Rompere un vetro per salvare una vita: i medici assolti e il caso Greenpeace

Greenpeace condannata a 345 milioni nel North Dakota, sei medici assolti a Londra. Due sentenze opposte sulla stessa crisi climatica

Protesta contro l'oleodotto Dakota Access © Pax Ahimsa Gethen/Wikimedia Commons

C’è una storia che viene dal tribunale di Snaresbrook, nella periferia est di Londra, e un’altra che viene dal North Dakota. Geograficamente lontane, politicamente contigue: entrambe parlano di chi protesta contro l’industria fossile e di come viene trattato dalla giustizia.

A Londra, a metà febbraio 2026, una giuria popolare ha assolto sei operatori sanitari dall’accusa di danneggiamento aggravato. Il 17 luglio 2022, durante un’ondata di caldo, quattro medici, un’infermiera e una professionista della salute mentale avevano infranto otto pannelli di vetro nella sede londinese di JP Morgan – il maggiore finanziatore mondiale delle energie fossili – nell’ambito di un’azione di Extinction Rebellion. I fatti non erano in discussione: le telecamere di sorveglianza li ritraggono tutti nell’atto. Ciò che era in discussione era la natura di quell’atto.

Medici climatici assolti a Londra: il danneggiamento come atto di cura

La psichiatra Juliette Brown, portavoce del gruppo, ha chiesto alla giuria popolare di guardare lei e i suoi cinque coimputati attraverso il filtro della loro professione. «La medicina ci dice che siamo obbligati a intervenire quando vediamo una minaccia imminente alla vita, anche se questo comporta infrangere le regole». «An act of care» – un atto di cura nei confronti dei propri pazienti e del Pianeta. Così è stato definito il gesto compiuto dai suoi autori. La difesa era costruita su un argomento al tempo stesso medico e giuridico: il danneggiamento delle finestre non era il fine dell’azione, ma il suo effetto collaterale. Come si possono rompere le costole di un paziente durante una rianimazione cardiopolmonare. 

Gli avvocati della difesa hanno richiamato la campagna delle suffragette, che tra le proprie azioni includeva proprio l’infrangersi di vetrine – campagna che portò all’arresto di oltre 120 donne e che la storia ha poi giudicato giusta.

Inoltre, in aula i sei hanno depositato documentazione scientifica sul ruolo dei combustibili fossili nel riscaldamento globale, i dati sulle morti in eccesso durante quell’estate nel Regno Unito, e – colpo di scena – un rapporto interno della stessa JP Morgan intitolato Risky Business, in cui gli economisti della banca avvertivano che i propri investimenti avrebbero causato «danni catastrofici» alla salute umana. Avevano anche documentato i tentativi falliti di dialogo con la banca: lettere ai vertici, presidi davanti agli uffici londinesi e a Glasgow. Nulla aveva funzionato. L’azione del luglio 2022 era stata la risposta finale. Nel 2024, un primo processo davanti alla stessa Snaresbrook Crown Court per gli stessi fatti non era riuscito a raggiungere un verdetto. Il processo è quindi stato rifatto, e questa volta – a febbraio 2026 – si è concluso con l’assoluzione.

Greenpeace condannata a 345 milioni: il caso che può distruggere l’attivismo climatico

Ora il North Dakota, dove si consuma una storia opposta. Come ha scritto il giornalista ambientale Ferdinando Cotugno nella sua newsletter Areale, il caso Greenpeace «è il paradigma perfetto di com’è oggi il rapporto tra attivismo e capitalismo». La giustizia statunitense sta mandando in bancarotta un’organizzazione ambientalista come punizione per aver protestato dieci anni fa contro un oleodotto che, peraltro, è stato costruito lo stesso.

Kelcy Warren, presidente e fondatore di Energy Transfer, colosso texano delle infrastrutture petrolifere con migliaia di chilometri di condotte in 44 Stati americani, aveva detto chiaramente che gli attivisti «pagheranno per questo». Warren è anche uno dei principali donatori della campagna di Trump, con oltre cinque milioni di dollari. Ha dichiarato pubblicamente che gli attivisti ambientali «dovevano essere rimossi dal codice genetico dell’umanità». Il Wall Street Journal gli ha dedicato un profilo intitolato «Il miliardario che ha portato Greenpeace sull’orlo della bancarotta». Un titolo che dice tutto sul mondo in cui viviamo.

lI 27 febbraio scorso il giudice James Gion ha condannato Greenpeace a pagare 345 milioni di dollari a Energy Transfer. La cifra è la metà di quanto stabilito nel marzo 2025 dalla giuria – che aveva inflitto oltre 660 milioni –, ma sufficiente a cancellare Greenpeace USA dalla scena. L’organizzazione ha dichiarato di avere poco più di un milione di dollari in contanti e circa venti in asset tra proprietà e navi. Come nota Cotugno, sarebbe grottesco se Greenpeace fosse costretta a una lunga campagna di raccolta fondi per consegnare quella somma a un costruttore di oleodotti. È esattamente il tipo di umiliazione pubblica che Warren aveva in mente.

Greenpeace e la Slapp da 345 milioni: cos’è e perché la difesa europea è il banco di prova

A rendere il caso ancora più inquietante è la natura delle accuse. Greenpeace non era imputata per aver fisicamente ostacolato la costruzione del Dakota Access Pipeline, ma per aver sostenuto le proteste: fornito argomenti, strumenti e idee alle migliaia di persone che si erano accampate a Standing Rock, nel territorio sacro della tribù Sioux. Una commissione di esperti indipendenti ha giudicato il processo «gravemente irregolare, pieno di violazioni che hanno impedito a Greenpeace di difendersi a pieno». La difesa, che ricorrerà in appello, è fondata sul Primo emendamento: la libertà di espressione che negli Stati Uniti dovrebbe essere sacra. Anne Jellema, direttrice di 350.org, ha definito la sentenza «una sveglia per tutto il movimento ambientalista».

Quella contro Greenpeace è la più grande Slapp del mondo. Le Strategic lawsuit against public participation sono cause costruite non per ottenere giustizia, ma per strangolare finanziariamente chi osa criticare le grandi corporation. Gli Stati Uniti non hanno una legge anti-Slapp federale. L’Europa sì: la direttiva approvata nel marzo 2024 protegge giornalisti e attivisti da azioni intimidatorie e offre protezione da sentenze straniere. È su questa direttiva che Greenpeace International ha fondato la propria controffensiva, citando Energy Transfer davanti a un tribunale olandese. Per reazione, Energy Transfer ha chiesto alla Corte Suprema americana di bloccare il procedimento nei Paesi Bassi. Un conflitto di giurisdizioni senza precedenti, che sarà il primo vero banco di prova della direttiva europea. Quanto l’Europa sarà in grado di reggere lo scontro con la giustizia statunitense per difendere il diritto di parola in materia ambientale, in questo contesto geopolitico, è una domanda aperta.

Fossili e attivisti a processo anche in Italia: il caso Eni contro Greenpeace

Il confronto tra le due storie è impietoso. A Snaresbrook una giuria ha riconosciuto in un atto di protesta l’esercizio di una responsabilità professionale e civile. Nel North Dakota un tribunale ha trasformato il sostegno a una manifestazione pacifica in un debito da 345 milioni di dollari nei confronti di una delle maggiori aziende fossili del mondo. Stessa epoca, stessa crisi climatica, mondi giuridici opposti.

E il fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti. In Italia, Eni ha intentato causa contro Greenpeace e ReCommon — le stesse organizzazioni che anni prima avevano trascinato la major petrolifera in tribunale per la sua responsabilità nella crisi climatica. La direzione è sempre la stessa: usare il sistema giudiziario per sottrarre le scelte energetiche a qualsiasi forma di dibattito democratico. Un conflitto asimmetrico per risorse, visibilità e potenza legale, in cui chi inquina può permettersi di fare del tribunale un’arma, e chi protesta deve imparare a difendersi anche in aula.

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