Split payment

Split pay-ment

Meccanismo anti-evasione fiscale per cui la pubblica amministrazione, quando paga una fattura, trattiene l'IVA e la versa direttamente all'Erario invece di girarla al fornitore

In sintesi

  • Lo split payment scinde il pagamento al fornitore della PA: l’imponibile va all’azienda, l’IVA all’Erario.
  • Introdotto dalla Legge di Stabilità 2015, è stato prorogato dall’UE fino al 30 giugno 2031, ma dal 1° luglio 2025 non si applica più alle società quotate FTSE MIB.
  • Funziona: i dati della Corte dei conti e del MEF mostrano un recupero IVA significativo. Ma penalizza la liquidità delle imprese fornitrici.

Definizione estesa

Lo split payment, traducibile come “pagamento diviso”, è uno strumento di contrasto all’evasione dell’IVA introdotto in Italia dalla Legge di Stabilità 2015 (legge 190/2014). Il principio è semplice: quando un’impresa privata emette fattura verso una pubblica amministrazione, l’ente pubblico non paga al fornitore l’intero importo comprensivo di IVA, ma versa al fornitore solo l’imponibile e gira l’IVA direttamente all’Agenzia delle entrate.

Il meccanismo elimina così il passaggio del fornitore come intermediario nella riscossione dell’IVA, riducendo drasticamente il rischio che l’imposta non venga effettivamente versata. È la stessa logica della “trattenuta alla fonte” applicata da decenni ai lavoratori dipendenti, dove è il datore di lavoro a versare le imposte all’Erario al posto del lavoratore.

Lo split payment si applica oggi alle fatture emesse verso pubbliche amministrazioni, società controllate dallo Stato e da enti locali, e a una platea che si è progressivamente ampliata nel tempo. Con la decisione di esecuzione UE 2025/847 del 14 aprile 2025, il Consiglio dell’Unione europea ha autorizzato l’Italia a prorogare il regime fino al 30 giugno 2031. Allo stesso tempo, dal 1° luglio 2025 sono state escluse dall’applicazione le società quotate sul FTSE MIB, ritenute meno a rischio di evasione.

Sui risultati il bilancio è positivo: la Corte dei conti e il MEF hanno documentato un recupero di gettito IVA significativo nel primo decennio di applicazione, contribuendo alla riduzione del cosiddetto “VAT gap” (la differenza tra IVA teoricamente dovuta e IVA effettivamente incassata). Ma il sistema ha un costo: penalizza la liquidità delle imprese che forniscono la PA, le quali pagano l’IVA sui propri acquisti senza poterla compensare con quella che avrebbero incassato dai clienti pubblici. Per questo nel tempo sono stati introdotti meccanismi di rimborso accelerato per i fornitori che si trovano cronicamente a credito.

Il punto di vista di Valori

L’evasione dell’IVA in Italia rimane uno dei principali ostacoli a una fiscalità equa: significa risorse sottratte alla sanità, alla scuola, alla protezione sociale. Strumenti come lo split payment, insieme alla fatturazione elettronica, hanno contribuito in modo concreto a ridurre il “VAT gap” italiano dai picchi storici di oltre 30 miliardi di euro l’anno verso valori più contenuti.

È però importante non scambiare uno strumento tecnico per una soluzione politica. Lo split payment funziona contro un tipo specifico di evasione (quella sulle forniture alla PA) e lascia intatto il problema strutturale: la concentrazione dell’evasione tra autonomi e imprese, mentre i lavoratori dipendenti — quelli su cui la “trattenuta alla fonte” si applica da sempre — sono di fatto tassati a sorgente. Una fiscalità giusta non si costruisce solo aggiungendo trattenute, ma rendendo trasparente e tracciabile l’intera catena del valore. La direzione in cui sta andando il sistema italiano (split payment + fattura elettronica + presto regime forfetario sotto controllo) va in quella direzione, ma serve coerenza: ogni proroga del regime e ogni esclusione (come quella delle società FTSE MIB del 2025) andrebbe motivata con dati pubblici, non con la sola logica del “chi è grande è anche affidabile”.

FAQ

D1. A chi si applica lo split payment?

Si applica alle fatture emesse verso pubbliche amministrazioni, società controllate dallo Stato e da enti locali, e — fino al 1° luglio 2025 — alle società quotate sul FTSE MIB, da quella data escluse dal regime.

D2. Lo split payment è ancora in vigore nel 2026?

Sì. La decisione di esecuzione UE 2025/847 ha autorizzato l’Italia a prorogare lo split payment fino al 30 giugno 2031.

D3. Quanto recupero di IVA ha generato lo split payment?

Le stime di Corte dei conti e MEF parlano di diversi miliardi di euro di gettito recuperato dall’introduzione nel 2015 a oggi, contribuendo in modo significativo alla riduzione del VAT gap italiano.

D4. Lo split payment crea problemi di liquidità ai fornitori?

Sì, è la principale criticità. Le imprese fornitrici della PA non incassano più l’IVA sulle vendite ma continuano a pagarla sugli acquisti, rischiando di trovarsi cronicamente a credito. Per questo esistono meccanismi di rimborso prioritari, ma i tempi restano un problema.

D5. Qual è la differenza tra split payment e reverse charge?

Entrambi sono meccanismi anti-evasione IVA, ma funzionano diversamente. Nello split payment l’IVA è versata dall’acquirente (ente pubblico) direttamente all’Erario. Nel reverse charge l’IVA non viene proprio applicata in fattura: è l’acquirente che la autoliquida nei propri registri.

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Fonti