Cosa emerge dai primi bilanci della Csrd, tra difficoltà e segnali di cambiamento

Sebbene svuotata dal pacchetto Omnibus, la Csrd inizia a entrare nelle dinamiche delle grandi aziende. Con qualche difficoltà, ma anche i primi risultati

Il 2025 è stato il primo anno di attuazione, sebbene parziale, della direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità (Csrd) © Alexander Abero/Unsplash

Gli innumerevoli cambiamenti discussi durante il lungo iter del primo pacchetto Omnibus hanno reso piuttosto difficile orientarsi. Resta però un dato di fatto: il 2025 è stato il primo anno di attuazione della direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità, nota come Csrd (corporate sustainability reporting directive). L’hanno dovuta applicare solo le società più grandi, quelle appartenenti alla cosiddetta Wave 1, sui dati dell’anno fiscale precedente. Nel frattempo le istituzioni europee hanno ridotto – e di parecchio – il suo perimetro e hanno chiesto all’European Financial Reporting Advisory Group (Efrag) di semplificare drasticamente gli standard di rendicontazione. Insomma, la Csrd è di gran lunga ridimensionata rispetto alle sue ambizioni iniziali. Ma ciò non significa che sia inutile. Lo testimoniano i primi, parziali bilanci.

Il potenziale dell’analisi di materialità e le difficoltà nella raccolta dati

La società di consulenza Deloitte ha condotto uno studio su 85 società quotate sul mercato Euronext Milan che si sono cimentate per la prima volta con la Csrd sui dati dell’esercizio 2024. Coprono dieci settori e, messe insieme, rappresentano l’81% della capitalizzazione complessiva. Tra le novità principali c’è l’obbligo di condurre un’analisi di doppia materialità: ciò significa valutare sia l’impatto che le attività aziendali comportano sull’ambiente e la società (inside-out) sia, viceversa, il modo in cui i fattori ambientali e sociali incidono sul business (outside-in).

Uno strumento senza dubbio utile. Anzi, gli esperti interpellati dalla testata francese Novethic lo descrivono come il «principale motore di trasformazione» della Csrd, perché impone di prendere in considerazione istanze che magari erano state trascurate in precedenza ma hanno una relazione reale con le attività dell’impresa. Tant’è che hanno iniziato a condurre l’analisi di materialità anche società che non sono ancora sottoposte alla Csrd o addirittura, dopo i cambiamenti del pacchetto Omnibus, non lo saranno mai.

Una volta definiti i temi rilevanti, però, bisogna saperli rendicontare in modo credibile. Ed è qui che molte aziende si trovano in difficoltà, tanto da dover ricorrere a stime. Questo capita soprattutto per i temi ambientali, a partire dalle emissioni di gas serra nella catena del valore (Scope 3): 74 report su 85 riferiscono stime anziché calcoli di prima mano. Frequente il ricorso a stime anche su uso delle risorse ed economia circolare (31%), inquinamento (19%), acqua e risorse marine (18%).

Le banche italiane ed europee alle prese con la Csrd

Sempre Deloitte, in collaborazione stavolta con l’università di Parma, ha dedicato un altro approfondimento al settore bancario. Lo studio, pubblicato a fine luglio, passa in rassegna 37 rendicontazioni di sostenibilità. 23 sono di banche italiane, 11 quotate e 12 non; le altre 14 di istituti di credito europei.

Tutte considerano materiale il tema dei cambiamenti climatici. Se si verifica chi ha adottato un piano di transizione climatica, tuttavia, la percentuale scende al 79% per gli istituti europei e al 43% per gli italiani. Un dato, quest’ultimo, che risulta “inquinato” dalla presenza nel campione di alcuni istituti più piccoli e meno strutturati.

Gli obiettivi ambientali sono anche quelli che più frequentemente contribuiscono al calcolo della retribuzione variabile dei manager: lo fa l’88% dei soggetti esaminati. Il 79% degli istituti collega i bonus al raggiungimento di obiettivi sociali, legati ad esempio alla diversità e inclusione, alla parità di genere o alla formazione. È molto più raro (50% del campione) che gli incentivi siano legati a obiettivi di governance.

Presentando i dati, gli autori mettono in chiaro che la Csrd non può e non deve restare un esercizio teorico. «La raccolta di dati completi e comparabili resta complessa e il livello di dettaglio delle rendicontazioni è molto variabile. Proprio per questo, il prossimo passo sarà rendere le informazioni più omogenee, trasparenti e utili non solo per gli operatori del settore, ma anche per clienti, investitori e stakeholder».

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