Data center in Lombardia, tra la nuova legge e i rischi di espansione incontrollata

Quasi 40 GW richiesti a Terna nella sola Lombardia per nuovi data center. La Regione prepara una legge, ma cresce la protesta sui territori

Data center a nord di Milano, Lombardia © Hugo Kurk/iStockPhoto

Il 12 maggio la Regione Lombardia avrebbe dovuto approvare i progetti di legge Pdl 150 e Pdl 123 sui data center. Le norme serviranno a regolare quella che, secondo associazioni, sindacati e consiglieri d’opposizione, è la nuova corsa all’oro del territorio: l’installazione di strutture, sempre più grandi, per ospitare i server che servono a far funzionare l’intelligenza artificiale. La decisione però è slittata al prossimo 26 maggio, su richiesta di numerosi sindaci.

Mentre in Consiglio era in atto la discussione, all’ombra del Pirellone una rete eterogenea manifestava le sue preoccupazioni. C’erano Legambiente, la Cgil e diversi rappresentanti istituzionali o della società civile di comuni della città metropolitana. Tra i timori dei dimostranti c’è soprattutto il fatto che, in assenza di un quadro chiaro definito a livello nazionale, la norma regionale serva solo ad accelerare i tempi di approvazione di progetti dei giganti del tech e dell’immobiliare, senza tutelare abbastanza la cittadinanza. Tema ripreso dai consiglieri d’opposizione. «Siamo di fronte a una brutta legge, scritta dalle lobby», ha denunciato Onorio Rosati di Alleanza Verdi Sinistra.

Data center in Lombardia: le ragioni della protesta

Il punto nevralgico della protesta contro la legge regionale sui data center è la collocazione delle nuove strutture sul territorio. La Regione Lombardia ha inserito nel nuovo testo come prioritaria la scelta di aree dismesse (brownfield) ma non l’ha resa obbligatoria. Questa “priorità” al posto di un vincolo, secondo le associazioni e i gruppi d’opposizione, sarebbe una scappatoia per lasciare la porta aperta a nuove speculazioni edilizie. Recuperare un vecchio sito industriale può essere troppo complesso o troppo costoso, spiegano. Con il testo licenziato, per poter utilizzare terreni non edificati (greenfield) basterà pagare di più. Nulla che spaventi i grandi colossi interessati a progetti di data center in Lombardia. Eppure, sottolineano, la regione detiene il primato nazionale di consumo di suolo.

Pochi posti di lavoro e nessun ascolto dei territori

Ci sono altri due temi sollevati da chi protesta. Comitati, sindaci e associazioni ritengono che in molti casi i progetti siano calati dall’alto senza coinvolgere chi vive nei territori. Anzi, spesso nella totale assenza di informazioni e, quasi sempre, nell’impossibilità di partecipare alle decisioni sulla loro collocazione. Quando la potenza richiesta supera i 50 MW, infatti, la regia si sposta interamente al Pirellone, svuotando di fatto le competenze dei piccoli comuni e delle comunità.

La Cgil, inoltre, sottolinea che i data center – una volta operativi – garantiscono pochi posti di lavoro. Il rischio che si paventa, secondo il sindacato, è di costellare il territorio con enormi infrastrutture, dall’elevato consumo energetico e idrico, che però restituiscono poco in termini di occupazione diretta.

Da Bornasco a Bollate: i casi che fanno discutere

La Lombardia è oggi il baricentro dell’Italia digitale, sottolinea uno studio condotto da A2A e Teha Group. Nella regione si concentra circa il 65% della capacità elettrica dei data center italiani, con ben 33 strutture attive nella sola area milanese. Non è tutto lineare, però. A Bornasco, nel pavese, il comitato “Sentinelle del Territorio” dà battaglia contro l’insediamento di nuovi colossi su campi vergini, rifiutando l’idea di sacrificare la campagna per ospitare server.

Ad Arcene, nella bassa bergamasca, la polemica è scoppiata per un progetto da 233mila metri quadrati: un’area agricola che l’amministrazione vorrebbe trasformare in hub tecnologico, attraendo così investimenti e portando nelle casse comunali milioni di euro in oneri e tasse. A Bollate il braccio di ferro legale tra Legambiente e operatori si è chiuso con il ritiro del ricorso al Tar da parte dell’associazione ambientalista, arrivato in cambio di massicce compensazioni ambientali, la creazione di corridoi ecologici e l’ampliamento dei parchi locali.

Quanto consumano i data center: i 40 GW richiesti a Terna

Uno dei temi al centro delle preoccupazioni per i data center, non solo in Lombardia, sono gli enormi consumi energetici. Le stime sono impressionanti. Le richieste di connessione alla rete di alta tensione presentate a Terna hanno raggiunto quasi i 40 GW nella sola Lombardia: circa la metà degli 80 GW richiesti a livello nazionale. Una domanda esplosiva che mette sotto pressione l’infrastruttura. C’è chi sta paventando il rischio di saturazione della rete elettrica milanese, già sollecitata da una densità di data center senza pari in Italia. Una preoccupazione che in Irlanda è già realtà, dove i data center assorbono oltre il 20% dell’elettricità nazionale.

Gli alti consumi energetici, spiegano Cgil e ambientalisti, generano anche un’altra preoccupazione. L’urgenza di alimentare i data center potrebbe mettere a rischio la transizione energetica, con il ricorso al gas o alla solita scommessa sul nucleare, rallentando la crescita delle rinnovabili locali.

Eppure questa impennata della domanda potrebbe essere un miraggio. Lo spiega Gianluca Ruggieri. In un recente articolo, il presidente della cooperativa ènostra invita alla cautela evocando lo spettro di una bolla paragonabile a quella dei primi anni Duemila, quando l’avvento di internet spinse a investire 120 miliardi di dollari in infrastrutture energetiche che si rivelarono inutili. Ruggieri suggerisce che i consumi reali dell’intelligenza artificiale siano spesso sopravvalutati rispetto al rumore mediatico: una singola doccia calda, scrive, consuma quanto 5mila ricerche su ChatGPT.

Per capire cosa accadrà in Italia, sottolinea Ruggieri, si può guardare a quanto accaduto Oltreoceano. Negli Stati Uniti l’opposizione locale o le valutazioni economiche hanno già portato alla cancellazione di molti progetti. Nulla esclude che questo possa accadere anche in Italia. Il che, spiega, rende i 78 GW richiesti per l’Italia un dato «fuori dalla realtà» destinato a sgonfiarsi.

Suolo, acqua e rifiuti: l’impronta ambientale dei data center

Il peso dei data center si misura anche in ettari di cemento. L’ondata di nuovi progetti in valutazione in Lombardia minaccia di divorare altri 120 ettari di terra, una superficie pari a 160 campi da calcio. È una pressione che rischia di trasformare i pochi campi agricoli rimasti in piattaforme di logistica digitale.

E poi c’è la sete dei server. Il raffreddamento di questi colossi può richiedere milioni di litri d’acqua dolce al giorno. Per evitare conflitti con il fabbisogno della popolazione, la nuova legge regionale vieta l’uso di acqua potabile proveniente dagli acquedotti per il raffreddamento, imponendo l’adozione di circuiti chiusi o acque non qualificate.

Ed è ancora presto per vederlo, ma a un certo punto potrebbe porsi seriamente la questione rifiuti. Con la necessità di rinnovare l’hardware ogni 3-5 anni, il settore genera una montagna di scarti. Secondo il già citato studio di A2A e Teha Group, nello scenario di pieno sviluppo del settore i data center italiani potrebbero generare oltre 147mila tonnellate di rifiuti elettronici (Raee) all’anno. Di queste, circa 74mila sarebbero riciclabili. Un dato che metterebbe sotto pressione il sistema dello smaltimento, aprendo al tempo stesso opportunità di recupero di materie prime critiche.

Microsoft, Aws e la necessità di una strategia nazionale

Microsoft ha già stanziato 4,3 miliardi di euro per potenziare l’infrastruttura AI e cloud nel Nord Italia. Amazon web services (Aws) ha annunciato investimenti per 1,2 miliardi di euro in cinque anni per ampliare la propria presenza infrastrutturale nel Paese.Per piccoli comuni, come Arcene o Bornasco, questi colossi portano in dote milioni di euro in oneri di urbanizzazione e una rendita costante garantita dall’Imu. Una boccata d’ossigeno per bilanci spesso asfittici, ma anche un elemento che sposta pericolosamente la simmetria nei rapporti di forza.

Il rischio è che, senza un governo del processo di espansione dei data center, in Lombardia come altrove, il caos di questa fase lasci conseguenze importanti sui territori. In questo momento non c’è una normativa nazionale sul tema e non ci sono strumenti vincolanti per le imprese. Queste strutture non hanno ancora nemmeno un codice Ateco. Il tema dell’economia circolare è emblematico: il calore di scarto dei server potrebbe essere convogliato nelle reti di teleriscaldamento, coprendo il fabbisogno termico di un massimo di 800mila famiglie. Ma non ci sono direttive nazionali che lo impongano, quindi questa opportunità rimane ferma al palo o affidata a pochi esperimenti isolati.

Si sta lavorando, invece, per deregolamentare e attrarre miliardi di investimenti. E con risultati, da questo punto di vista, anche buoni. Ma quanto ci conviene davvero che siano quasi solo le Big Tech statunitensi a detenere il controllo delle strutture che processano i dati nel nostro Paese? Atterrare sui territori con infrastrutture critiche, senza una strategia politica, significa cedere il controllo del nostro futuro. In Lombardia come nel resto del Paese, la transizione digitale ha urgente bisogno di una regia.

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