Europa 2031, il rapporto che immagina la sconfitta nella corsa all’intelligenza artificiale
Un saggio immagina il futuro di un’Europa che non può fare a meno dell’intelligenza artificiale ma dipende dalla potenza di calcolo altrui
L’intelligenza artificiale e la sua generazione, il dominio dei dati e dei data center sono la nuova cifra su cui si misura la competizione tra grandi potenze. Due giocatori, Stati Uniti e Cina, e un terzo soggetto, l’Europa. Il primo mercato globale per dimensione economica non è ancora riuscito a diventare una potenza computazionale. Il motivo? Aver scelto di regolare prima di costruire capacità produttiva, troppo divisa tra gli Stati.
È attorno a questo nodo che si concentra Europa 2031, un saggio che prova a mettere in guardia sulle poche decisioni che restano al Continente in materia di intelligenza artificiale. È un esercizio di «anticipazione strategica» scritto da otto tra ricercatori ed esperti, assistiti da un romanziere. La storia si costruisce attorno a due personaggi immaginari: una funzionaria francese della Commissione europea, e un imprenditore tedesco dell’intelligenza artificiale nella Silicon Valley.
Si parte dal gennaio 2025. È il mese del lancio a sorpresa del modello open source cinese DeepSeek R1, che aveva fatto crollare in Borsa Nvidia. E aveva illuso molti del fatto che il primato tecnologico statunitense non fosse così scontato. Senza spoilerare fino in fondo: non va a finire bene per l’Europa. Il filo conduttore è una debolezza regolatoria e l’assenza di una politica industriale.
Europa 2031 smonta i fondi e gli annunci europei sull’intelligenza artificiale
Il racconto applica il cosiddetto dilemma di Collingridge. Nelle fasi iniziali di una tecnologia, è ancora possibile orientarla ma i suoi impatti sono incerti. Quando è radicata, invece, gli impatti sono visibili ma è troppo tardi intervenire senza costi enormi. L’Europa, concentrandosi sulla regolazione ex ante con l’AI Act, ha scelto il primo corno del dilemma senza costruire la capacità produttiva che l’avrebbe resa credibile.
Il racconto illustra il dato con numeri precisi. A gennaio 2025 gli Stati Uniti dispongono di 17,3 gigawatt di capacità di calcolo dedicata all’intelligenza artificiale contro i 1,4 gigawatt europei, 12,4 volte tanto. Questo divario, anziché ridursi con gli investimenti europei, nelle previsioni degli autori si allarga. A maggio 2029 il rapporto è di 146,6 gigawatt americani contro 12,8 europei; un gap che i piani sui data center, pur puntando a triplicare la capacità continentale entro il 2035, difficilmente colmeranno.
Gli annunci europei – a partire dal fondo InvestAI da 200 miliardi presentato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen a febbraio 2025 – vengono smontati pagina dopo pagina. Sono fondi già esistenti, spalmati su cinque anni, insufficienti di fronte agli oltre 400 miliardi di dollari che i soli hyperscaler americani investono nel 2025.
Il racconto, dopo aver ripercorso quello che è già accaduto, ipotizza un futuro possibile. Affida questo percorso narrativo a due aziende simbolo, Atlas negli Stati Uniti e Helios in Europa. Helios mantiene circa un anno e mezzo di distanza nell’innovazione dalla frontiera americana. Un gap accettabile nel 2026 ma, quando i cicli di sviluppo dell’intelligenza artificiale si accorciano, diventa nel 2028 un abisso di più generazioni di modelli. Nemmeno la Frontier AI Initiative, l’istituto pubblico europeo da 2 miliardi di euro, regge la concorrenza salariale di Atlas, che nel frattempo drena risorse e talenti in un calciomercato di scienziati e ingegneri.
I modelli di IA ad accesso limitato per i Paesi amici degli Stati Uniti
La potenza di calcolo non è infinita: secondo un rapporto Onu, oggi oltre 150 Paesi sono privi di qualunque infrastruttura di calcolo IA sovrana. Visto che la domanda di intelligenza artificiale continua a crescere, occorre razionarne l’accesso. Il meccanismo viene descritto nel racconto attraverso un regime di licenze per Paese che stabilisce tre fasce di accesso ai modelli di frontiera americani. Gli alleati stretti, più Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Paesi Bassi, hanno diritto a un accesso commerciale illimitato. I circa cento partner commerciali, soprattutto europei, possono accedere ai modelli ma con un tetto pari al 25% della capacità di inferenza. Agli avversari, come Iran, Russia e Cina, l’accesso è negato.
La disposizione più insidiosa è il limite quantitativo dei partner commerciali: i clienti europei rappresentano già quasi il 25% dei consumi. Condividere questo limite con altri 80 Paesi equivale a dimezzare de facto le quote europee. Chi detiene la potenza computazionale può ridurre o negare l’accesso agli strumenti che nel frattempo sono diventati il centro del lavoro produttivo.
Può sembrare fantascienza, ma è quanto accaduto realmente con Claude Fable 5, il modello di Anthropic lanciato il 9 giugno 2026. Tre giorni dopo, il dipartimento del Commercio statunitense ha imposto la sospensione dell’accesso per ogni cittadino non statunitense, compresi i dipendenti stranieri di Anthropic, per timori di sicurezza nazionale. Non potendo filtrare l’accesso per nazionalità, Anthropic ha disattivato i modelli per tutti nel mondo. La sospensione è durata diciotto giorni, fino al ripristino del 1° luglio 2026.
Le divisioni interne non permettono all’Europa di sfruttare i suoi pochi punti di forza
Tornando al racconto. Nel frattempo l’intelligenza artificiale è diventata indispensabile in gran parte dei settori produttivi, dal lavoro d’ufficio alle fabbriche. Restarne esclusi significa perdere competitività e dipendere dalle tecnologie sviluppate da altri.
Nel racconto degli autori, l’Europa tenta un’ultima sortita: sfruttare il suo unico asset strategico nella filiera dell’intelligenza artificiale. Si tratta di Asml, azienda olandese titolare esclusiva della produzione delle macchine per la fotolitografia a ultravioletti estremi (Euv), cioè la capacità di stampare chip con dimensioni nell’ordine del nanometro. Proprio questo monopolio avrebbe potuto dare all’Europa un potere negoziale nei confronti degli Stati Uniti, ottenendo condizioni migliori sul fronte della dipendenza tecnologica.
Anche in quel caso, però, nel racconto degli autori l’Europa non riesce a sfruttare questo vantaggio. Le divisioni politiche tra gli Stati membri impediscono di trasformare il controllo di una tecnologia cruciale in uno strumento di negoziazione, anche perché manca ciò che sarebbe necessario per farlo: una governance comune e una politica industriale credibile.
L’epilogo di Europa 2031: le scelte che avrebbero cambiato la partita dell’intelligenza artificiale
Il racconto si chiude con un epilogo ambientato nel giugno 2034, a Washington. Si analizzano le sliding doors, le scelte che l’Europa avrebbe potuto compiere nel 2026 e che, almeno in parte, restano ancora possibili. Tra queste ci sono la costruzione di zone speciali per data center, con regole semplificate per attrarre investimenti, e una politica commerciale delle medie potenze coordinata con Giappone e Corea del Sud, critici verso gli ordini di Washington sulla catena dei semiconduttori.
È proprio la coalizione delle medie potenze il passaggio più interessante, e meno battuto dal dibattito europeo. L’Europa sta provando a coordinare 27 Stati membri, un numero che rende impossibile ogni decisione rapida. Un gruppo più ristretto di medie potenze – Paesi Bassi, Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, tra gli altri – potrebbe invece muoversi con un peso. Ognuno di questi Stati controlla infatti un tassello della filiera, tra colli di bottiglia nella catena di fornitura, talenti nell’IA ed energia.
Gli impatti dimenticati dell’intelligenza artificiale su lavoro e ambiente
Di sfondo alla sfida tra potenze, il racconto fa emergere gli impatti economici e occupazionali della diffusione dell’Ia. Dopo una fase in cui l’aumento della produttività sembra promettere meno ore di lavoro a parità di salario, emerge il costo della dipendenza tecnologica: il valore aggiunto e il controllo delle infrastrutture finiscono nelle mani di chi controlla i modelli.
La disoccupazione nei colletti bianchi è già realtà: Hsbc, ad esempio, prevede di sostituire fino a 20mila posti con l’intelligenza artificiale nei prossimi tre-cinque anni. A questo si aggiungono, nel racconto, i mercati del lavoro entry-level bloccati e le aziende europee che pagano sia l’intelligenza artificiale sia personale umano diventato improduttivo ma non licenziabile. Il racconto quasi non affronta gli impatti ambientali, in particolare il consumo energetico e idrico dei data center.
In questa sfida, dove i grandi capitali finanziari spingono per finanziare la corsa dell’intelligenza artificiale, il grande assente è chi dovrebbe governarla. Il che significa non solo regolarne l’uso ma, durante la sua crescita esponenziale, riprendersi la proprietà dei dati e delle tecnologie per costruire uno sviluppo che rispetti i diritti sociali, ambientali e umani.
L’appello di Papa Leone XIV a rallentare e disarmare l’intelligenza artificiale
In questo scenario di potenze che si contendono potenza di calcolo, chip e accesso ai modelli, c’è una domanda che Europa 2031 non si pone e che invece è al centro di Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV. A cosa serve vincere una corsa se la posta in gioco, lungo il tragitto, diventa la trasformazione dell’intelligenza artificiale in uno strumento di dominio?
Nel discorso di presentazione, il Pontefice ha chiesto che l’intelligenza artificiale venga «disarmata», liberata dalle logiche che la trasformano in «strumento di dominazione, esclusione e morte». L’enciclica dedica pagine dirette al lavoro sottopagato di chi etichetta dati e modera contenuti tossici, alla concentrazione del potere economico e computazionale in poche mani, e chiede alla politica «di rallentare dove tutto accelera».
La logica di Europa 2031 è quella della competizione tra potenze – vincere la corsa al calcolo, ai chip chip, ai talenti – mentre quella di Magnifica Humanitas chiede di sottrarre l’intelligenza artificiale a questa stessa logica per restituirla al bene comune. Sono due letture della stessa crisi. E forse è proprio nel tenerle insieme, lo sguardo geopolitico sulla competizione globale e la richiesta di disarmo di chi guarda ai diritti delle persone, che l’Europa potrebbe trovare la propria via, autonoma e oggi ancora percorribile.




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