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Italia divisa sui droni militari. E Piaggio Aerospace resta appesa alla politica

Industria del drone militare in fermento: l'Italia mostra una strategia confusa. Piaggio Aerospace in bilico, gli interessi di Leonardo e quelli di Washington

Di Corrado Fontana
Un Piaggio P.1HH HammerHead al Paris Air Show 2013. Di Tangopaso - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=27022619

Tutti contro tutti, o quasi, nella guerra dei droni militari. Perché mentre il mercato decolla in tutto il mondo, l’Italia non mostra una linea strategica univoca. Al massimo, i più ottimisti potrebbero definirla “versatile”. Compriamo dall’America un “usato sicuro”, spingiamo il drone europeo con Leonardo e teniamo in vita Piaggio Aerospace grazie agli arabi.

Piaggio appesa allo “schema di decreto” Pinotti

Da un lato, infatti, i droni «stiamo cercando di costruirli» spiega a Valori Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della Rete Italiana per il Disarmo – con l’ex Piaggio Aero Industries oggi Piaggio Aerospace. Un’azienda definita “decotta” da alcuni eppure acquisita – mutando nome – dagli Emirati Arabi nel 2014, quando già era in profonda crisi e il governo Renzi benediceva l’operazione in nome del suo salvataggio.

Piaggio Aerospace ha sviluppato un primo prototipo di drone, chiamato P1HH HammerHead, il quale ha avuto però qualche incidente di percorso (è affondato in mare nel volo di prova, ndr). «Il sospetto – prosegue Vignarca – è che gli Emirati Arabi, che difficilmente avrebbero ricevuto certe tecnologie dagli USA, abbiano acquistato questo comparto di Piaggio proprio per sviluppare droni. E che quindi la versione successiva del primo prototipo, il P2HH potrebbe essere sviluppata come drone armato».

Un rendering del drone P1HH. FONTE: Piaggio Aerospace

A possedere il 100% di Piaggio Aerospace è Mubadala Development Company, fondo sovrano del governo di Abu Dhabi, e l’azienda, che un tempo costituiva un’eccellenza nella produzione di aerei civili d’alta gamma, ha puntato tutto sui velivoli militari senza pilota per risollevarsi.

Con quali soldi? Innanzitutto con quelli dell’azionista arabo che, dopo l’acquisto, ci ha comunque investito altri 700 milioni di euro. E poi grazie a tanto denaro pubblico promesso, che arriverebbe a Piaggio Aerospace se l’attuale governo decidesse di dare attuazione allo schema di decreto ministeriale messo a punto pochi giorni prima delle elezioni del 4 marzo scorso dall’allora ministro della Difesa Roberta Pinotti.

Azzardo preelettorale e paura spezzatino

L’operazione aveva un intenso profumo elettorale, visto che la ministra, poi candidata in Liguria per il Senato (sconfitta nel collegio uninominale e ripescata grazie alla quota proporzionale), si interessava di una società che ha la sede operativa a Villanova d’Albenga, nel savonese. Ma tant’è.

Lo schema di decreto ministeriale è ancora in attesa di discussione nelle commissioni competenti prima di un’eventuale approvazione dal Ministero della Difesa. Prevede commesse per 766 milioni di euro (38,3 milioni per 20 velivoli a controllo remoto P2HH in 16 anni) dalla nostra aeronautica. Un miraggio per i 1300 dipendenti di Piaggio Aerospace, che potrebbe persino assumere nuovi lavoratori se lo sviluppo del P2HH fosse davvero finanziato.

screenshot dal sito di Piaggio Aerospace – agosto 2018

Ma la valutazione di tutti sindacati sul futuro è segnata dalla preoccupazione.  «La situazione è di caos» commenta Bruno Manganaro, segretario generale Fiom Cgil Genova. «L’azienda tende a tranquillizzare però è in attesa di un via libera da parte del Parlamento sul suo piano industriale. E senza quello, temo, è finita. Oggi fa pochissimo nel settore civile, mentre ha basato tutto il futuro su quello militare. E in più è indebitata con le banche».

Non solo. «Mudabala, l’azionista unico, per ora tiene perché ha l’obiettivo di entrare in questo settore militare, ma nel momento in cui non ci riuscisse sarebbe un bel problema. Ha fatto investimenti ipotizzando già uno spezzatino: vorrebbe vendere il settore motori e concentrarsi sull’ambito militare». Oltre alla cessione della proprietà intellettuale del suo aereo civile di punta, il jet executive P180, ai cinesi.

Turco (M5s): Piaggio non è una garanzia

L’iter dello schema di DM, dalle elezioni del 4 marzo in poi, è di fatto ripartito da zero. A favore di Piaggio – che resta comunque azienda militare strategica per l’Italia – giocherebbero accordi politici precedenti e un’intreccio d’investimenti intercorsi tra Italia e Abu Dhabi (Alitalia, Intesa Sanpaolo). O almeno così si augurano i sindacati.

ElisabettaTrenta, ministro della Difesa. By Lucaosti [CC BY-SA 4.0], from Wikimedia Commons
Intanto la patata bollente passa al governo Lega-5Stelle. Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta sta valutando che fare e il parere della nuova commissione Difesa dovrebbe arrivare in ottobre. Quello del governo entro Natale. Le ipotesi sono tutte sul tavolo. Anche perché – come già per altri dossier – all’interno della maggioranza di sono interessi (sensibilità?) diverse.

Intanto però il relatore alla commissione Difesa, Mario Turco (M5S) esprime dubbi tutt’altro che di circostanza. I principali riguardano la formulazione ipotizzata da Pinotti, che prevedeva, in caso d’inadempienza, penali per lo Stato ma non per l’azienda, e nessuna fideiussione a garanzia del rispetto dei tempi e della fornitura. Ma non solo.

Obiettivo “multidimensionalità”

«Sono emerse criticità – spiega Turco – legate sia alla finalità del progetto in sé che, soprattutto, all’affidabilità o meno del primo fornitore, che è Piaggio Aerospace. Chiaramente, poi, il programma non può essere destinato al solo uso militare. Stiamo cercando di renderlo multidimensionale, in modo tale da utilizzarlo sia per usi di ricognizione territoriale che per uso interno, legato alla lotta al traffico di rifiuti illeciti, alla tutela delle coste e dell’interesse pubblico».

E la strada che passa per Villanova d’Albenga vede anche le critiche autorevoli dell’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Pasquale Preziosa.

«Tra Difesa italiana ed Emirati, Piaggio Aerospace piazzerà una quarantina di velivoli in venti anni» spiegava in primavera Preziosa, intervistato da Business Insider. «Una quantità che mi sembra contenuta per poter generare le necessarie economie di scala. E in assenza di economie di scala il progetto non è sostenibile nel tempo. Le aziende di Usa e Israele hanno prodotto centinaia, forse migliaia di droni. Solo quantità così elevate offrono una garanzia di sostenibilità della supply chain, la catena dei fornitori».

Analisi alla quale si oppone il sostegno del successore di Preziosa, e attuale capo di Stato maggiore dell’Aeronautica (“fan” dell’agenda Pinotti), il generale Enzo Vecciarelli.

estratto dalla relazione del colonnello Vecciarelli alla commisione difesa sul programma del drone Piaggio Aerospace P2HH – 1

Leonardo e Piaggio separate in casa

Aspettando quindi le proposte di modifica al decreto, le speranze di Piaggio Aerospace resistono. Ma hanno un ulteriore ostacolo da superare. Il rapporto controverso, a tratti concorrenziale, con un colosso dell’industria militare, nazionale e non, come Leonardo (ex Finmeccanica).

L’Italia infatti è impegnata anche nello sviluppo del Male RPAS, cioè il drone europeo per media altitudine e lungo raggio. E l’acronimo che lo identifica (anche se scomposto significa Medium Altitude Long Endurance Remotely Piloted Aircraft) pare già un programma. Il progetto vede coinvolte anche Francia, Spagna e Germania e grandi compagnie (Leonardo, appunto, con AirbusDassault). E dovrebbe concretizzarsi nel 2025 con le consegne dei primi apparecchi (il programma del P2HH punta invece al 2022).

Il drone MALE RPAS svelato a BerlinoUn modello a grandezza naturale del MALE è stato presentato in pompa magna all’Air Show di Berlino di aprile 2018 ma, secondo Antonio Caminito (Fiom Cgil) era ancora «vuoto». Tanto che, a patto di avere un piano industriale e prospettive commerciali solidi, sottolinea con forza Caminito, «rimarrebbero i tempi tecnici perché politica e militari permettessero a Piaggio Aerospace di salire anche su quest’ultima scialuppa di salvataggio».

La prospettiva è tuttavia resa tortuosa dal fatto che Piaggio ha un proprietario che non è tra i firmatari dell’MTCR, l’accordo internazionale che limita fortemente l’opportunità di condividere tecnologie d’interesse militare con nazioni e soggetti esterni. Emirati Arabi inclusi. Per non dire delle delle ombre di spionaggio che già hanno sfiorato l’azienda ligure.

La terza via: i droni USA. E i 550 voli da Sigonella

Insomma, l’Italia vuole stare in questo business ma non sa ancora esattamente dove scommettere. E se nel frattempo ha già cominciato a spendere, stando al rapporto Unnamed Ambitions, appena pubblicato dall’organizzazione olandese PAX – Pax for peace, rientra tra quei 78 i Paesi che i droni militari li impiegano già.

La spesa militare italiana? Brucia 2,8 milioni di euro ogni oraSebbene il nostro Paese non sia uno dei nove che avrebbero ripetutamente utilizzato droni armati in combattimento (Azerbaijan, Iran, Iraq, Israele, Nigeria, Pakistan, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti), la nostra Aeronautica possiede una flotta di MQ-9 Reaper di produzione americana.

MQ-9 Reaper drone Afghanistan
Un drone MQ-9 Reaper in missione di combattimento nel sud dell’Afghanistan

Per questi Reaper abbiamo già ottenuto l’autorizzazione a dotarli di armamento, ma non si sa se e quando questa dotazione da guerra verrà attivata. Nell’attesa sono comunque in grado di svolgere missioni di sorveglianza e ricognizione. Senza contare che dalla base di Sigonella, nell’ambito degli accordi Nato e della collaborazione con gli USA, centinaia di missioni svolte da droni militari americani sono partite e partono da anni.

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