La crisi climatica rende la Groenlandia più attraente (anche per Trump)

Minerali critici, gas e petrolio restano sotto i ghiacci groenlandesi. Ma la crisi climatica cambia l’Artico e rende l’isola sempre più strategica

Case a Nuuk, capitale della Groenlandia © yeEmMobileGmbH/iStockPhoto

«Ci serve la Groenlandia»: le parole del presidente statunitense Donald Trump hanno fatto il giro del mondo. Già nel suo primo mandato Trump aveva accennato all’ipotesi di comprare l’isola artica, che è attualmente un territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca. Ma è negli ultimi mesi che gli Stati Uniti sembrano muovere passi concreti verso una qualche forma di annessione della Groenlandia.

Sulle ragioni dell’interesse di Trump c’è dibattito. La Casa Bianca lo ha giustificato con la necessità di sicurezza nazionale, ma in molti hanno ipotizzato altre motivazioni – dall’accesso alle risorse naturali fino alla volontà del presidente stesso di passare alla storia. E in questo dibattito, un ruolo sta iniziando a giocarlo anche la questione climatica.

Minerali critici, gas e petrolio: cosa c’è nel sottosuolo della Groenlandia

La Groenlandia si estende per circa 2 milioni di chilometri quadrati, più o meno quanto la Repubblica Democratica del Congo, ed è in gran parte disabitata. Ci vivono poco più di 60mila persone, in maggioranza di etnia inuit. Venne colonizzata dalla Danimarca nel 1700, e da alcuni decenni gode di uno status semi-autonomo.

Le sue risorse naturali sono sotto osservazione da tempo. Fin dalla fine del 1800 nell’isola si estrae criolite, usata sopratutto nel processo di produzione dell’alluminio. Venne analizzato per la prima volta proprio in Groenlandia, e il nome – che significa pietra di ghiaccio – si riferisce al suo aspetto. Negli anni sono state fatte molte stime sugli altri materiali sepolti sotto il suolo groenlandese. Si sa per certo che sono presenti 24 dei 35 minerali che l’Unione europea, nel suo Critical Raw Materials Act del 2024, definisce critici. Secondo il Servizio geologico degli Stati Uniti d’America, la Groenlandia potrebbe ospitare il 13% delle riserve globali di petrolio e il 30% di quelle di gas. Numeri enormi, che peraltro alcuni esperti hanno messo in discussione. Le estrazioni di combustibili fossili sono in ogni caso per ora vietate per legge.

Altre risorse presenti sono litio, fluorite, platino, titanio, fosforo, oro, diamanti. Anche l’uranio, indispensabile per l’industria nucleare, è stato estratto in passato nell’isola. Il precedente governo locale, di sinistra indipendentista, aveva proibito nuove estrazioni. In risposta un’azienda australiana titolare di una concessione, Energy Transition Minerals, ha provato a chiedere un risarcimento monstre di 11.500 milioni di dollari: dieci volte il budget annuale groenlandese. La causa si è poi risolta con un nulla di fatto, ma è esemplificativa di quanto le risorse naturali del posto siano ambite dalle aziende estrattive.

Fusione dei ghiacci: come la crisi climatica apre la corsa alle miniere

Molti esperti invitano alla prudenza rispetto all’eldorado minerale groenlandese. Non solo c’è ancora grande confusione sulle reali quantità di minerali preziosi nascosti nel sottosuolo, ma non è affatto scontato che, anche una volta individuati i giacimenti, estrarre sia facile o conveniente. La Groenlandia è infatti all’80% coperta da ghiaccio che, in certi punti, è spesso diversi chilometri. Le infrastrutture sono minime, e enormi zone sono inaccessibili durante l’inverno anche ricorrendo ad aerei, navi o mezzi speciali.

Proprio a questo riguardo un ruolo potrebbe giocarlo la crisi climatica. La calotta artica groenlandese perde volume, a causa dell’aumento delle temperature medie globali, da quasi trent’anni. Secondo la Nasa, si sono persi in media 270 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno. La regione artica nel suo insieme, entro la quale sta in buona parte la Groenlandia, si riscalda più velocemente della media del Pianeta. Proprio questo fenomeno potrebbe portare in tempi relativamente brevi ad accedere con più facilità alle riserve di minerali e combustibili. Una dinamica particolarmente paradossale nel caso in cui si finisca con l’aprire nuovi pozzi di gas o petrolio – che a loro volta sono origine della crisi climatica stessa.

Rotta artica: il nuovo corridoio commerciale che cambia l’Artico

C’è poi un altro tema: quello commerciale. Le acque artiche sono scarsamente percorse dalle navi mercantili, perché a seconda della zona sono occluse dal ghiaccio per buona parte o per la totalità dell’anno. Anche in questo caso però, la riduzione dell’estensione dei ghiacci può aprire la porta a nuove rotte. Della cosiddetta Northern Sea Route si parla da anni. Nel caso di un cargo partito dalla Cina e diretto in Europa, scegliere la rotta del nord invece del Canale di Suez può ridurre i tempi di viaggio di oltre il 40%. Un’enorme vantaggio anche in termini di consumo di carburante. La Northern Sea Route passerebbe soprattutto dalle acque territoriali russe, ma uno scenario di apertura degli scambi nell’area artica potrebbe essere sfruttata anche per percorsi centrati su Alaska, Canada e, appunto, Groenlandia.

Il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha detto in una conferenza stampa di martedì 13 gennaio che «se dobbiamo scegliere tra gli Stati Uniti e la Danimarca qui e ora, scegliamo la Danimarca». Una posizione non scontata, perché Nielsen appartiene ad un partito di centro-destra indipendentista, come indipendentisti sono quasi tutti i partiti dell’isola. Interrogato su questa dichiarazione da parte di un giornalista, il presidente Trump ha risposto «non so chi sia Nielsen, ma sarà un grande problema per lui». Che sia spinto da ragionamenti strategici sulle opportunità aperte dalla crisi climatica o solo in cerca di un’annessione territoriale con cui passare alla storia, l’interesse di Trump per la Groenlandia non sembra vicino a scemare.

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