Il pollo di Trilussa e la crisi europea

di Andrea Baranes Sai ched’è la statistica? È ’na cosa che serve pe’ fa’ un conto in generale de la gente che nasce, che sta male, ...

Di Andrea Baranes

di Andrea Baranes

Sai ched’è la statistica? È ’na cosa
che serve pe’ fa’ un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che sposa.
Ma pe’ me la statistica curiosa
è dove c’entra la percentuale,
pe’ via che, lì, la media è sempre eguale
puro co’ la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
secondo le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra ne le spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.
Trilussa – La Statistica

Ci incamminiamo lungo il pendio di una collina. Poco a poco prendiamo velocità. L’unico modo per rimanere in piedi è iniziare a correre più veloce, e più corriamo veloce più dobbiamo accelerare. Se non vediamo la fine della discesa, prima ci buttiamo per terra e meno ci facciamo male.
Il PIL del mondo cresce del 2 – 3% l’anno. La finanza pretende profitti in doppia cifra. Abbiamo un problema. La cosa potrebbe essere accettabile se la finanza trascinasse con sé l’economia reale e la ricchezza di tutti. Potrebbe essere economicamente sostenibile se la finanza fosse di dimensioni limitate rispetto all’economia. Nessuna di queste due ipotesi è vera. Le possibilità per il sistema finanziario di garantire i tassi di profitto necessari al proprio sostentamento sono solamente due. Incrementare ulteriormente il trasferimento di risorse dall’economia reale, o creare delle gigantesche bolle speculative.
In entrambi i casi, continuare a correre sempre più veloce lungo una discesa sempre più ripida.

Allo scoppio della crisi, nel 2007, si sono succedute roboanti dichiarazioni sulla fine della finanza-casinò, su severe misure di regolamentazione da introdurre al più presto, sull’introduzione di controlli stringenti.
A distanza di più di quattro anni non è stato fatto praticamente nulla. Anzi. Il mercato dei derivati segna nuovi record, la speculazione viaggia a pieno ritmo, i paradisi fiscali fioriscono, i banchieri di Wall Street e della City si gratificano con bonus miliardari.
La mancata regolamentazione non è unicamente una questione di ingiustizia sociale. Di fatto una buona parte del mondo finanziario si trova oggi in una situazione simile a quella pre-crisi: stessi volumi (anzi, ancora maggiori) di titoli rischiosissimi, stessa assoluta mancanza di trasparenza, stessa corsa esasperata verso il massimo profitto fine a sé stesso a qualunque costo, stessa probabilità di un tracollo
Un dato per capire meglio. Diversi dei maggiori gruppi bancari del mondo continuano ancora oggi a lavorare con delle leve finanziarie anche di 40 o 50 a 1. Cosa significa una leva di 50 a 1? Significa che ho 1 solo euro mio, 49 li chiedo in prestito e i 50 così ottenuti me li vado a giocare al casinò, sperando di guadagnare abbastanza per restituire il prestito e i suoi interessi. Ma cosa succede se perdo anche solo 2 euro sui 50 che ho giocato? Succede che non solo finisco i miei soldi, ma non posso nemmeno restituire i
prestiti contratti. Succede da una parte che sono insolvente, dall’altra che il mio comportamento contagia e causa delle perdite anche chi mi ha prestato i 49 euro. Magari tra i creditori c’è anche un’altra banca che ha anche lei una leva finanziaria di 50 a 1, e che se non rientra di un prestito anche relativamente piccolo rischia di andare essa stessa in enormi difficoltà, e via con un effetto domino.
In un altro post pubblicato qui avevamo illustrato non uno ma dieci motivi che ci portavano a dire che quella che viene dipinta come una crisi dei debiti sovrani dei PIIGS europei sia in massima parte ancora una crisi bancaria e finanziaria. E che se nel 2007 alcune banche erano too big to fail, troppo grandi per essere lasciate fallire, oggi è il sistema finanziario nel suo insieme a essere too big to save, semplicemente troppo grande perché i governi – gà in difficoltà – possano salvarlo.
Le banche si sono lanciate lungo il pendio della collina, correndo sempre più veloci. Nella corsa hanno travolto Stati, lavoratori e cittadini. Ora siamo noi a rotolare. Ma questo è stato appena sufficiente per rallentare per un momento la corsa del sistema finanziario, che ha ripreso più veloce di prima sopra le nostre teste. Tradotto, una montagna di debiti che vale decine di volte l’economia reale e che deve essere rifinanziata a tassi di interesse più alti del tasso di crescita della stessa economia. Una gigantesca bolla che tutti noi dobbiamo alimentare.
In ultima analisi, i tagli al welfare e alle spese sociali, la mercificazione dei beni comuni, l’austerità e gli interessi crescenti sul debito pubblico sono il nostro (inconsapevole e forzoso) tentativo di tenere in piedi questo sistema finanziario. Se la ricchezza totale è quella e qualcuno se la divora tutta continuando ad avere fame, qualcun altro deve digiunare. La media è di un pollo a testa, ma come insegna Trilussa qualcuno rimane a stomaco vuoto. E per non fare arrabbiare chi continua a mangiare entrambi i polli oggi ci chiedono anche di stringere la cinghia.
E’ questo il cuore del problema. Possiamo discutere dell’attuale assetto europeo, persino dei vantaggi e svantaggi di un’eventuale uscita dall’euro. Ma sarebbe come discutere se è meglio avere in tavola polli, tacchini o quaglie. Non cambia molto finché qualcuno continua a spazzolare tutto e ad avere sempre più fame.
Analogamente si possono contestare i piani di austerità e proporre misure keynesiane di intervento pubblico per rilanciare l’economia. Al di là di quale modello economico e quale sistema produttivo vogliamo mettere in piedi (interventi pubblici per i cacciabombardieri o per l’efficienza energetica?), interventi di stimolo dell’economia significano che in tavola avremo tre polli invece di due, la media sarà di 1,5 polli a testa, tutti e tre finiranno nelle fauci della speculazione e noi saremo più indebitati e affamati di prima.
Parlare di definanziarizzazione significa semplicemente pensare che è ora che la media di un pollo a testa corrisponda a un pollo a testa. Anzi, è ora che sia la finanza-casinò a stare un po’ a digiuno.

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