L’Unione europea ha ceduto a Big Tech sulla trasparenza delle emissioni dei data center

La clausola europea di segretezza sulle informazioni ambientali dei data center rifletterebbe le pressioni di aziende come Microsoft e Google

Luigi Mastrodonato
Data center di Google a Eemshaven nei Paesi Bassi © DutchScenery/iStockPhoto
Luigi Mastrodonato
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Le Big Tech hanno effettuato pressioni sull’Unione europea perché nascondesse l’impatto ambientale dei loro data center. E ci sono riuscite. L’inchiesta, che arriva dalla cooperativa giornalistica transfrontaliera Investigate Europe, rivela che la campagna messa in piedi da Microsoft e da lobby come DigitalEurope e Video Games Europe ha portato a ottenere una modifica della normativa europea con l’introduzione di una clausola di segretezza per bloccare l’accesso pubblico a informazioni ambientali cruciali. 

Da tempo l’attività dei data center in Europa è sotto i riflettori per il loro enorme consumo di energia. Negli ultimi anni la Commissione europea ha cercato di limitare l’impatto ambientale di queste infrastrutture digitali. Ma l’inchiesta di Investigate Europe mostra come stia anche cedendo il fianco alle pressioni delle grandi aziende globali.

La corsa all’oro dei data center ha un enorme impatto ambientale

I data center sono strutture per l’elaborazione dei dati su cui si basano tanto i software di intelligenza artificiale quanto i servizi digitali. Attualmente in Europa ci sono circa 3mila data center e nei prossimi anni queste infrastrutture potrebbero triplicare. Con investimenti per 176 miliardi di euro, in quella che viene definita una sorta di nuova corsa all’oro. Il problema è che l’impatto ambientale dei data center è notevole a causa dall’enorme fabbisogno di energia. Ed è proprio per questo che negli ultimi anni diverse iniziative regolamentari hanno cercato di ridurre la loro impronta ecologica. 

Tra le misure introdotte dalla Commissione europea c’è l’obbligo per gli operatori dei data center di comunicare dati relativi a parametri ambientali come l’efficienza energetica e il consumo idrico, così da monitorare l’azione di queste infrastrutture. I documenti in cui è entrato in possesso Investigate Europe rivelano però che nel 2024 Microsoft, la lobby DigitalEurope (che include Google, Amazon e Meta) e Video Games Europe (di cui fa parte Netflix) hanno fatto pressioni perché queste informazioni venissero classificate come riservate per presunti interessi commerciali sensibili. 

Una richiesta accolta dalla Commissione europea, che ha modificato la normativa includendo una clausola di segretezza pari pari a quella suggerita da Big Tech. Nei mesi successivi ha inviato email agli Stati membri intimandoli di mantenere riservate le informazioni e gli indicatori chiave di prestazione dei singoli data center operativi nel loro territorio, dimostrando l’operatività della nuova normativa.

La clausola voluta dalla Commissione viola la normativa europea sulla trasparenza

Secondo i giuristi sentiti da Investigate Europe, la clausola di segretezza introdotta dalla Commissione europea costituisce una violazione della normativa comunitaria sulla trasparenza.

Per Bram Vranken, ricercatore di Corporate Europe Observatory, quanto successo dimostra che l’industria «sta intensificando le proprie attività di lobbying per influenzare la legislazione europea». Mentre il professor Jerzy Jendrośka, che per 19 anni ha lavorato come supervisore della Convenzione di Aarhus sull’accesso del pubblico alle informazioni ambientali, ha detto di non aver mai visto violazioni di una tale portata del trattato.

Già lo scorso dicembre la Commissione europea aveva presentato una bozza di legge per accelerare le valutazioni di impatto ambientale per i grandi progetti di costruzione. Compresi i data center. Questo aveva causato critiche perché la si accusava di voler ridurre gli oneri burocratici per Big Tech. Ciò poiché proprio aziende come Microsoft e Amazon da tempo spingono per velocizzare queste procedure. Le nuove carte rivelate da Investigate Europe hanno aumentato il sospetto da parte di ong e attivisti che l’Unione europea voglia nascondere l’inquinamento dei data center per tenersi stretti gli investimenti delle grandi aziende tecnologiche nel Continente.

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