Il fallimento della crescita e le alternative possibili, secondo Stiglitz, Piketty e altri economisti

La crescita a ogni costo non può essere l'obiettivo: lo scrive un gruppo di autorevoli economisti, tra cui il premio Nobel Stiglitz

Joseph Stiglitz è uno degli economisti che hanno firmato l'editoriale sul fallimento della crescita © Jérémy Barande/Ecole polytechnique Université Paris-Saclay/Wikimedia Commons

Per decenni le politiche economiche si sono mosse attorno a un modello semplice: crescita, tasse, trasferimenti di risorse. Ponendo l’accento talvolta sul primo elemento, talvolta sugli altri due. Ora è arrivato il momento di superare questo modello, mettendo in discussione la centralità della crescita economica.

È la tesi che sostiene un gruppo di economisti di fama mondiale in un pezzo d’opinione pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian. Il titolo dell’articolo è “Noi economisti abbiamo fatto i conti: la crescita è una strategia destinata al fallimento, ma c’è un’alternativa migliore”. L’op-ed accompagna un documento curato dal think-tank New Economies for Eradicating Poverty (Neep). Il Neep è diretto dall’ex relatore speciale delle Nazioni Unite sull’eradicazione della povertà e i diritti umani, il belga Olivier De Schutter, a sua volta tra gli autori dell’articolo. 

Nel documento una serie di proposte. Controllo pubblico dei settori strategici dell’economia, limiti al consumo di risorse naturali e alla ricchezza, tasse su miliardari e grandi imprese, retribuzione del lavoro di cura domestico. La promessa è che, applicandole, si genererà più benessere e più democrazia. Perché la scarsità (di denaro, cibo, cure, servizi), scrivono gli economisti, «oggi è fabbricata».

Quando inizia il dibattito sui limiti del Pil

Quando si parla di crescita economica, ci si riferisce all’aumento del Prodotto interno lordo. Si tratta di un indicatore calcolato sommando il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un territorio in un dato lasso di tempo. È a lui che ci riferiamo, quando parliamo di «Italia a rischio recessione» o di «Cina che continua a crescere». Gran parte degli economisti, e gran parte della classe dirigente globale, è convinta che l’aumento di questo indicatore sia come minimo una premessa necessaria per il benessere generale. Il gruppo di economisti che ha firmato l’op-ed vuole sfidare questa convinzione, e non sono i primi.

Nel 1972 il Massachusetts Institute of Technology elaborò per conto del think-tank Club di Roma uno studio, il “Rapporto sui limiti della crescita”, che è considerato l’inizio ufficiale del dibattito sulla decrescita. Studiosi come il rumeno Nicholas Georgescu e il francese Serge Latouche hanno approfondito il tema e, più di recente, una parte minoritaria della comunità degli economisti ha iniziato a testare le loro tesi in modo empirico. 

Perché la crescita non equivale al benessere

Le critiche alla crescita come obiettivo si concentrano su due punti. Primo, la crescita economica si è storicamente accompagnata alla crescita del consumo di risorse ed energia. Un consumo con effetti negativi sull’ambiente e sulle persone che, è il cuore dell’argomento, possono arrivare a superare i vantaggi della crescita. L’ecologo svedese Johan Rockström, per esempio, ha elaborato il modello dei nove limiti planetari, soglie che indicano lo stato di salute degli ecosistemi. Ben sette sarebbero già state superate.

Secondo, la crescita economica non necessariamente significa crescita del benessere. Un paper dell’Università di Leeds del 2018 sostiene ad esempio che l’aumento del reddito pro capite smette di essere correlato a maggiore aspettativa di vita, istruzione o felicità percepita una volta passata la soglia dei 20mila dollari. Poco più del reddito pro capite turco e poco meno di quello uruguayano, per intenderci.

Chi sono gli economisti che hanno firmato l’op-ed

Il documento del Neep e la lettera degli economisti che lo accompagna partono da questo filone di studi, e provano ad aggiungerci dei suggerimenti di policy.

L’op-ed pubblicato dal Guardian ha fatto notizia in primis per le firme. Oltre al già citato Olivier De Schutter e ad alcuni nomi noti del mondo della decrescita come la britannica Kate Raworth e l’eswatino-statunitense Jason Hickel, in calce compaiono i nomi di Jayati Ghosh, Thomas Piketty e Joseph Stiglitz.

Si tratta di economisti di sinistra, impegnati sui temi della redistribuzione e della pianificazione pubblica, ma non noti per la critica alla crescita. Stiglitz, tra le altre cose, ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2001.

Le alternative proposte: redistribuzione e lavoro di cura

Il ragionamento che sta alla base del documento è il seguente. Le disuguaglianze non sono un errore del sistema economico in cui viviamo, ma un obiettivo perseguito dalle élite. I servizi pubblici (welfare state) sono indispensabili ma non sufficienti a cambiare lo status quo. Per questo, il primo elemento della ricetta del gruppo di economisti è la pianificazione pubblica dell’economia, in modo da indirizzare soldi e risorse verso settori utili all’interesse generale e lontano da quelli inquinanti e innecessari. 

Poi c’è la redistribuzione, intesa come tasse sui più ricchi e forti investimenti in sanità, scuola, trasporti. Un elemento innovativo rispetto all’economia classica è il concetto di limite. La proposta è quella di stabilire a livello globale quote massime di estrazione di risorse naturali, in modo da garantire l’equilibrio degli ecosistemi. Spazio infine per la retribuzione del lavoro di cura – cioè il lavoro domestico, fatto di norma gratuitamente dalle donne – e per la sindacalizzazione dei posti di lavoro.

La proposta arriverà ai decisori politici?

Un piano che incontrerebbe molte opposizioni, dentro gli Stati e tra Stati. Per questo, si legge nel pezzo d’opinione, «serve includere giustizia del debito, maggiore cooperazione Sud-Sud, finanza climatica riparativa e sostegno a livelli minimi universali di protezione sociale». 

La lettera si chiude con un invito ai decisori politici. Ma se è probabile che la comunità accademica reagisca a questo testo e al documento che accompagna, anche criticandolo, è pressoché sicuro che le reazioni del mondo politico saranno ben poche. Il tema della decrescita rimane confinato agli ambienti universitari e dell’attivismo, ma quasi mai entra nelle stanze del potere. Almeno per ora.

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