«La guerra deve tornare ad essere uno scandalo»

Intervista a Mario Pianta, autore di “Se l’Europa va alla guerra", che sarà a Milano il 9 ottobre al Festival dell’economia critica

L'economista Mario Pianta © Scuola Normale Superiore

La corsa al riarmo nella quale si è lanciato il mondo occidentale non è utile né per la sicurezza né per l’economia. A spiegarlo è Mario Pianta, docente di Politica economica presso la Scuola Normale Superiore. Pianta ha pubblicato di recente il volume “Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo” (edito da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli). A Milano, venerdì 9 ottobre, parteciperà al Festival dell’economia critica.

Perché la politica del riarmo è un errore non solo dal punto di vista economico ma anche della sicurezza?

Il punto fondamentale è capire cosa intendiamo per sicurezza. L’esperienza degli ultimi decenni ci insegna che la nostra sicurezza non è indipendente da quella degli “avversari”. Perché se decido di armarmi per garantirmi sicurezza attraverso una strategia militare, il mio avversario si percepirà fatalmente meno sicuro, il che innescherà inevitabilmente una corsa al riarmo. Nel Novecento è sempre stato così, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, e ciò ha rappresentato la radice di una grande instabilità.

Qual è l’alternativa al riarmo?

Una visione di sicurezza comune, basata sul principio inverso: io mi considero al sicuro se anche il mio potenziale avversario si sente al sicuro. Il modello fondamentale è quello degli anni della distensione in Europa, con i contributi all’epoca di Olof Palme e Willy Brandt. In particolare, il rapporto Palme sulla sicurezza comune definiva questi elementi, così come in precedenza gli accordi di Helsinki del 1975. Grazie ad essi abbiamo avuto distensione e processi di trasformazione anche a Est, indebolendo la spinta militare sovietica e ponendo le basi per il superamento della logica della guerra fredda.

Occorre puntare sulla capacità di dialogo. Questo è mancato sin dall’inizio della crisi in Ucraina, ovvero non solo dall’invasione del 2022, ma già dal 2014 e dalla scelta di avvicinarsi alla Nato. Gli accordi Minsk I e II avevano offerto una via d’uscita politica che né Mosca né Kiev hanno perseguito. Ed è mancata in Europa la capacità politica di rispondere ai conflitti emergenti, anche con una prospettiva di cooperazione.

Alla parola “guerra” sembra non esserci più una reazione di rifiuto: sono passati troppi anni dall’ultimo conflitto mondiale? O abbiamo smesso di raccontarne abbastanza l’orrore?

La guerra non è più un tabù. Non c’è più la generazione che ha vissuto sulla propria pelle la Seconda guerra mondiale e l’occupazione nazista in Italia, che sa cosa vuol dire rischiare la vita e uccidere qualcuno. Così i conflitti sono diventati delle immagini, dei videogiochi. Qualcosa di lontano da noi. È importante in questo senso un film come Naza, che fa parlare gli israeliani, non solo i soldati ma anche tecnici o informatici che hanno organizzato lo sterminio. Le guerra sono morte e sangue. In Ucraina, in Russia, a Gaza, in Iran. Per questo guerra deve tornare ad essere uno scandalo.

È corretto affermare, per un Paese come l’Italia e non solo, che aumentare la spesa militare al 5% del Pil non può essere fatto senza tagliare ulteriormente i servizi sociali?

In una situazione in cui la guerra non è più un tabù, Europa e Italia hanno scelto la strada di una militarizzazione senza precedenti: 800 miliardi di euro per il programma Rearm Europe e altri 130 nel bilancio europeo. Abbiamo assistito a un raddoppio spesa militare in appena 12 anni da parte dei Paesi dell’Ue che fanno parte della Nato. Siamo quindi già a una situazione di militarizzazione dell’economia. E concentrare risorse nella armi significa toglierle alla spesa sociale, al welfare, alle politiche del Green Deal.

Inoltre, come dimostriamo nel libro “Se l’Europa va alla guerra”, in questo modo l’Europa non è neppure in grado di raggiungere gli obiettivi di sovranità tecnologica che spera, perché questi sistemi dipendono da strumenti digitali, da satelliti e dal Big data. Esattamente come quelli utilizzati da Israele a Gaza. E tutte queste tecnologie sono nelle mani della Big tech statunitense. Il riarmo europeo, insomma, è fatto esattamente come lo voleva Trump: comprando armi da Washington e legandosi mani e piedi alle loro tecnologie.

Un esercito comune europeo resta una buona strategia per razionalizzare le spese?

È chiaro che in un contesto di sicurezza comune una condivisione è importante in Europa. Ma un conto è questo, prevedendo anche esercito comune, un conto è una corsa al riarmo che non fa altro che rappresentare una minaccia per altri Paesi. In Europa si va poi in ordine sparso: abbiamo un commissario che vuole esercito europeo e un altro che vuole rafforzare il pilastro europeo della Nato.

Bisogna decidersi: vogliamo sganciarci dagli Usa o restare subalterni? A livello nazionale, poi, la Francia ha la sua strategia nucleare, il Regno Unito resta vicino agli Stati Uniti, la Polonia e i Paesi baltici puntano a una militarizzazione sostenuta da Trump. Non è questo il modello che occorre per garantire la pace in Europa e nel Mediterraneo.

Nel libro si parla anche di tecnologia. Prendiamo i robot killer: si tratta di qualcosa di “umanizzabile” o è meglio comportarsi come si fece con la clonazione umana, ovvero imporre un divieto assoluto?

L’esperienza delle armi nucleari e il caso della clonazione umana sono esattamente gli esempi a cui rifarsi nella discussione sull’automazione della guerra, e sull’uso di sistemi di intelligenza artificiale nel settore militare. Occorre una messa al bando, perché con non si fa altro che moltiplicare i rischi di conflitti nucleari: il meccanismo della deterrenza si basa infatti sulla responsabilità politica dell’uso armi atomiche. Se tutta questa gestione la fa l’IA, con tempi tra l’altro accorciati enormemente, anche la prospettiva di una guerra accidentale non può che crescere. Anche l’Onu ha d’altra parte chiesto la messa al bando. Certo sarà difficile ottenerla.

Spendiamo centinaia di miliardi nelle armi mentre abbiamo una battaglia da combattere: quella sui cambiamenti climatici. La politica si comporta in questo modo perché manca una domanda dal basso sufficientemente forte?

Su questo siamo di fronte a dei paradossi. I sondaggi ci dicono ad esempio che c’è ancora una forte presenza di persone contrarie al riarmo, favorevoli a soluzioni pacifiche. Ed è anche una massa traversale: in Germania tra gli elettori dell’AfD molti sono contrari al sostegno militare all’Ucraina. Anche in  Italia molti conservatori non vogliono la guerra. E spesso si riconosce anche la priorità che dovrebbe avere la lotta ai cambiamenti climatici. Poi però tutto questo non si traduce in una priorità politica. Probabilmente perché siamo ancora troppo subalterni agli Stati Uniti. Il problema è che se ti prepari alla guerra, anche se solo ibrida o parziale, prima o poi la fai sul serio.

La spesa militare è comunque spesa pubblica: in questo senso aiuta l’economia?

Nel libro abbiamo studiato gli effetti della spesa militare: i risultati dicono che la creazione di reddito è la metà di quella che arriva da investimenti in ambiente o salute. Anche perché, come detto, buona parte del riarmo si traduce in importazioni dagli Usa. Inoltre sulle tecnologie militari i vantaggi restano molto settoriali, cioè non si diffondono nell’economia. A ciò si aggiunge la finanziarizzazione: oggi spesso nelle proprietà delle industrie di armi ci sono fondi d’investimento, che chiedono profitti alti e immediati. Siamo in un mondo in cui se scoppia una guerra crescono le quotazioni in Borsa delle imprese del settore della difesa: è una follia.

Per il metodo con il quale calcoliamo ancora la salute di un’economia, ovvero il Pil, un euro fatto con le armi è identico a un euro fatto con un impianto eolico. Non siamo di fronte a un freno “tecnico” al cambiamento?

Il Pil è un cattivo indicatore, perché un carro armato vale come un ospedale nonostante i benefici sociali siano opposti. Ci sono stati numerosi tentativi di quantificare costi e benefici, ad esempio sottraendo dal Pil i danni ambientali o derivanti dalla distruzione militare. Uno studio fatto alcuni anni fa sull’Italia ha mostrato che, se si ponderasse in questo senso, avremmo smesso di crescere dal 1992. Proprio perché  i piccoli aumenti del Pil sono stati vanificati dagli effetti negativi.

La guerra crea anche inflazione?

La guerra porta con sé debito pubblico e inflazione. Le riparazioni imposte dopo la Prima guerra mondiale alla Germania generarono una situazione economica che favorì l’accesso al potere dei nazisti. Non a caso Keynes criticò con forza il trattato di Versailles. Più in generale, la realtà è che le guerre si finanziano con la spesa pubblica, e questa a sua volta col debito, che crea fragilità nei mercati aumentando il rischio di insolvenze. Occorre essere consapevoli che la militarizzazione crea anche rischi di crisi finanziarie, e che se si passa per l’emissione di moneta si crea inflazione.

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