Caldo estremo: l’estate del 2003 ci aveva già avvertiti. Perché non abbiamo ascoltato?
Da Svante Arrhenius a Cristoph Schär: oltre un secolo di allarmi scientifici sul clima, rimasti inascoltati fino all'estate rovente del 2026
L’ondata di caldo di giugno sembra aver colto tutti di sorpresa, riproponendo la solita contrapposizione. Da un lato chi, giustamente, si preoccupa dell’accelerazione dei cambiamenti climatici; dall’altro gli ultimi irriducibili negazionisti, con il loro immancabile «d’estate ha sempre fatto caldo». In verità il gran caldo del 2026 non è arrivato con l’estate astronomica, e nemmeno con quella meteorologica che da calendario comincia il 1° giugno.
Il caldo intenso è in corso addirittura da metà maggio: la più potente ondata di caldo precoce che abbia mai colpito l’Italia in primavera. E non solo l’Italia. Anche l’Europa occidentale e centrale ne sono state investite, con Francia, Isole britanniche e Portogallo alle prese con una delle ondate più intense mai registrate nel mese di maggio.
Dopo una relativa tregua a inizio giugno, dal 12-13 del mese fino a oggi – mentre scriviamo, a metà luglio 2026 – in molte città del nord e del centro Italia ogni giornata ha superato la soglia del “giorno caldo”. Firenze è rimasta per otto giorni di fila oltre i 37 gradi centigradi, la temperatura “da febbre”. Inizialmente risparmiati, il sud e le isole sono stati raggiunti anch’essi: ora il caldo prepotente spinge i termometri del meridione a valori strampalati, oltre i 40 gradi centigradi.
Eppure non è da oggi che lo sappiamo: perché ci siamo ridotti a rincorrere l’emergenza?
Il monito inascoltato dell’estate 2003
L’estate 2003 fu uno spartiacque: segnò il passaggio dalle estati mediterranee, calde e afose ma sopportabili, alle roventi estati del XXI secolo. Estati spesso torride, cioè più secche, e proprio per questo più insidiose. Perché, al contrario di quanto vuole il senso comune, ciò che davvero ci fa soffrire il caldo non è l’umidità, ma la temperatura. Qualche segnale era già arrivato negli anni Ottanta, ma l’ondata di caldo del giugno-luglio 1983, pur avendo lasciato alcuni record ancora imbattuti, fu piuttosto breve, e di un generico rischio “effetto serra” si parlava soltanto negli ambienti scientifici. Anche le successive estati bollenti – il 1994, il 1998 – parvero episodi isolati, per giunta alternati ad annate piovose.
Il 2003 fu un’altra cosa. Caldissimo già da maggio, con un giugno da record e un luglio molto caldo, ma non ancora estremo. Il peggio arrivò ai primi di agosto. Le ripetute ondate di caldo, secondo i servizi sanitari di diversi Paesi, avrebbero provocato un eccesso di mortalità di oltre 70mila morti in 16 Paesi europei, 20mila dei quali fra Italia e Francia. I giorni più duri furono quelli fra l’8 e il 15 agosto, quando le temperature toccarono livelli estremi: 41,6 gradi centigradi a Torino, 40,7 a Trento, 41,1 a Firenze.
A fine stagione, le serie storiche meteoclimatiche di Torino, Milano, Modena e altre città mostrarono anomalie sulle medie estive pari a 5-6 volte la deviazione standard. Il picco nei grafici era così estremo che i climatologi dovettero rivedere gli algoritmi di validazione. Quel valore appariva come un errore, un dato teoricamente impossibile.
Fu allora che la scienza del clima cominciò a interrogarsi sulle cause dell’evento. Nel 2004 Christoph Schär e altri climatologi pubblicarono su Nature uno studio innovativo, destinato a diventare un riferimento. Analizzando l’estate eccezionale del 2003, avanzarono un’ipotesi importante: l’aumento dei gas serra in atmosfera non modifica soltanto la media delle temperature, ma l’intera distribuzione degli eventi. Il rischio di estati estremamente calde cresce in modo non lineare. Anche un modesto rialzo della temperatura media sposta l’intera curva verso l’alto, così da rendere normali estati un tempo giudicate eccezionali e da aprire scenari di eventi diciamo così hyper estremi. Se poi al riscaldamento medio si somma anche un lieve aumento della variabilità estiva, gli estremi diventano più frequenti e più intensi.
La conclusione era netta: eventi ritenuti impossibili nel clima del XX secolo sarebbero potuti diventare relativamente comuni nel corso del XXI. La mappa pubblicata nel paper proponeva scenari per il 2050-70, ma altre estati roventi si sarebbero incaricate di confermare il monito di Schär molto prima.
«Noi ve lo avevamo detto»: da Svante Arrhenius a Frank Capra
Lo studio di Schär mise in guardia sul rischio specifico delle estati. Ma in fondo che bruciare idrocarburi e disboscare alteri il clima non è una scoperta recente.
Il primo a individuare il ruolo della CO2 antropica fu Svante Arrhenius, che già nel 1896 firmò il primo studio quantitativo sull’effetto dell’anidride carbonica. Il titolo era “Sull’influenza dell’acido carbonico nell’aria sulla temperatura del suolo“: all’epoca, infatti, “acido carbonico” era il nome con cui si indicava la CO2. Per la prima volta si dimostrava che all’aumentare della concentrazione di anidride carbonica cresce la temperatura del Pianeta. La fisica di base della crisi climatica era già lì, e le stime di Arrhenius non si discostano poi molto da quelle odierne dell’Ipcc.
Tutto si spiega

I cambiamenti climatici erano già noti quando i nostri nonni non erano nati
La scoperta del fenomeno del riscaldamento globale non è affatto recente
Nel 1912, poi, Popular Mechanics pubblicò un articolo che oggi appare sorprendente, intitolato “Coal consumption affecting climate“. Colpisce soprattutto un passaggio: «Le fornaci del mondo stanno oggi bruciando circa 2 miliardi di tonnellate di carbone ogni anno. Quando questo carbone viene bruciato, combinandosi con l’ossigeno, immette nell’atmosfera circa 7 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno. Questo tende a rendere l’aria una coperta più efficace per la Terra, aumentandone la temperatura. Gli effetti potrebbero diventare considerevoli nel giro di alcuni secoli».
Sorprende quanto fosse accurata la stima del fattore di emissione del carbone: 7 miliardi di tonnellate di CO2 per 2 miliardi di tonnellate di carbone bruciato equivalgono a 3,5 kgCO2/kg, un valore vicino a quello che conosciamo oggi. L’errore, semmai, sta nei tempi: gli effetti non sono arrivati «nel giro di alcuni secoli», ma di alcuni decenni. Del resto l’autore difficilmente poteva immaginare che il consumo globale di carbone sarebbe salito agli attuali 8,8 miliardi di tonnellate. Ai quali si aggiungono 3,3 miliardi di tonnellate di gas e 5 miliardi di petrolio.
Un balzo fino agli anni Cinquanta ci porta a due nuovi moniti, uno scientifico e uno divulgativo. Il primo è il celebre articolo “Carbon Dioxide Exchange Between Atmosphere and Ocean and the Question of an Increase of Atmospheric CO2 during the Past Decades“, firmato da Revelle e Suess nel 1957. Vi compare una frase rimasta storica, che qui riportiamo in forma parzialmente adattata: «L’umanità sta conducendo un esperimento geofisico inimmaginabile in passato e irripetibile in futuro. In pochi secoli stiamo restituendo all’atmosfera il biossido di carbonio che la Terra aveva immagazzinato in centinaia di milioni di anni».
L’anno successivo, nel 1958, Frank Capra – celebre regista tre volte premio Oscar – produsse la serie televisiva scientifica “The Bell Laboratory Science Series”. Nell’episodio “The Unchained Goddess” spiegava al grande pubblico che l’aumento della CO2 dovuto a industrie e automobili avrebbe potuto provocare riscaldamento globale, innalzamento del livello del mare e persino la sommersione di città come Miami. Vale la pena guardare il video: e chi ancora dubita rifletta, prima di ripetere «è estate, ha sempre fatto caldo».
Poi ci si avvicina ai giorni nostri. Nel 1979 un rapporto del National Research Council statunitense avvertì che continuare a emettere CO2 avrebbe potuto innescare il global warming. E che rimandare significava rischiare di intervenire troppo tardi. Nel 1981 James Hansen, della Nasa, pubblicò su Science uno studio che anticipava molti degli impatti oggi sotto i nostri occhi. E il 23 giugno 1988 lo stesso Hansen espose i propri dati davanti alla Commissione Energia e Risorse naturali del Senato degli Stati Uniti. Fu un momento storico: Hansen, allora direttore del Nasa Goddard Institute for Space Studies, si disse «99% certo» che il riscaldamento osservato fosse dovuto ai gas serra prodotti dalle attività umane.
Prove scientifiche ormai solide spinsero Onu e Organizzazione meteorologica mondiale a istituire l’Ipcc. Il resto è cronaca dei nostri giorni: dall’Earth summit di Rio de Janeiro del 1992 alla Cop30 di Belém – entrambi in Brasile – le emissioni di CO2 sono cresciute del 68%, e le concentrazioni, anziché stabilizzarsi, sono salite dalle 355 ppm di allora alle circa 430 di oggi.
Le vere cause della calda estate 2026
Fino a oggi l’estate 2026 è già peggiore di quella del 2003. Solo a settembre potremo tirare le somme e stabilire se la supererà nel complesso, ma poco cambia nella sostanza. Forse ci ritroveremo con l’estate più calda di sempre; forse agosto, come accadde nel 2005 e nel 2014, invertirà la tendenza. Portando però non un sollievo, bensì piogge torrenziali e temporali distruttivi.
In ogni caso, la vera causa dell’estate rovente ancora in corso non sono i cambiamenti climatici in sé, né eventuali meccanismi di feedback come il blob freddo dell’Atlantico o le variazioni degli aerosol sospesi in atmosfera.
La causa vera è l’inazione, l’indifferenza della politica. E se proprio si vogliono cercare colpe, il dito va puntato contro l’azione ostinata delle lobby dei combustibili fossili, contro il negazionismo climatico e, un po’, anche contro i nostri bias collettivi. Quello della normalità, che ci fa considerare normale ciò che normale non è. E quello della rana bollita, che ci porta ad adattarci gradualmente a mutamenti sempre più profondi senza reagire.
E ora che fare?
Nella migliore delle ipotesi – con azioni globali ferme, rapide e urgenti per la mitigazione, e ammesso di raggiungere le emissioni nette zero entro il 2050 – questa situazione ce la teniamo comunque. E anzi è destinata a peggiorare. Di quanto, dipenderà proprio da quanto saremo capaci di mitigare.
Ecco perché è importante parlare di alberi, città spugna, desigillazione e decementificazione del suolo, riduzione delle isole di calore: tutte misure di adattamento preziose, che però non fanno sparire le ondate di caldo. E che, soprattutto, non basterebbero a proteggerci se arrivassero giornate a 46-47 gradi centigradi nelle città italiane.
Non è catastrofismo: sono le temperature che i modelli avevano inizialmente previsto per fine luglio, salvo poi, per fortuna, ridimensionarle negli aggiornamenti successivi. Ma il solo fatto che quei modelli le contemplino significa che valori simili sono già oggi possibili, e non più uno scenario pessimistico relegato al futuro.
Dobbiamo «gestire l’inevitabile ed evitare l’ingestibile»: mitigare e, insieme, adattarci. Perché non esiste adattamento senza mitigazione. E all’ingestibile siamo già oggi terribilmente vicini.




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