Green Pakistan Initiative: i danni del colonialismo verde
La Green Pakistan Initiative distrugge l’ecosistema ricalcando vecchie logiche coloniali, per la gioia delle multinazionali del Golfo
L’11 luglio 2025, mentre le piogge monsoniche inondavano Lahore, la seconda città del Pakistan, provocando decine di morti, centinaia di feriti e di sfollati, il governo nazionalista organizzava una conferenza stampa per presentare la Green Pakistan Initiative. Ennesimo programma politico in cui, dietro alla transizione ecologica, si nasconde un progetto estrattivista destinato a privatizzare le terre e rovinare l’ecosistema. Essendo poi questa iniziativa sostenuta dalle ricchissime teocrazie del Golfo, che vogliono replicare nel Paese i vecchi schemi coloniali britannici e postcoloniali statunitensi, ecco che possiamo tranquillamente parlare di colonialismo verde: la nuova frontiera del neoliberismo in salsa green.
La Green Pakistan Initiative è stata lanciata ufficialmente nel 2023. Sostenuta dalla Lega Musulmana del Pakistan che governa il Paese dopo l’arresto di Imran Khan nel 2022, dal potentissimo esercito che controlla de facto il quinto Paese più popoloso al mondo e dalle multinazionali dell’agricoltura, il progetto si propone di «modernizzare» il Pakistan. Sul sito ufficiale la Green Pakistan Initiative si presenta come «un progetto agricolo che rappresenta uno sforzo congiunto tra il governo e l’esercito del Pakistan, volto a promuovere lo sviluppo agricolo del Paese». Per «migliorare la produttività agricola attraverso l’applicazione di tecnologie moderne e tecniche di irrigazione, creando al contempo occupazione su larga scala nelle aree rurali e attraendo investimenti diretti esteri».
Green Pakistan Initiative: quando l’azione per il clima è utilizzata per favorire l’accumulazione di capitale
Peccato che non sia così. L’iniziativa sta producendo solo espropri di terreni, sfratti di piccoli agricoltori, controversie per l’acqua potabile e altri incalcolabili danni all’ecosistema. Oltre a una vera e propria operazione di land grabbing per conto terzi, ovvero l’esercito e le multinazionali dell’agricoltura. Secondo le stime, si prevede che circa un milione di contadini e piccoli agricoltori saranno sfollati ed espropriati a causa di questo progetto. Perché la maggior parte dei terreni su cui si svolge l’iniziativa, classificati come di proprietà statale, sono in realtà coltivati da mezzadri nell’ambito del sistema di affitto introdotto dalle autorità coloniali britanniche oltre un secolo fa. E i diritti di proprietà di questi contadini non sono riconosciuti. Allo stesso modo, molte aree classificate come incolte sono in realtà utilizzate stagionalmente dalle comunità locali o nomadi per il pascolo e la sussistenza.
Secondo il Transnational Institute che gli dedica un lungo approfondimento, «la Green Pakistan Initiative riflette oltretutto i modelli consolidati dell’economia politica pakistana, dove l’esercito detiene un ruolo dominante nella governance e controlla vaste aree territoriali». Inoltre, «nasconde la sua logica estrattivista inquadrando questi processi in termini verdi. E così facendo, colloca il Pakistan direttamente all’interno di una tendenza globale in cui l’azione per il clima viene utilizzata per favorire l’accumulazione di capitale e il controllo delle élite, invece di affrontare le disuguaglianze ecologiche e sociali». Per fortuna, come vedremo, il progetto ha prodotto un crescente movimento di protesta che è riuscito anche a unire settori della società civile e classi sociali solitamente in conflitto tra loro.
Il passaggio dal latifondismo agricolo al capitalismo immobiliare in Pakistan
Per comprendere come sia stato possibile progettare la Green Pakistan Initiative è necessario fare un passo indietro. E inquadrarla all’interno di una traiettoria storica che va dai canali artificiali del colonialismo britannico ai mega-progetti agricoli e urbani postcoloniali. Per mostrare come programmi di sviluppo come questo segnino semplicemente il passaggio dal latifondismo agricolo all’agroindustria guidata dalle aziende. E contribuiscono a rafforzare il controllo delle élite sulla terra. Secondo le stime attuali circa 12 milioni di acri di terra in Pakistan, pari al 4% della superficie totale, sono sotto controllo militare. Questo ha portato alla creazione di una classe terriera militare che estorce rendite agli affittuari senza effettivamente viverci.
La transizione dal latifondismo agricolo al capitalismo immobiliare urbano ha ulteriormente intensificato il divario di classe tra l’élite terriera legata all’esercito e i mezzadri. Le aree rurali e periurbane sono diventate sempre più proprietà delle società edilizie istituite per soddisfare le esigenze delle classi urbane medie e alte. Ad esempio, il 25% dei terreni di Lahore ricade sotto la Defence Housing Authority, l’autorità per lo sviluppo immobiliare e abitativo originariamente istituita per fornire alloggi agli ufficiali militari in pensione e in servizio. E che in breve è diventata uno degli imperi immobiliari più potenti del Paese, al servizio delle élite urbane, civili e militari.
La Green Pakistan Initiative come tipico esempio di colonialismo verde
Come scrive l’approfondimento del Transnational Institute, «sebbene il capitalismo immobiliare rappresenti una nuova fase di accumulazione di capitale, si basa anche sulle vecchie strutture feudali». E per questo «esemplifica il modello di trasformazione del territorio in capitale fittizio ed è un caso paradigmatico di guadagni di pura rendita da parte delle élite. Un sistema in cui la ricchezza non è prodotta dal lavoro o dall’innovazione, ma viene invece estratta possedendo e manipolando i mercati fondiari». Un perfetto esempio di quello che il geografo David Harvey definisce accumulazione per espropriazione.
Il capitalismo immobiliare ha infatti portato al decadimento dei sistemi di locazione rurale e a una maggiore insicurezza alimentare, che secondo le stime del Programma Alimentare Mondiale ora colpisce il 43% della popolazione pakistana. Con la povertà rurale che si attesta ancora al di sopra del 35%, la migrazione delle famiglie rurali verso le città e altri Paesi si è intensificata, lasciando la forza lavoro agricola sempre più femminilizzata, senza che questa sia accompagnata da una maggiore autonomia o da un sostegno istituzionale per le donne, poiché il lavoro femminile resta sempre non retribuito o scarsamente retribuito.
La traiettoria storica che ha visto il passaggio dal latifondismo agricolo al capitalismo immobiliare è ora entrata in una nuova fase: quella del colonialismo verde, come si evince dalla Green Pakistan Initiative. Questa nuova fase di accumulazione ammantata di retorica verde e linguaggio della sostenibilità è infatti messa in campo dagli stessi attori del capitalismo immobiliare. Rappresenta un cambiamento di linguaggio, ma non di logica. E rispecchia la tendenza globale del colonialismo verde, in cui l’azione per il clima è progettata per generare finanza ed estrarre rendita, invece che per interrompere la logica estrattiva o contrastare l’ingiustizia ecologica e climatica.
Idrologia dell’espropriazione: il progetto dei sei canali
Uno degli elementi chiave della Green Pakistan Initiative è infatti la costruzione di sei nuovi canali nella provincia del Punjab, con il sostegno di investimenti pubblici e privati. I canali, lunghi 176 km, dovrebbero irrigare circa 1,2 milioni di acri di terra arida nel deserto del Cholistan. Il paradosso più eclatante del progetto è che lo Stato sta tentando di convertire l’arido deserto in terreno coltivabile attraverso la costruzione di nuovi canali, rischiando però di rendere sterili vaste aree di terreni agricoli attualmente fertili. Sebbene i progettisti suggeriscano che i nuovi canali attingeranno acqua dal fiume Sutlej, in realtà il fiume non ha acqua sufficiente.
La riduzione della portata fluviale in queste zone aumenterà la salinità, distruggendo gli habitat delle mangrovie. Questo comprometterà le difese naturali contro cicloni e tsunami, perché le mangrovie fungono da cuscinetto climatico per le comunità costiere. Inoltre, il progetto dei canali minaccia i mezzi di sussistenza di circa 100mila agricoltori che praticano la pesca tradizionale in questa zona. Di nuovo, questo progetto implementato nell’ambito della Green Pakistan Initiative non fa altro che riprodurre esattamente la vecchia logica dei canali del colonialismo britannico. Solo mascherata dal linguaggio ecologista dello sviluppo green.
Entrano in gioco gli investimenti del Golfo
Il nuovo colonialismo verde della Green Pakistan Initiative non guarda più però all’impero britannico. Ma alle teocrazie del Golfo. Una serie di modifiche legislative e politiche introdotte dal programma consente infatti l’affitto a lungo termine di terreni statali a imprese gestite dall’esercito e alle multinazionali agroalimentari con sede nel Golfo sotto forma di una serie di accordi di investimento che coinvolgono Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Accordi che sono stati facilitati dallo Special investment facilitation council, un organismo creato apposta nel 2023 per accelerare gli investimenti esteri nell’ambito della Green Pakistan Initiative.
Grazie a questo organismo, nel 2023 gli Emirati Arabi Uniti si sono impegnati a stipulare accordi con il Pakistan per oltre 35 miliardi di dollari. Ciò include investimenti diretti nell’agricoltura, nella produzione di carne halal e nella produzione di palma da dattero da esportare negli Emirati Arabi Uniti. Mentre l’Arabia Saudita sempre nel 2023 ha promesso un investimento di 25 miliardi di dollari con l’agricoltura come focus centrale. Diverse aziende saudite, tra cui Sarh Attaqnia, Al Marai, Al Dahra, Saleh e Al-Khorayef, hanno stretto partnership con conglomerati pakistani, come il Fatima Group, per la coltivazione su larga scala di riso, orzo, avena e insilato.
Quando il linguaggio della sostenibilità serve per espropriare le comunità
Come dimostrato dagli attivisti, questi accordi mirano non tanto a garantire l’accesso al cibo alle popolazioni del Golfo ma soprattutto a rafforzare il potere delle multinazionali dell’agricoltura, riorganizzando spazialmente il controllo delle risorse e scaricando sui Paesi ospitanti i costi ambientali. In particolare l’esaurimento delle risorse idriche e l’inquinamento. E questo accade quando gli investitori del Golfo collaborano con le aziende agricole a guida militare del Pakistan per convertire i terreni “incolti” in aziende agricole orientate all’esportazione. Senza tenere conto che le designazioni di “incolti” o “inutilizzati” sono raramente neutrali. I terreni classificati come vacanti o di proprietà statale sono spesso stati a lungo utilizzati dai pastori, i cui diritti informali o consuetudinari vengono cancellati attraverso una riclassificazione burocratica.
Come abbiamo visto, quindi, la spinta all’accumulazione di capitale attraverso supposti programmi di transizione agricola green solleva la necessità di riflettere su come il linguaggio della sostenibilità sia utilizzato dalle autorità per espropriare le comunità. E causare ulteriori danni ambientali. Per fortuna, l’opposizione al progetto sei canali e all’agricoltura intensiva sta fomentando una resistenza interprovinciale e interclassista che si fonda su esperienze condivise. Oltre a contadini e abitanti del luogo, scrittori, poeti e giornalisti hanno condannato la canalizzazione dei terreni. Mentre diversi esperti in materia stanno contestando la fattibilità e lo status giuridico del progetto.
La lotta contro la Green Pakistan Initiative
Inoltre, la convergenza delle lotte oltre i confini provinciali segna un profondo cambiamento nel panorama politico del Pakistan. Nelle precedenti controversie su acqua e terra, le divisioni provinciali si erano approfondite. Al contrario, l’opposizione alla Green Pakistan Initiative e al progetto dei sei canali ha accresciuto la solidarietà tra i movimenti agricoli. Lo spiega l’attivista Farooq Tariq: «È un fatto storico che l’opposizione ai sei canali sia stata guidata da gruppi del Punjab e poi ripresa nella provincia del Sindh. Questo è sempre stato il nostro obiettivo: unire i movimenti e lottare insieme».
In Punjab, la resistenza contro la Green Pakistan Initiative è guidata dal Anjuman-e-Mazareen Punjab (Amp) e dal Pakistan Kissan Rabita Committee (Pkrc). Movimenti che vantano una ricca storia di mobilitazione popolare. Amp è in prima linea in quello che è noto come Okara Military Farms Movement, la lotta per i diritti dei contadini incentrata sulla questione della proprietà delle terre di Okara, assegnate alle famiglie locali dall’amministrazione coloniale britannica più di 120 anni fa. E che ora sono controllate dall’esercito. Il presidente di Amp, Meher Ghulam Abbas, spiega: «Abbiamo uno slogan: proprietà della nostra terra o morte». Anche perché l’espropriazione della terra da parte della nuova frontiera del colonialismo verde significa nuovi disastri ambientali. E morte sicura per decine di migliaia di persone.




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