Finanza sostenibile, le crepe nelle regole europee lasciano spazio al greenwashing
Il regolamento sulla finanza sostenibile e le linee guida sui nomi dei fondi provano a limitare il greenwashing. Ma ci riescono solo in parte
Due regolamentazioni europee hanno dichiarato “guerra” al greenwashing nella finanza sostenibile o Esg. Concepite prima che la “furia” della semplificazione, alias deregolamentazione, s’impadronisse delle istituzioni continentali nell’attuale legislatura, hanno centrato almeno in parte i loro obiettivi. Ma lo spazio per il greenwashing è rimasto. Sarà il futuro a dire quanto grande.
Cosa stanno facendo le autorità, tra obblighi di trasparenza e vincoli sui nomi dei fondi
La prima regolamentazione, in ordine di tempo, è stata la Sfdr (Sustainable finance disclosure regulation), che ha obbligato gli attori di mercato a fare disclosure (trasparenza) sulle caratteristiche di sostenibilità dei loro prodotti finanziari. In vigore nel 2021, la Sfdr è ora in fase di revisione (si parla di Sfdr 2.0) sulla base di una proposta presentata dalla Commissione europea a fine 2025.
La seconda è una regolamentazione più soft ma ugualmente di peso. Si tratta delle linee guida sull’uso di termini Esg e legati alla sostenibilità nei nomi (naming) dei fondi d’investimento, introdotte da Esma (l’authority dei mercati finanziari europei) nel maggio 2025, a conclusione di un iter di qualche anno.
Il combinato disposto delle due regolamentazioni è stato messo sotto la lente da un recente rapporto curato da Urgewald, Finanzwende e Facing Finance. Come dice il nome, “Finally Fossil-Free?”, lo studio ha analizzato le maglie ancora aperte attraverso cui gli investimenti nelle fonti fossili fossili possono ancora essere fatti passare per investimenti sostenibili.
Il greenwashing nella finanza sostenibile cambia pelle
«Le linee guida Esma sono state senza dubbio un passo avanti e hanno portato a disinvestimenti consistenti dalle fossili», dice Daniela Finamore, Finance and Climate Campaigner di ReCommon, che ha analizzato i dati del report focalizzandosi sul mercato italiano.
A fine 2024, oltre 4mila fondi in Europa avevano nel nome termini quali “sostenibile”, “ambiente” o “impatto”. Circa la metà investiva ancora nei combustibili fossili per un totale di 18 miliardi di euro. In seguito all’introduzione delle linee guida Esma ci sono stati disinvestimenti per più di 3 miliardi di euro. Più di 600 fondi, con oltre 11 miliardi di euro di titoli fossili in portafoglio, hanno invece preferito cambiare nome e mantenere gli investimenti fossili. Questo è un primo problema. «Le nuove regole stanno producendo più cambi di nome che disinvestimenti nei portafogli», spiega Finamore. Un greenwashing che cambia pelle ma non scompare, insomma.
La questione più delicata, però, riguarda i fondi che non utilizzano termini tipicamente “green” nel nome, e quindi restano fuori dai radar delle linee guida Esma, ma che dichiarano comunque di adottare un approccio Esg, parolina magica che trasmette a chi investe almeno una promessa di sostenibilità. Ciò permette loro di rientrare nella categoria meno impegnativa fra quelle previste dalla Sfdr 2.0, la “Esg basics”, che non prevede obblighi di esclusione per le società oil&gas.
«Qui il greenwashing si sposta dove la regolamentazione non arriva», rimarca Finamore. Ciò significa che la Sfdr 2.0, com’è ora, potrebbe provocare altri 5 miliardi di euro di disinvestimenti dalle fossili, ma non impattare sui 100 miliardi di euro di investimenti fossili detenuti dai fondi che potrebbero rientrare nella categoria “Esg basics”.
Sotto la lente gli investimenti di Intesa Sanpaolo in Eni e Snam
ReCommon ha esaminato il caso di Intesa Sanpaolo, la più grande banca italiana, che anche l’indagine internazionale Banking on Climate Chaos 2025 mette nel mirino per il suo sostegno al business fossile.
L’analisi rivela che i fondi del gruppo Intesa hanno diversi livelli di claim Esg, a volte deboli e ambigui. Nel complesso, sono esposti per oltre 3,5 miliardi di euro a imprese che stanno espandendo l’attività fossile (expansionists). Tuttavia, poco più del 3% di questa cifra (circa 120 milioni di euro) rientrerebbe nel perimetro delle esclusioni previste da Esma e Sfdr 2.0.
Sono sotto la lente sono in particolare gli investimenti di Intesa Sanpaolo in Eni (314,5 milioni di euro) e in Snam (60 milioni di euro). Oltre il 99% di questi investimenti, infatti, sarebbe non coperto dalle esclusioni. «Il rischio – sottolinea Finamore – è che gran parte dei fondi che si presentano come sostenibili continui a finanziare l’espansione delle attività fossili. Essendo fondi retail, per il piccolo risparmiatore sarebbe una distorsione enorme».
Cosa possono fare legislatori e supervisori per fermare il greenwashing nella finanza sostenibile
Il rapporto lancia due proposte per far sì che la finanza sostenibile riguadagni la credibilità largamente compromessa dai tanti casi di greenwashing degli ultimi anni.
La prima chiama in causa le autorità nazionali di vigilanza, alle quali si chiede di monitorare efficacemente il rispetto delle linee guida Esma e, su base europea, a garantirne un’attuazione coerente e una vigilanza armonizzata. In Italia il report è stato inviato ad esempio a Consob e alle direzioni del ministero dell’Economia e delle finanze competenti su questi temi. ReCommon ha una buona interlocuzione anche col team che in Bankitalia si occupa di finanza sostenibile.
La seconda proposta è rivolta ai legislatori europei che dovranno decidere la forma definitiva della Sfdr 2.0. A loro gli autori chiedono di estendere a tutte le categorie di fondi l’obbligo di escludere gli investimenti in compagnie che perseguono l’espansione delle fossili. «Bisogna essere ambiziosi e non avere una posizione debole di fronte all’influenza esercitata dalle lobby del fossile», afferma Finamore. Lo chiede anche una lettera aperta inviata a Parlamento e Stati membri dell’Unione europea da più di 130 fra organizzazioni della società civile, istituzioni finanziarie, accademici e ed esperti. «Se le scappatoie restano così grandi – conclude Finamore – la finanza continuerà a sostenere l’espansione fossile sotto un’etichetta green».

Di tutto questo si parlerà in un webinar giovedì 5 marzo dalle 16:30 con Andrea Barolini, direttore di Valori.it, Daniela Finamore, campaigner finanza e clima di ReCommon e Carlotta Indiano, giornalista di IrpiMedia. A moderare la discussione sarà il giornalista Andrea Di Turi. Registrati per partecipare.




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