Dubai cambia volto. E non è (solo) colpa della guerra con l’Iran

Tra uscita dall'Opec, frattura con Riad e asse con Israele, la guerra con l'Iran sta ridisegnando Dubai e il modello degli Emirati Arabi

Elisabetta Norzi
Una strada commerciale di Dubai. La maggior parte dei residenti negli Emirati Arabi sono lavoratori stranieri, in larga parte provenienti dal Sud Globale © duluoz cats/Flickr
Elisabetta Norzi
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A poco più di due mesi dall’inizio della guerra tra Israele, Stati Uniti ed Iran, si fatica a riconoscere Dubai. I taxi corrono vuoti sulle strade della città e il traffico è sempre più rado. Rohan arriva dall’India, mi dice che da due mesi i tassisti come lui non ricevono il salario. «Oggi sono stato otto ore senza caricare nessuno. E se non raggiungiamo un minimo di corse mensili non ci pagano. Non riesco più a pagare l’affitto per il mio posto letto. Anziché mandare i soldi alla mia famiglia in India, sono loro che ne stanno mandando a me».

Sembra di essere tornati al 2009, quando gli operai edili, rimasti senza lavoro con i cantieri bloccati in seguito alla crisi finanziaria, facevano la fila per un pasto davanti alle moschee e dormivano nei parchi della città. 

Non solo miliardari in fuga: Dubai è un hub del Sud Globale

Il contraccolpo di questa guerra comincia a sentirsi adesso. E a soffrire non sono solo i lavoratori a basso reddito del Sudest asiatico, ma anche gli expat occidentali. Professionisti – soprattutto nel settore del turismo, dell’immobiliare, della finanza, della logistica e dei servizi – iniziano a perdere il posto. Le regole qui sono ferree: senza lavoro non si ha il visto di residenza ed entro un mese bisogna lasciare il Paese. «Cambiare progetto di vita non è semplice, sopratutto quando i figli sono cresciuti qui – mi racconta Sara, sales manager italiana da 12 anni a Dubai – ma ora dobbiamo pensare ad un’alternativa. L’incertezza è troppa, non sappiamo che cosa accadrà».

Dubai, nonostante l’immagine che si è diffusa nel mondo, è una città in cui ci si trasferisce per lavorare, migliorare la propria vita, realizzarsi, trovare opportunità che altrove non ci sono. «Miliardari in fuga», titolano spesso i media internazionali, senza restituire una descrizione realistica: gli Emirati Arabi non sono principalmente un playground dell’Occidente, ma un hub strutturale per capitali e imprenditori del Sud Globale. Alle porte dell’Asia, sono stati modello, riscatto e opportunità non solo per il mondo arabo, ma per buona parte del Sud del mondo.

Emirati Arabi fuori dall’Opec: cosa significa

La città non sta cambiando solo per la guerra, ma anche per le scelte politiche degli sceicchi. Gli Emirati Arabi valutavano da tempo l’uscita dall’Opec. Averla formalizzata nel pieno della crisi del Golfo – con lo Stretto di Hormuz chiuso e il conflitto in stallo – ha però sorpreso i mercati. «Durante la nostra permanenza nell’organizzazione abbiamo offerto contributi significativi e fatto sacrifici. Tuttavia, è giunto il momento di concentrare gli sforzi sull’interesse nazionale e sui nostri investitori, clienti e partner», ha commentato Suhail Mohamed Al Mazrouei, ministro dell’Energia emiratino. D’ora in avanti Abu Dhabi deciderà in autonomia quote di estrazione, rotte commerciali e prezzi del petrolio.

Ma sebbene il Paese rimanga il terzo produttore di greggio – tra i petrostati dell’Opec –, le sue finanze dipendono ormai dai mercati finanziari globali più che dal prezzo del barile. Gli analisti concordano, e leggono la mossa anche in chiave geopolitica. Come spiegato ad Al Jazeera da Adnan Mazarei, economista del Peterson Institute for International Economics, «questa decisione porterà a un aumento della produzione di circa 2 milioni di barili al giorno non appena la situazione a Hormuz si sarà stabilizzata. Ciò potrebbe raffreddare i prezzi energetici, una dinamica gradita a Washington». La scelta segnala una netta convergenza politica ed economica con gli Stati Uniti.

La frattura tra Emirati Arabi e Arabia Saudita

Poi la frattura, sempre più profonda, con l’Arabia Saudita. La tensione aveva toccato il picco lo scorso dicembre, quando l’aviazione di Riad ha colpito in Yemen le forze del Consiglio di Transizione del Sud (Stc), sostenute proprio dagli Emirati Arabi. La rivalità si è acuita da quando il principe ereditario saudita, Mohamed bin Salman, ha preso le redini del potere, lanciando il suo programma di modernizzazione Vision 2030 per diversificare l’economia del Paese dal petrolio.

Seguendo il modello di Dubai, anche in Arabia Saudita è cominciata la sfida per superare l’era dei combustibili fossili: agevolazioni fiscali per attrarre capitali stranieri, creazione di hub finanziari e logistici, investimenti miliardari per intelligenza artificiale e nuove tecnologie, infrastrutture all’avanguardia per aprire al turismo. Da alleati a concorrenti, dunque, con interessi economici del tutto simili. Dall’altro lato, gli Emirati Arabi hanno smesso di ricoprire il ruolo di “fratello minore” di Ryad, come è stato in passato, sviluppando una politica estera e ambizioni economiche proprie, indipendenti.

I fronti di scontro sono molti: dallo Yemen al Sudan, dalla Libia alla Somalia fino all’Eritrea, Arabia Saudita ed Emirati Arabi si trovano a sostenere fazioni opposte. Da anni Abu Dhabi è impegnata – con i suoi colossi di logistica DP World e Abu Dhabi Ports Group – ad espandere la propria influenza costruendo basi logistiche e porti. Il progetto è quello di creare una rete che colleghi l’Oceano Indiano e il mar Mediterraneo, passando per il Golfo Persico, mettendo in sicurezza e garantendosi il controllo di quanti più scali chiave possibili nella regione e nel Corno d’Africa. L’ascesa crescente di Abu Dhabi, dunque, è diventata una minaccia per Ryad che va, se non fermata, quantomeno controbilanciata.

Dagli Accordi di Abramo all’Iron Dome: l’asse con Israele

Prima degli Accordi di Abramo, che nel 2020 avevano normalizzato i rapporti con Tel Aviv, a Dubai su mappe geografiche e mappamondi, perfino nelle scuole, Israele non compariva nemmeno. A volte cancellato sommariamente da una striscia di bianchetto. Ora invece è l’Iran che sta scomparendo dal Paese, sebbene i legami tra le due sponde del Golfo Persico siano millenari. 

Nonostante la guerra a Gaza, Abu Dhabi ha via via rafforzato i legami con Israele. Si tratta di «un progetto più ampio di influenza regionale portata avanti e condivisa con Israele»,  scrive Middle East Monitor, testata araba indipendente con sede centrale a Londra. «Per molto tempo Tel Aviv ha perseguito una strategia per incoraggiare la frammentazione, indebolire gli Stati centrali e coltivare legami con attori separatisti in Paesi fragili e dilaniati dalla guerra. Oggi questo schema è sempre più chiaro e visibile in Yemen, Somalia e Libia».

La stessa strategia perseguita da Abu Dhabi: sfruttare i conflitti interni, la frammentazione di Stati deboli per promuovere i propri interessi. Alleanza economica, politiche condivise e dal conflitto iraniano la conferma: per la prima volta nella storia, Israele ha ceduto ad un altro Paese, gli Emirati Arabi, il suo sistema di difesa missilistico, l’Iron Dome, inviando sul campo soldati dell’Idf.

Dubai e Tehran: la fine di un legame millenario

È tra le torri del vento di Bastakiya, il quartiere più antico di Dubai, che vengono custodite le tracce di un legame millenario: quello tra Iran ed Emirati Arabi. Mura di corallo e fango che raccontano un patto di convivenza silenzioso, strettissimo e pragmatico, fatto di scambi commerciali e radici comuni, molto prima che il petrolio cambiasse il destino di questa parte di deserto. Il Creek, l’insenatura di mare che entra nel deserto e su cui sorgeva la vecchia Dubai, era attraversato ogni giorni dai dhow, le tradizionali imbarcazioni in legno che portavano dall’altra sponda di Hormuz merci di ogni genere. Oggi non si vedono più, nemmeno ancorate a riva, ma da qui hanno sfidato decenni di sanzioni.

Dall’altro lato del Creek, c’è il Souk delle spezie dove i commercianti sono in maggioranza iraniani. Nei negozi, dietro ai cartelli che pubblicizzano «zafferano originale di Esfahan», in pochi hanno voglia di parlare. Hanno paura. Chi lo fa dice che Dubai è sempre stata amica dell’Iran, che il problema, adesso, sono solo gli Stati Uniti ed Israele. «Gli affari vanno molto male, la situazione è brutta e molti di noi hanno problemi con il visto che non gli viene rinnovato o addirittura cancellato», mi racconta un negoziante.

Dubai, l’Iran e il sistema Hawala: la finanza ombra del Golfo

Dubai è stata a lungo il polmone finanziario dell’Iran. Nei vicoli intorno al Souk, il commercio viaggiava su binari invisibili: uffici di cambio, intermediari, società ombra, oggi chiusi, erano gli snodi dell’Hawala, l’antico sistema di fiducia basato su intermediari, che spostava capitali verso Bandar Abbas e Teheran nonostante l’embargo. Il controllo sui flussi finanziari ora si è fatto stretto. Eppure, a gennaio 2026, poche settimane prima dello scoppio della guerra, il ministro del Commercio estero emiratino, Thani Al Zeyoudi, confermava che l’Iran era il secondo partner commerciale del Paese dopo la Cina. 

Una comunità radicata da generazioni, che non può più considerare gli Emirati Arabi casa. Il segno più visibile sono i cancelli sbarrati dell’Iranian Hospital. A Dubai era un’istituzione: il primo grande ospedale, costruito nel 1970 su un terreno donato dallo sceicco, gestito dalla Mezzaluna Rossa iraniana. I visti di medici e infermieri sono stati cancellati con una settimana di preavviso. È toccato anche alle scuole: 2.500 studenti, figli di professionisti, molti nati qui, sono stati lasciati a casa, i registri restituiti alle famiglie. Poi alle due moschee sciite di Dubai e all’Iranian Club, storico punto di ritrovo di una comunità che, secondo le stime, contava oltre 600mila persone. Istituzioni definite dal governo emiratino «direttamente collegate al regime iraniano e ai Pasdaran». 

Il futuro di Dubai: dalla crescita alla resilienza

Le Nazioni Unite prevedono che, se la guerra con l’Iran dovesse continuare, il Pil degli Emirati Arabi potrebbe contrarsi di circa il 5%, la più grave crisi dalla pandemia di Covid-19. Il “modello Dubai” è finito? Sicuramente sta cambiando. Innanzitutto si sta ridefinendo il concetto di infrastruttura che, per decenni, ha significato grattacieli, aeroporti, porti, dissalatori, centrali elettriche costruiti in tempi record. Oggi, in un contesto di tensioni regionali e insicurezza, il paradigma sarà invece un altro: la resilienza. 

Il governo ha già messo in campo diversi progetti. Il principale è quello di Adnoc, la compagnia petrolifera nazionale: raddoppiare l’oleodotto che collega Abu Dhabi a Fujairah, il porto che affaccia sull’Oceano Indiano. In questo modo sarà possibile bypassare Hormuz, il collo di bottiglia da cui finora transitava un terzo del petrolio e del gas mondiali. Inizio operazioni nel 2027, capacità di esportazione prevista 3,6 milioni di barili al giorno contro gli 1,8 attuali. Sono poi stati stanziati un pacchetto da 1 miliardo di dirham (circa 272 milioni di dollari) per il sostegno alle imprese. Ed è stato lanciato un Fondo nazionale per la Resilienza Industriale della stessa cifra. 

Ma a cambiare sarà anche la demografia del Paese, che aveva fatto della coesistenza pacifica e della tolleranza un valore reale e condiviso, non solo di facciata. I taxi vuoti, i cancelli sbarrati dell’Iranian Hospital, le famiglie che fanno le valigie: non sono solo l’effetto collaterale di un conflitto. Sono il risultato di una trasformazione voluta e guidata dagli sceicchi. Dubai ha scelto da che parte stare. E le alleanze, in un sistema economico che si regge interamente sulla presenza degli stranieri, sulla stabilità e sulla sicurezza, hanno un prezzo.

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