Donald Trump ha firmato l’Epstein Files Transparency Act. Si tratta di una legge bipartisan che obbligava il Dipartimento di Giustizia (Department Of Justice – Doj) a rendere pubblici, entro 30 giorni, tutti i documenti relativi alle indagini sul finanziere e pedofilo Jeffrey Epstein. Il 30 gennaio 2026, dopo un avvio traballante e pesantemente criticato, il Doj ha pubblicato oltre tre milioni di pagine di atti, 180mila immagini e 2mila video, distribuiti in 12 dataset che comprendono anche documenti bancari, piani di volo, email e messaggi privati. L’insieme costituisce uno dei più grandi archivi giudiziari mai rilasciati al pubblico in un’unica soluzione.
Tra le informazioni interessanti emerse da questa “inondazione documentale” c’è il sistematico interesse di Epstein per l’ecosistema delle criptovalute. Ecosistema emerso ufficialmente nel 2009, quando il white paper “Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System” comparve a firma dello pseudonimo Satoshi Nakamoto, ma alla quale il finanziere si avvicinò con anticipo sorprendente già nel 2011. La domanda che emerge è: perché un uomo che aveva costruito la propria fortuna e il proprio potere sul controllo privato dei flussi finanziari (sfruttando banche compiacenti, strutture offshore e reti di relazioni opache) si sarebbe interessato a una tecnologia decentralizzata, progettata esplicitamente per sfuggire ai controlli istituzionali?
La risposta, suggeriscono i documenti, è duplice. Da un lato, le criptovalute rappresentavano per Epstein uno strumento potenziale per diversificare e rendere ancor più opaco il proprio sistema finanziario, già sofisticatissimo. Dall’altro, il mondo crypto era popolato da figure intellettualmente affini alla sua visione del mondo: tecno-ottimisti convinti che la tecnologia potesse ridisegnare la società al di fuori delle istituzioni democratiche, e disposti ad accettare il denaro di chiunque potesse accelerare quella transizione. Epstein, dunque, nella storia del Web 3.0 era, almeno in parte, uno dei silenziosi benefattori.
Gli investimenti: seguire la “scia digitale” del denaro
Il primo investimento documentato di Epstein nel settore crypto risale al dicembre 2014. Una valutazione patrimoniale del suo fondo IGO Company Llc (una società a responsabilità limitata registrata nelle Isole Vergini Americane) evidenzia una transazione da 3 milioni di dollari in azioni Coinbase. A intermediare l’operazione fu Brock Pierce, co-fondatore di Tether (società leader nel mercato delle stabelcoin) e figura centrale nell’ecosistema crypto degli anni Dieci, che contattò Epstein definendo Coinbase «l’affare più di platino dello spazio» («the most platinum-plated deal in the space»). Le email pubblicate dal Doj mostrano che il co-fondatore di Coinbase Fred Ehrsam era al corrente dell’investimento e si disse interessato a incontrare Epstein, se conveniente. Nel 2018, Epstein avrebbe ceduto circa la metà delle sue quote a Blockchain Capital, il fondo di Pierce, per circa 15 milioni di dollari.
Più rilevante sotto il profilo ideologico è il coinvolgimento di Epstein in Blockstream, società leader in infrastrutture per Bitcoin, fondata da Adam Back e Austin Hill. Tramite un fondo denominato Kyara Investments III, posseduto al 50% con Joi Ito (all’epoca direttore del Mit Media Lab) Epstein investì circa 500mila dollari nel 2014. Le email mostrano i co-fondatori di Blockstream pianificare un viaggio a St. Thomas, a pochi chilometri dall’isola privata di Epstein, Little St. James, per presentare il progetto. Il fondo Kyara ha ceduto le quote pochi mesi dopo, secondo Back, per «potenziali conflitti di interesse». Blockstream ha ribadito di non avere connessioni finanziarie dirette o indirette con Epstein o il suo patrimonio.
Crypto su misura: Epstein e l’uso strumentale delle valute digitali
Il collegamento più sistemicamente significativo riguarda tuttavia il Mit Media Lab e la sua Digital Currency Initiative (Dci). Secondo i documenti del DOJ, Epstein donò complessivamente 850mila dollari al Mit tra il 2002 e il 2017, di cui 525mila destinati specificamente alla Dci. Nel 2015, quando la Bitcoin Foundation era sull’orlo del fallimento e i suoi sviluppatori rischiavano di restare senza finanziamenti, fu il Mit (parzialmente sostenuto da quei fondi di Epstein) a diventare il «principale hub istituzionale e fonte di finanziamento» per Bitcoin, ospitando Wladimir van der Laan, Gavin Andresen e Cory Fields. In una mail del 2017, Ito ringrazia esplicitamente Epstein: i “gift funds” avevano permesso di «muoverci velocemente e vincere questo round”». Un documento che mette a disagio chiunque sostenga fermamente la narrativa dell’autonomia radicale di Bitcoin.
I file rivelano anche una corrispondenza del 2016 in cui Epstein propone a un consigliere di un principe saudita un piano per la creazione di due valute digitali, citando la propria familiarità con «alcuni fondatori di Bitcoin molto entusiasti». Esiste inoltre traccia di conversazioni su una “Sharia Coin”, un progetto di criptovaluta conforme alla legge islamica discusso con imprenditori del settore. Ulteriore prova di come Epstein vedesse le crypto non come una ideologia, ma come uno strumento duttile da modulare secondo gli interlocutori.
La teoria del complotto: Epstein è Satoshi Nakamoto?
Non appena i tre milioni di pagine del Doj hanno iniziato a circolare online, i social media sono stati inondati di ipotesi clamorose, tra cui una in particolare: Jeffrey Epstein sarebbe stato, in realtà, Satoshi Nakamoto, il misterioso creatore di Bitcoin. A fare da carburante alla teoria è stata soprattutto un’email virale (rapidamente classificata come falsa da France24 e altri fact-checker) in cui Epstein avrebbe scritto a Ghislaine Maxwell il 31 ottobre 2008, il giorno stesso della pubblicazione del white paper di Bitcoin, usando la frase «lo pseudonimo Satoshi funziona perfettamente». Quella email non esiste nei file del Doj: è un documento artefatto.
La realtà documentata è ben più sobria. I file mostrano che Epstein si avvicinò a Bitcoin solo nel 2011 chiedendo all’imprenditore tech Jason Calacanis di metterlo in contatto con i suoi sviluppatori. Se fosse stato il creatore del sistema, non avrebbe avuto bisogno di intermediari per rintracciarne i programmatori. Non esiste alcuna evidenza tecnica che colleghi Epstein alla stesura del codice, al mining dei blocchi iniziali o al controllo delle chiavi crittografiche associate al wallet di Satoshi. Le analisi forensi della comunità crypto (e anche i documenti stessi del Doj) non contengono riferimenti che identifichino Epstein come Nakamoto.
La teoria, però, continua a circolare per due ragioni. La prima è che l’identità di Satoshi Nakamoto resta davvero sconosciuta, lasciando aperto uno spazio che i costruttori di narrative alternative non faticano a occupare. La seconda è che l’interesse di Epstein per l’anonimato finanziario (le offshore delle Isole Vergini, i fondi co-intestati, le strutture opache) si sposa culturalmente con la filosofia cypherpunk che ispirò la creazione di Bitcoin. Epstein non era Satoshi, ma aveva capito cosa Satoshi aveva creato, e ne voleva una fetta.
Il “sistema Epstein”: le crypto come “Offshore 2.0”
Per comprendere l’interesse di Epstein nelle criptovalute occorre prima capire come funzionava il suo sistema finanziario tradizionale. Per oltre 15 anni, JPMorgan Chase ha gestito i suoi conti, processando più di 4.700 transazioni per un valore complessivo superiore a 1,1 miliardi di dollari. Molte di queste includevano pagamenti a vittime del traffico sessuale negli Stati Uniti, in Europa dell’Est e Russia. Dal 2013 al 2018, dopo che JPMorgan si era sfilata, Deutsche Bank aprì per Epstein più di 40 conti, elaborando milioni in transazioni sospette, strutturate per eludere gli obblighi di segnalazione antiriciclaggio. Tra queste, pagamenti a donne descritti come «rette scolastiche». Nel 2023, le due banche pagarono complessivamente 365 milioni di dollari in accordi extragiudiziali con le vittime. Oggi quattro banche (JPMorgan, Deutsche Bank, Bank of America e BNY Mellon) sono al centro di un’inchiesta parlamentare su oltre 1,5 miliardi di dollari in transazioni sospette.
Le criptovalute rappresentavano, agli occhi di Epstein, l’evoluzione naturale di questo sistema. Se le grandi banche, nonostante la loro compiacenza, lasciavano comunque tracce, generavano Suspicious Activity Reports e potevano essere trascinati in tribunale, i pagamenti in criptovaluta offrivano, almeno in apparenza, una soluzione più radicale: transazioni pseudonime, irreversibili, indipendenti dal circuito Swift, difficilmente tracciabili senza le chiavi private dei wallet. La combinazione tra strutture offshore alle Isole Vergini Americane e asset digitali avrebbe teoricamente permesso a Epstein di costruire un sistema di pagamento globale ancora più difficile da smantellare per le autorità.
Non esistono prove documentate, nei file rilasciati finora, di pagamenti effettivi in criptovaluta alla rete di traffico sessuale. Ciò che i documenti mostrano sono gli investimenti in infrastrutture crypto (Coinbase, Blockstream, Mit Dci) e una familiarità con i meccanismi del settore che va ben al di là del semplice interesse da investitore. L’ipotesi che Epstein stesse costruendo, o valutando, un sistema di pagamento parallelo è dunque la proiezione di un modus operandi consolidato su una nuova tecnologia.
I tecnoligarchi e l’eugenetica digitale
Il filo che connette Epstein ai contemporanei “tecnoligarchi” (da Elon Musk a Peter Thiel, passando per Mark Zuckerberg e Reid Hoffman) non è esclusivamente finanziario. È anzitutto ideologico. I documenti del Doj e le email consegnate alla House Oversight Committee rivelano una fitta corrispondenza tra Epstein e il filosofo dell’IA Joscha Bach, nel luglio 2016. I due discutono di gerarchie razziali, ingegneria genetica e, secondo quanto riportato dalla testata Byline Times, della presunta “utilità” della morte di massa in condizioni di stress climatico. Bach, il cui lavoro sulle architetture cognitive ha influenzato figure come Musk, aveva ricevuto da Epstein una donazione di circa 400mila dollari.
Parallelo e altrettanto inquietante è il legame con il filosofo Nick Bostrom. Padre intellettuale del “longtermismo”, la dottrina secondo cui le decisioni morali devono prioritizzare il benessere delle generazioni future, anche a costo di sacrifici presenti. Bostrom, il cui Future of Humanity Institute all’Università di Oxford era finanziato tra gli altri da Elon Musk, frequentava la rete Edge Foundation, i cui eventi-cena erano finanziati da Epstein fin dal 1999. In un’email del 1996, resa pubblica nel 2023, Bostrom aveva usato la “N-word” e sostenuto la superiorità genetica dei bianchi. Nel 2011, la fondazione di Epstein ha donato 20mila dollari alla Worldwide Transhumanist Association (oggi Humanity+), co-fondata da Bostrom. E 100mila dollari per stipendiare Ben Goertzel, suo vicepresidente.
Zorro Ranch e l’utopia oscura del controllo biologico
Al centro di questo sistema ideologico c’era il Zorro Ranch, la tenuta di 7.600 acri nel New Mexico acquistata da Epstein nel 1993. Secondo quanto riferito da quattro fonti al New York Times nel 2019, Epstein aveva confidato a scienziati e imprenditori il suo piano di «seminare la razza umana con il suo dna», inseminando fino a 20 donne alla volta nella tenuta. La sua azienda Southern Trust Co., registrata nelle Isole Vergini Americane, aveva dichiarato di svolgere «analisi del dna». Nel 2026 il parlamento del New Mexico ha approvato la costituzione di una “truth commission” per indagare su quanto avvenuto nel ranch. Nelle ore in cui scriviamo questo testo, sono attive le ricerche dei corpi di due ragazze proprio nei terreni del ranch.
Questa visione, l’individuo superiore che plasma l’umanità attraverso la tecnologia, aggirando le istituzioni democratiche, non è estranea ai protagonisti odierni della Silicon Valley. La ricerca sulla longevità, l’editing genetico degli embrioni, le reti neurali impiantabili: sono campi in cui circolano miliardi di dollari provenienti dagli stessi ambienti che Epstein frequentava. Un celebre dinner del 2015 a Palo Alto vide Epstein sedere allo stesso tavolo con Musk, Zuckerberg e Thiel, ospiti di Joi Ito e Reid Hoffman. Non si trattava di un incontro fortuito. Era la convergenza tra il capitale della tecnocrazia e le sue ambizioni geopolitiche. Ambizioni che oggi trovano espressione nella presenza di molti di quei protagonisti ai vertici delle politiche tecnologiche e di sicurezza delle principali democrazie occidentali.
Un monito per il futuro
Jeffrey Epstein non era soltanto un pedofilo e un trafficante di esseri umani. Era un broker di potere, un operatore che aveva compreso, prima di molti altri, che il vero bene di scambio nel mondo contemporaneo non è il denaro, ma l’accesso: accesso a scienziati, politici, banchieri, fondatori di startup, capi di Stato. Il denaro era lo strumento, non il fine. Le criptovalute si inseriscono in questa logica non come anomalia, ma come naturale prolungamento: una tecnologia che prometteva di rendere i flussi finanziari ancora più opachi, le reti di relazioni ancora più difficili da tracciare, il potere ancora più difficile da contestare nelle aule di tribunale.
La vera lezione dei file del Doj non riguarda Bitcoin o Blockstream o Coinbase, riguarda la struttura sistemica del potere che Epstein incarnava. Una struttura in cui le istituzioni finanziarie guardano dall’altra parte davanti a miliardi in transazioni sospetten. In cui le università di élite accettano donazioni da condannati per pedofilia senza fare domande. O in cui filosofi dell’ottimizzazione umana frequentano i medesimi salotti di chi pianifica il traffico di minori. Quella struttura non è scomparsa con la morte di Epstein nell’agosto 2019.
Forse la riflessione più urgente che questi file impongono riguarda la trasparenza tecnologica. Le innovazioni (le criptovalute, l’intelligenza artificiale, la biologia sintetica) sono strumenti che mutano a seconda di chi li usa e di come lo fa. Quando chi le usa è una rete in cui potere economico, accesso alla conoscenza scientifica e impunità giudiziaria si intrecciano senza controllo democratico, il rischio non è quello della singola violazione: è quello di un sistema di governance globale parallelo, sottratto ai cittadini e alle loro rappresentanze. Il sensazionalismo (Epstein è Satoshi, Bitcoin è una moneta per pedofili) è il rumore che distrae da questo segnale. Smettere di inseguire i complotti e iniziare a mappare le connessioni sistemiche. Questa è la sfida che i file del Doj pongono agli investigatori, ai legislatori e ai giornalisti.

Crypto bro
Il termine “cripto bro” è volutamente marcato sul genere: “bro” richiama lo stereotipo del giovane uomo sicuro di sé, competitivo, un po’ spaccone. Viene usato per descrivere chi parla di criptovalute con tono da iniziato, dando per scontato di sapere più degli altri.
In molti casi l’espressione ha un intento dispregiativo: non indica semplicemente un appassionato di crypto, ma qualcuno percepito come arrogante, dogmatico, incline all’hype e poco attento ai rischi, che trasforma l’interesse tecnologico in una specie di identità o di crociata personale.
Per ripassare e approfondire un po’
- Jeffrey Epstein, la banca che lo ha sostenuto e la banalità del male
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