Discredit Suisse: ancora too big to jail?

2,6 miliardi di dollari di multa, la più alta mai comminata in ambito fiscale negli USA. E’ quanto ha patteggiato Credit Suisse lo scorso 19 maggio, riconoscendo ...

Di Andrea Baranes

2,6 miliardi di dollari di multa, la più alta mai comminata in ambito fiscale negli USA. E’ quanto ha patteggiato Credit Suisse lo scorso 19 maggio, riconoscendo di avere portato avanti per decenni attività transfrontaliere illecite e per avere “consapevolmente e volontariamente aiutato e assistito migliaia di clienti statunitensi ad aprire e gestire conti non dichiarati, nascondendo le loro proprietà off-shore e i loro redditi all’IRS” (l’agenzia USA che si occupa della riscossione delle tasse).
Otto impiegati della banca sono anche stati rinviati a giudizio. Come parte del patteggiamento, Credit Suisse ha anche accettato di comunicare quali siano le sue attività transfrontaliere, di cooperare fornendo informazioni dettagliate su operazioni e conti e di attuare programmi per collaborare con le autorità statunitensi. Nelle parole del procuratore generale Eric Holder, tale sentenza “dimostra che nessuna istituzione finanziaria, non importa la sua dimensione o portata globale, è al di sopra della legge”.
Giustizia è fatta, quindi?
Se da una parte la sentenza crea un precedente importante, in realtà diversi giudizi sono fortemente critici. A fronte di accuse decisamente pesanti, la multa, per quanto sembri di importo rilevante, appare di ben poco conto per il colosso elvetico. Soprattutto, Credit Suisse con il patteggiamento ha evitato di perdere la licenza bancaria per operare negli USA. Su questo sembra ci sia stato un lungo negoziato tra il ministero della giustizia e le autorità di regolamentazione bancaria, per le forti preoccupazioni che il ritiro della licenza bancaria avrebbe potuto avere sull’economia. Motivazioni che ricordano molto da vicino quanto avvenuto solo due anni fa con HSBC, accusata di favorire il riciclaggio del denaro dei cartelli della droga in America Latina e condannata a pagare 1,9 miliardi di dollari. Anche in questo caso, non si è andati al di là della multa, con voci di un braccio di ferro tra dipartimento della giustizia e autorità economiche e finanziarie spaventate dei possibili impatti di uno scandalo di proporzioni maggiori. Ne avevamo parlato in uno scorso post su Non Con I Miei Soldi.
Se otto persone sono state rinviate a giudizio, inoltre, sei di loro sono in Svizzera e con ogni probabilità non verranno estradate. Soprattutto, i massimi vertici del Credit Suisse sembrano uscirne indenni. Durante un’audizione al Congresso, lo scorso febbraio, un Senatore statunitense aveva dichiarato che “bisogna riconoscere che chiaramente i misfatti sono andati oltre un piccolo gruppo di banchieri bricconi”. Secondo Global Witness, se gli alti dirigenti delle banche non iniziano a ricevere pesanti multe, rischiare il posto di lavoro e persino la galera nei casi più eclatanti, e finché il sistema di incentivi all’interno dei gruppi bancari rimane quello attuale, è difficile che cambi qualcosa. Altre analisi fanno notare come se crimini simili fossero stati commessi da una piccola banca locale o da una cooperativa di credito, le autorità USA avrebbero processato l’intera dirigenza, come avvenuto con gli scandali che investirono le casse di risparmio (savings and loans) negli anni ’80 e ’90.
In poche parole, si ripropone la questione delle banche non solo “too big to fail”, troppo grandi per fallire, ma persino “too big to jail”, troppo grandi per potere essere condannate. Ne avevamo parlato in alcuni post su Non Con I Miei Soldi:

Sembra che al di là delle dichiarazioni, poco o nulla stia cambiando.
In un comunicato stampa di Credit Suisse in cui – molto eufemisticamente – si annuncia “un accordo comprensivo e finale su tutte le questioni transfrontaliere con gli USA”, lo stesso amministratore delegato Brady Cougan segnala che “non abbiamo visto nessun impatto materiale sui nostri affari a seguito dell’aumento di attenzione del pubblico su questa faccenda nelle ultime settimane”.
In pratica il bilancio che sembra emergere è semplice: puoi operare al di sopra e al di là della legge. Finché le cose vanno bene, i profitti aumentano. Quando vieni preso con le mani nella marmellata, le conseguenze sono minime. In queste condizioni, qual è il comportamento “razionale” di operatori guidati unicamente dalla logica di massimizzazione del profitto? Se le autorità non sono in grado di porre rimedio a tale situazione, forse dovremmo iniziare a farlo tutti noi, smettendo di depositare i nostri risparmi presso le banche che tengono questi o altri comportamenti per noi inaccettabili. Seguendo il pensiero del CEO di Credit Suisse, se iniziassero a esserci “impatti materiali” sugli affari di queste banche, probabilmente qualcosa potrebbe cambiare. Una cosa che, per fortuna, dipende anche da tutti noi.
[Foto di Micheal Fleshman]

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