Così la moda nega i diritti fondamentali nel lavoro: l’inchiesta di Amnesty International

Due rapporti di Amnesty International denunciano gravi abusi e violazioni dei diritti umani nelle filiere dell'industria della moda

In Asia meridionale gran parte delle persone che lavora nell’industria della moda è costituita da donne, migranti rurali o provenienti da caste emarginate © Quang Nguyen Vinh/Pexels

L’industria della moda prospera sulla negazione dei diritti di lavoratrici e lavoratori (ma sono quasi sempre lavoratrici). Parlano chiaro due rapporti pubblicati da Amnesty International a fine novembre, focalizzati rispettivamente sull’industria dell’abbigliamento in Bangladesh, India, Pakistan e Sri Lanka e sulle responsabilità dei grandi marchi. I due report, secondo la segretaria generale di Amnesty International Agnès Callamard, sono «un atto di accusa contro l’intero modello di business dell’industria dell’abbigliamento, che sacrifica i diritti dei lavoratori del settore in Bangladesh, India, Pakistan e Sri Lanka nella ricerca incessante di profitti per gli azionisti delle aziende di moda, in gran parte occidentali». Tutto nel silenzio (e a volte con la compiacenza) dei governi.

Le due indagini di Amnesty International sulle condizioni di lavoro nella moda

Amnesty International tra settembre 2023 e agosto 2024 ha raccolto 88 interviste in 20 fabbriche, distribuite in quattro Paesi: Bangladesh, India, Pakistan e Sri Lanka. 64 le lavoratrici e i lavoratori intervistati, a cui fanno seguito 12 leader sindacali e attiviste e attivisti. Oltre due terzi delle voci raccolte appartengono a una donna.

La seconda indagine invece interroga le proprietà con l’invio (a novembre 2023) di un questionario a 21 brand in nove Paesi. A loro la Ong ha chiesto informazioni su quali politiche adottino in materia di diritti umani, come ne monitorino l’applicazione e quali azioni concrete mettano in campo per la libertà di associazione, la parità di genere, le pratiche di acquisto. Le uniche a fornire risposte complete sono state Adidas, ASOS, Fast Retailing, Inditex, Otto Group e Primark. L’anno successivo Amnesty ha condiviso i risultati preliminari, ricevendo riscontri da più della metà dei gruppi coinvolti.

In Asia meridionale chi lavora nella moda vede negati i propri diritti sindacali

In Asia meridionale a lavorare nell’industria della moda sono soprattutto donne, migranti rurali o persone provenienti da caste emarginate. Categorie che non hanno alcuna rappresentanza nella gestione delle fabbriche. Le lavoratrici riferiscono continue molestie, aggressioni, abusi fisici e sessuali. Quasi mai ottengono giustizia, anche perché negli stabilimenti, gestiti da uomini, non esistono meccanismi d’ascolto.

Fuori dalle fabbriche, lo Stato ostacola la sindacalizzazione. Chi lavora nell’industria tessile denuncia la minaccia costante di ritorsioni quando tenta di iscriversi a un sindacato. Le organizzazioni sindacali, intervistate da Amnesty, confermano il clima di paura e di minaccia. Anche i governi, secondo la Ong, ricorrono a metodi di dissuasione dei lavoratori: azioni antisindacali, ostacoli al diritto di sciopero, barriere all’organizzazione sindacale nelle zone economiche speciali (Sez), sostituzione dei sindacati indipendenti con organismi filo-aziendali.

Dal salario minimo negato al lavoro domestico senza tutele: cosa subiscono gli operai della filiera moda

Nelle zone economiche speciali del Bangladesh, per legge, non si possono formare organizzazioni di stampo sindacale. Lavoratrici e lavoratori sono incoraggiati a formare associazioni o comitati di assistenza sociale, con capacità molto più limitata. Le proteste sono state spesso represse con violenza. In India tante persone lavorano per l’industria della moda a domicilio: si occupano di ricami e finiture. Questo comporta che spesso la legge non le riconosca come dipendenti. Perdono così il diritto alla protezione sociale, a iscriversi a un sindacato, alla pensione.

In Pakistan il salario minimo o anche solo un contratto di lavoro sono un miraggio per chi lavora nell’industria della moda. La mancanza di contratti scritti adeguati e di controlli è un fenomeno sistemico. In Sri Lanka, nelle zone di libero scambio, le misure amministrative pongono ostacoli insormontabili al diritto alla libertà di associazione. I lavoratori che riescono a formare un sindacato vanno incontro a minacce, intimidazioni e spesso licenziamenti.

Quando i brand della moda si disinteressano delle proprie catene di approvvigionamento

I grandi marchi della moda, così come chi vi investe, sono spesso silenti e assenti quando si tratta di verificare il rispetto dei diritti umani nelle aziende a cui appaltano il lavoro. Accade attraverso diversi espedienti, per esempio trasformando la due diligence e i codici di condotta in formalità burocratiche. Senza una reale vigilanza, le catene di approvvigionamento diventano opache.

Spesso la manodopera impiegata viene da Paesi i cui governi non hanno controllo su come si lavora o addirittura reprimono chi lo richiede. Esistono linee guida internazionali, cioè i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani e le Linee guida dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), ma non sono vincolanti. E in gran parte dei Paesi produttori mancano leggi specifiche.

Le catene di approvvigionamento sono così scarsamente trasparenti che è difficile dimostrare se e quanto i diritti umani vengano rispettati in una specifica fabbrica. I 21 marchi intervistati da Amnesty hanno codici di condotta per i propri fornitori, politiche o principi sul tema. Sta di fatto però che, che nei pochi controlli che è riuscita a effettuare, l’Ong ha riscontrato ostacoli sistemici all’esercizio della libertà di associazione e della contrattazione collettiva, oltre a una presenza molto ridotta di sindacati indipendenti nelle fabbriche.

Le raccomandazioni di Amnesty International ai marchi della moda e ai governi

Finora la crescita economica del settore tessile è andata di pari passo con la restrizione dei diritti di chi vi lavora. Per scardinare questa ingiustizia, i due rapporti si concludono con una serie di raccomandazioni alle industrie della moda e ai decisori politici dei Paesi che ne ospitano la produzione.

Gli Stati dovrebbero garantire il diritto di associazione e contrattazione collettiva, eliminando le restrizioni in vigore, per esempio, nelle zone economiche speciali. In più dovrebbero assicurare il salario dignitoso, tutelare lavoratori e lavoratrici da violenze di genere e ritorsioni antisindacali e ratificare le Convenzioni fondamentali Ilo. I fornitori, dal canto loro, dovrebbero rispettare questi diritti e riconoscere e sostenere sindacati indipendenti. È fondamentale conclude la Ong, le aziende adottino con urgenza una due diligence efficace, capace di responsabilizzare le fabbriche della filiera e garantire un risarcimento a chi subisce violazioni.

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