Armi autonome, l’Onu trova una definizione. Primo passo verso la regolamentazione
Quasi 130 Paesi hanno concordato un testo comune sulle armi letali autonome: a novembre si deciderà se avviare i negoziati per un trattato vincolante
In breve
- Quasi 130 Paesi hanno raggiunto un accordo Onu su un testo che definisce i sistemi d’arma autonomi letali, aprendo la strada ai negoziati.
- A novembre, nell’ambito della Convenzione su alcune armi convenzionali, gli Stati membri decideranno se avviare i negoziati per un trattato vincolante.
- Stati Uniti, Russia e Cina restano contrari: nelle trattative sono stati cancellati i riferimenti a etica, prevedibilità e tracciabilità delle armi.
L’Onu ha mosso un primo passo verso la regolamentazione dei sistemi d’arma autonomi letali (Laws), noti anche come “killer robot”. Quasi 130 Paesi hanno raggiunto un accordo su una definizione di questo tipo di arma. Il testo apre così la strada verso i negoziati per un possibile trattato internazionale che regolamenti le armi autonome.
A febbraio 2026, l’Onu aveva istituito un comitato scientifico con il compito di studiare rischi, opportunità e impatti dell’intelligenza artificiale in ambito bellico. L’intento era quello di arrivare entro il 2026 all’approvazione di uno strumento giuridicamente vincolante che vieti i sistemi di armi autonome letali. Dopo quest’ultimo voto, la palla passa in mano agli Stati membri delle Nazioni Unite. Dovranno decidere a novembre, nell’ambito della Convenzione su alcune armi convenzionali, se procedere verso un trattato internazionale sui sistemi d’arma autonomi letali.
L’accordo però non è scontato. Stati Uniti, Russia e Cina sono da sempre contrari a un trattato di questo tipo. Preferiscono mantenere regole il più vaghe possibile sullo sviluppo e l’uso di questo tipo di arma. Non è un caso che proprio questi Paesi siano quelli che più di altri stanno investendo sui sistemi autonomi.
La nuova definizione Onu delle armi autonome letali”
Le armi autonome sono sistemi che, grazie all’intelligenza artificiale, sono in grado di individuare e colpire un bersaglio senza l’intervento umano. Uno dei primi casi accertati di arma autonoma risale al 2020. L’allora primo ministro libico Fayez al-Sarraj impiegò uno sciame di droni forniti dalla Turchia per inseguire e attaccare le forze del generale Khalifa Belqasim Haftar. Nell’attacco sono stati impiegati veicoli aerei da combattimento senza pilota e sistemi d’arma autonomi letali come gli Stm Kargu-2. Lo ha ricostruito all’epoca l’Onu.
La questione è tornata al centro del dibattito alcuni mesi fa. L’Ucraina ha annunciato di aver testato con successo sul campo un velivolo senza pilota completamente autonomo. Dieci droni equipaggiati con sistemi di intelligenza artificiale sarebbero stati lanciati verso una zona di combattimento compresa tra Bakhmut e Chasiv Yar, in modalità programmata. Una volta raggiunta l’area, i velivoli senza pilota avrebbero agito in completa autonomia.
Il voto dell’Onu, dunque, dovrebbe regolare un settore già ampiamente sviluppatosi, su cui diversi Paesi continuano ad investire. Lo fanno sfruttando anche l’assenza di regole, tanto a livello nazionale quanto internazionale. Un intervento è però sempre più necessario. L’impiego di questi sistemi pone diversi problemi giuridici, a partire dall’accountability. Il diritto internazionale si basa fondamentalmente sul giudizio umano per garantire principi come la proporzionalità, facilitando così anche l’attribuzione di responsabilità. Nel caso delle armi autonome, tuttavia, è molto difficile dimostrare l’intenzionalità o la negligenza da parte di sviluppatori, militari o semplici operatori.
Un altro problema riguarda i bias dell’intelligenza artificiale. Lo spiega l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri). I sistemi di IA militari possono sviluppare distorsioni involontarie lungo tutto il loro ciclo di vita. In ambito militare, ciò comporta rischi per i civili che potrebbero essere invece identificati come soggetti attivi nel conflitto.
Il ruolo della società civile e del Parlamento italiano
In occasione del voto, all’Onu erano presenti anche i gruppi della società civile che da tempo chiedono una regolamentazione delle armi autonome. «Il testo ufficiale definitivo del Gruppo di esperti governativi non è ancora stato diffuso, ma aver seguito i lavori di Ginevra fianco a fianco con la campagna Stop Killer Robots ci permette già una valutazione affidabile. Il bilancio è agrodolce», spiega Francesco Vignarca della Rete Pace e Disarmo. «Da un lato, oltre 70 Stati si sono detti pronti ad avviare i negoziati su un trattato. Un salto enorme, se pensiamo che si è passati dai 42 della dichiarazione congiunta guidata dal Brasile del settembre 2025 agli oltre 70 di oggi».
«Dall’altro lato, nelle discussioni notturne a porte chiuse, sono stati cancellati elementi chiave come i paragrafi sulle considerazioni etiche e i riferimenti a prevedibilità e tracciabilità. La lezione è netta: dopo oltre dieci anni, continuare solo a discutere non basta più. Sul fronte di divieti e restrizioni il Gruppo non è andato molto oltre il richiamo ai principi generali del diritto umanitario. Stati fortemente militarizzati come Cina, Russia e Stati Uniti hanno sfruttato la regola del consenso per far prevalere le proprie posizioni».
Anche l’Italia, spiega Vignarca, può dare il suo contributo. Il governo ha dato il proprio assenso alla dichiarazione congiunta cross-regionale, promossa tra gli altri da Brasile, Irlanda e Norvegia, a sostegno dell’avvio dei negoziati. Potrebbe inoltre prevedere, anche a livello nazionale, il divieto dei sistemi d’arma autonomi antipersona, in attesa di una regolamentazione internazionale. A riguardo, la Rete Pace e Disarmo, parte della campagna contro i killer robot, sta lavorando alla costruzione di un intergruppo parlamentare. Il progetto segue la conferenza ospitata a inizio 2026 in Senato.



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