Cuba sta investendo sul solare come nessun altro

Lo fa per via del blocco sul petrolio imposto da Trump. La CNN parla di «rivoluzione solare», ma nel breve termine potrebbe non bastare.

Una lampadina a incandescenza illumina la bandiera cubana: l'isola affronta la peggiore crisi energetica della sua storia. © Andrii Zorii/iStockPhoto

Santa Clara, Cuba. Un gruppo di persone si raduna in pieno giorno sotto una sorta di porticato equipaggiato con prese elettriche. Si tratta di un’installazione autorizzata dal governo e costruita da una piccola impresa locale, Eléctrica Total, in appena nove giorni. Sul tetto della struttura, 56 pannelli fotovoltaici e un sistema di accumulo producono e conservano energia elettrica. Da quando l’installazione è stata inaugurata, la popolazione di Santa Clara la usa un po’ per tutto: per caricare telefoni, computer, motorini elettrici, ma anche per cucinare con i fornelli a induzione.

È uno dei modi con cui l’isola caraibica sta cercando di produrre energia senza dipendere dalle importazioni di combustibili fossili. Un fenomeno dal ritmo inaudito, dovuto al blocco imposto dagli Stati Uniti.

Cuba, la peggiore crisi energetica della sua storia

Cuba sta soffrendo la peggiore crisi energetica della sua storia. Da inizio febbraio 2026 il presidente statunitense Donald Trump ha imposto un blocco totale alle importazioni di combustibili fossili verso l’isola, minacciando dazi e azioni militari contro i Paesi della regione che fino a quel momento avevano venduto carburante al governo comunista. Gli effetti sono stati e continuano ad essere devastanti.

I blackout, già da prima diffusi, sono arrivati a coinvolgere la capitale, L’Avana, con interruzioni di durata superiore alle quaranta ore consecutive. I servizi pubblici – ospedali, scuole, trasporti – sono ridotti al minimo se non del tutto bloccati. Uno studio pubblicato di recente sulla rivista Social Science & Medicine parla anche di conseguenze importanti sulla salute mentale dei cubani: oltre la metà degli intervistati presenta sintomi di depressione estremamente grave.

La fragilità di Cuba in questo contesto è legata, tra le altre cose, alla sua forte dipendenza dai combustibili fossili. L’antiquata rete elettrica dell’isola funziona grazie a centrali a olio combustibile e gasolio, beni che in larga parte vengono importati. Per questo il governo cubano sta puntando con urgenza sul fotovoltaico, nel tentativo di ridurre la dipendenza dalle importazioni.

Solare alla cubana, con l’aiuto della Cina

Secondo L’Avana, tra 2024 e 2025 le rinnovabili nel mix elettrico sono passate dal 3% al 10%. Il think-tank Ember stima che tra 2023 e 2025 le esportazioni di pannelli fotovoltaici dalla Cina a Cuba siano passate da circa 5 a 117 milioni di dollari. E il ritmo, con la crisi energetica, si è fatto più frenetico.

Negli ultimi dodici mesi l’isola ha installato 1 GW di solare, aprendo oltre 50 parchi di diverse dimensioni. Un accordo col governo di Pechino prevede 92 impianti in totale entro il 2028. «Il recupero della rete elettrica è una priorità e [il fotovoltaico] è una delle vie più sicure», ha dichiarato il presidente cubano Miguel Díaz-Canel durante l’inaugurazione del primo parco realizzato assieme alla Cina nel 2025. Una dichiarazione che precede il blocco totale voluto da Trump, e che mostra come i problemi energetici dell’isola vengano da lontano. L’installazione di Eléctrica Total a Santa Clara si inserisce in questo sforzo. «Ha risolto molti problemi per molti di noi», ha dichiarato all’agenzia di stampa Associated Press una residente del quartiere, che usa l’impianto comune per caricare la moto elettrica della sua famiglia.

I costi della transizione (e l’impero del petrolio di Trump)

Con scarse risorse fossili, molto sole e molto vento, le energie rinnovabili sono il modo principale in cui Cuba può aspirare alla sovranità energetica. Ma nel breve termine difficilmente basteranno a tirare fuori dalla crisi l’isola, i suoi dieci milioni di abitanti e il governo. Il primo problema è quello dei costi. Le casse statali sono quasi vuote e il risparmio privato è ai minimi. La Cina, pur garantendo un trattamento di favore, vede Cuba come un partner commerciale, e l’esportazione di pannelli e batterie avviene sotto forma di vendita, non di aiuto.

Un’analisi preliminare dell’economista Kevin Cashman, pubblicata poche settimane fa, stimava in 8 miliardi di dollari gli investimenti necessari per produrre il 93% dell’elettricità cubana da fonti rinnovabili, e 19 miliardi per raggiungere il 100%. Cifre importanti per la piccola economia dell’isola, e che non includono tutti quei consumi energetici – dalla benzina delle auto alle industrie – che non passano dall’elettricità. «Hai uno Stato al verde, senza soldi. C’è il consumatore cubano che non può permetterselo. Allora chi è rimasto?», ha dichiarato alla CNN Jorge Piñón, ricercatore dell’Energy Institute dell’Università del Texas. Il problema non è solo installare potenza rinnovabile, ma anche costruire accumuli e ammodernare la rete per sopperire all’intermittenza delle fonti pulite, che dipendono dalla disponibilità non sempre prevedibile di sole e vento.

Il piano di Donald Trump conta su queste difficoltà. L’attacco al Venezuela di gennaio, con il rapimento del presidente Nicolás Maduro, è servito anche a togliere a Cuba il suo principale fornitore di petrolio, che l’isola pagava in cambio di servizi medici. La Casa Bianca ha manifestato più volte l’intenzione di usare il dominio sulle risorse fossili come arma geopolitica. Per questo gli analisti hanno iniziato a parlare di un “impero del petrolio” trumpiano. Un impero che ha come principale rivale la transizione energetica. Per questo Cuba, nel mezzo della crisi, sta realizzando quella che la CNN definisce come «una delle rivoluzioni solari più rapide del Pianeta». Sperando di riuscire a portarla a termine prima del collasso.

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