Cos’è il mercato del debito privato e perché deve preoccuparci
Una bomba a orologeria da 16mila miliardi di dollari che potrebbe regalarsi la prossima crisi finanziaria: si chiama “debito privato”
Non soltanto i conflitti armati e quelli minacciati, le bolle speculative, la crisi climatica e le emergenze sanitarie. Nel Regno Unito a preoccupare, e non poco, è un altro elemento, sul quale pochi riflettori si sono accesi finora: il “debito privato”.
L’allarme della Camera dei lord
Un rapporto della Camera dei lord, la camera alta del Parlamento britannico, ha lanciato un allarme, criticando il Tesoro per non aver vigilato a sufficienza. Tanto da avere, oggi, una «comprensione limitata» dei rischi. Il documento è frutto di un’inchiesta durata più mesi da parte della commissione per la Regolamentazione dei servizi finanziari. Ne emerge che le informazioni fornite dallo stesso Tesoro mostrano «una passività di fronte ai rischi per la stabilità posti dalla crescita del mercato privato».
Di cosa parliamo? Di investimenti che fino a poco tempo fa erano riservati a clientele molto abbienti o a soggetti istituzionali. In particolare, il mercato privato consente ad esempio di acquistare azioni di società che non sono ancora quotate in Borsa, oppure di comprarne titoli di debito (bond). Numerosi intermediari finanziari stanno però ora spingendo per allargare la platea di potenziali clienti.
Investimenti tradizionali e debito privato: le differenze
Facciamo però un passo indietro. Normalmente un investimento “tradizionale” in un’azienda quotata prevede l’acquisto di un pacchetto di azioni, a un prezzo determinato dal mercato. Chi detiene una quota importante di tali azioni può decidere di venderne una parte, diminuendo la propria percentuale di proprietà, per garantirsi liquidità. E il tutto è regolamentato, supervisionato e verificato dalle autorità di controllo.
Sul mercato privato, invece, un’azienda può contrarre un debito ottenendo un credito privato da “prestatori alternativi”. Questi ultimi gestiscono di solito strategie d’investimento che comprendono prestiti diretti, con diversi gradi di rischio. L’impresa che riceve il denaro si impegna a rimborsare il capitale in futuro e a pagare degli interessi.
La carenza di dati è un rischio sistemico
Una tipologia di rapporti finanziari che negli ultimi anni è cresciuta fortemente: di qui l’inquietudine della Camera dei lord. Il rapporto presentato il 9 gennaio parla di una mancanza di elementi informativi. Tale da rendere «estremamente difficile la valutazione dei rischi legati ai collegamento con le banche e le compagnie d’assicurazione», ha dichiarato Clive Hollick, presidente del ramo del Parlamento di Londra.
La scarsa liquidità del debito privato
A preoccupare, inoltre, non è solo la scarsa vigilanza sul mercato del debito privato ma la minore liquidità complessiva: le Borse sono nate proprio per garantire a chi investe denaro di potersi “ritirare” in ogni momento. Magari perdendo qualcosa, ma sapendo di poter trovare (quasi) sempre un acquirente delle azioni che si intende vendere. Tanto che, sui mercati regolamentati, alcune banche agiscono come acquirenti che garantiscono questa liquidità e fluidità negli scambi. Al contrario, investire “fuori Borsa” significa che se si desidera vendere lo si può fare solo se e quando si trova un compratore. Esattamente, per fare un esempio, come accade con i beni immobiliari.
La risposta della Banca d’Inghilterra
Anche la Banca d’Inghilterra si è mossa, annunciando la volontà di realizzare uno stress test ad hoc sugli intermediari finanziari che gestiscono le quote più grandi del mercato privato. L’analisi verrà effettuata quest’anno su una ventina di soggetti e, non a caso, la si vuole avviare «con grande urgenza».
Nello scorso mese di ottobre, due società finanziarie americane – Tricolor e First Brands – sono improvvisamente fallite, alimentando le preoccupazioni. Poco dopo, due banche regionali, la Zions Bancorp e la Western Alliance Bancorp, hanno ammesso di aver concesso crediti a soggetti che con ogni probabilità non potranno mai ripagare i debiti.
Un mercato sempre più grande e opaco
Tanto che il navigatissimo numero uno del colosso JPMorgan, Jamie Dimon, ha lanciato un anno fa l’allarme, parlando di «altri scarafaggi» probabilmente nascosti nel mercato del debito privato. «Speriamo che non attraversino l’Atlantico e arrivino fin qui», ha commentato Hollick.
Proprio il Regno Unito potrebbe essere uno dei primi Paesi colpiti da eventuali fratture in questo mercato finanziario ombra. E non parliamo di roba da poco: a livello mondiale il volume d’affari è passato da meno di 4mila miliardi di dollari di asset sotto gestione nel 2008 agli attuali circa 16mila miliardi.
Debito privato e lezioni dal passato
Una mole immensa di capitali non regolamentati se non in minima parte. Che comprende società di capital-investment che acquisiscono aziende, o ancora realtà specializzate nella concessione di credito privato che sono ormai in diretta concorrenza con le banche regolamentate per accordare prestiti alle imprese.
Chissà che anche stavolta non occorra ripetere la celebre formula di una vecchia volpe della finanza, Warren Buffett: «È soltanto quando la marea si ritira che si scopre chi nuotava nudo».



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