La BCE le prova tutte, nella direzione sbagliata

Taglio dei tassi fino allo 0,05%, tassi addirittura negativi per le banche che decidono di mantenere la propria liquidità presso la BCE, e poi ancora liquidità ...

Di Andrea Baranes

Taglio dei tassi fino allo 0,05%, tassi addirittura negativi per le banche che decidono di mantenere la propria liquidità presso la BCE, e poi ancora liquidità vincolata all’erogazione di prestiti e cartolarizzazioni. E’ lunga la lista degli strumenti messi in campo dalla Banca Centrale Europea nel tentativo di rilanciare un’erogazione del credito in continuo calo: le banche prestano sempre di meno, il che provoca difficoltà al mondo delle imprese, che quindi investono e assumono meno, il che aggrava recessione e crisi, portando le banche a chiudere ulteriormente i rubinetti, in una spirale che si autoalimenta.
Non solo. La BCE cerca di superare il problema di una liquidità che rimane “incastrata” nei circuiti finanziari, senza raggiungere imprese ed economia, secondo una versione moderna della “trappola della liquidità” già teorizzata da Keynes con la celebre metafora secondo la quale puoi portare un cavallo al fiume ma non puoi obbligarlo a bere: in momenti di difficoltà economica si può immettere liquidità nel sistema ma non obbligare imprese e persone a consumare e investire invece di risparmiare.
Oltre all’abbattimento dei tassi, è in questa direzione che la BCE ha messo in campo il TLTRO – Targeted Long Term Refinancing Operations: liquidità a basso costo alle banche, ma unicamente se tali risorse vengono poi indirizzate all’economia “reale”. Negli scorsi anni la BCE aveva già prestato alle banche oltre mille miliardi di euro a un tasso bassissimo, ma questo non si era tradotto in maggiori prestiti all’economia: i soldi della BCE venivano usati per acquistare titoli di Stato o altri strumenti finanziari. Ora la nuova liquidità deve essere trasferita dalle banche a imprese e cittadini.
La BCE dovrebbe poi acquistare dalle banche titoli frutto di cartolarizzazioni dei crediti. Per una banca, erogare un credito significa aspettare di ricevere una certa somma di denaro nel futuro. Con una cartolarizzazione, la banca può rivendere il diritto a riscuotere tali somme, per incassare subito una certa cifra e liberarsi dal rischio di credito. Per farlo si costruisce un’obbligazione – chiamata ABS o Asset Backed Security – che ha come garanzia il prestito erogato. Acquistando tali ABS, la BCE dovrebbe permettere alle banche di liberare capitale da impiegare i nuovi prestiti.
Tutto bene quindi, e un applauso alla BCE? Purtroppo no, e i motivi sono diversi. L’esordio del TLTRO è stato a dire poco deludente: le stime prevedevano di mettere in campo fino a 150 miliardi di euro, in realtà le banche ne hanno richiesti unicamente poco più della metà. Nel Nord Europa molte banche possono infatti finanziarsi a tassi simili se non inferiori, senza dovere poi sottostare a vincoli e controlli. Diversi istituti, inoltre, si muovono con molta prudenza anche in ragione dei controlli sulla solidità patrimoniale che sono condotti proprio in questi mesi.
Soprattutto, in una fase recessiva le imprese tendono a non investire e i cittadini a non consumare. E’ la domanda di prestiti a languire, non l’offerta. In ultimo, anche quando ci fosse una richiesta di credito, proprio in ragione delle difficoltà dell’economia le banche chiedono garanzie che chi vuole un prestito spesso non è in grado di offrire.
Riguardo gli ABS, le critiche sono fin troppo evidenti andando a vedere come solo pochi anni fa le cartolarizzazioni siano state la scintilla che ha fatto esplodere la bolla dei mutui subprime e la conseguente crisi globale. Le banche concedevano mutui anche a chi non aveva né reddito né garanzie perché immediatamente dopo potevano disfarsi del rischio “impacchettando” tali mutui in obbligazioni che venivano rivendute in tutto il mondo. Possibile che da una crisi nata dal disastro delle cartolarizzazioni si decida di uscire puntando sulle cartolarizzazioni? Ovviamente verranno cartolarizzati unicamente i crediti di buona qualità, ovviamente il rischio verrà tenuto sotto controllo, ovviamente “questa volta è diverso”…
Partendo da queste considerazioni discendono quelle che sono le critiche più sostanziali alle nuove misure della BCE. Troppo spesso si dimentica che la crisi è stata scatenata dal collasso della finanza privata, il che solo successivamente ha comportato enormi problemi per le finanze pubbliche. In maniera diametralmente opposta, le istituzioni, a partire proprio dalla Troika di cui la BCE è membro autorevole, hanno disegnato un quadro in cui le responsabilità sono interamente della finanza pubblica. Una visione per lo meno distorta che ha portato da un lato a durissimi piani di austerità per Stati e cittadini che avevano subito gli impatti della crisi, dall’altro a fornire liquidità illimitata al sistema finanziario che l’aveva provocata.
Nell’immaginario costruito in questi anni, la finanza pubblica è il problema, quella privata la soluzione, mentre abbastanza evidentemente almeno negli ultimi anni è stato esattamente l’opposto. Si pretende di uscire da una crisi esasperando i motivi alla base della crisi stessa, pur di non rimettere in discussione l’idea mercantilista secondo la quale l’importante è migliorare l’offerta: tagli alle tasse e ai salari, credito facile per le imprese, tutto per produrre al prezzo più basso, inseguendo il mantra della competitività. Peccato che, come conferma persino il deludente risultato del TLTRO, il problema è dal lato della domanda, non dell’offerta. E la domanda langue in primo luogo perché le misure di austerità, richieste dalla stessa Troika, provocano una caduta del PIL e un aumento delle diseguaglianze, quindi un crollo della domanda interna che non è in nessun modo compensato dal presupposto aumento delle esportazioni.
Di fronte al fallimento di questi anni e alla disastrata situazione economica dell’UE, non si rimette però in alcun modo in discussione il dogma, ma al contrario si intensifica la dose di una medicina che si sta rivelando un veleno: ancora più austerità e consolidamento fiscale per le finanze pubbliche, misure sempre più innovative per inondare di liquidità la finanza privata.
In ultimo, se anche tali misure dovessero funzionare, è possibile pensare che la soluzione possa essere un rilancio tout court di produzioni e consumi, proprio nei giorni in cui dal Palazzo di Vetro dell’ONU ci viene nuovamente ricordato quanto drammatica sia la situazione del nostro pianeta?
Manca un piano di investimenti di lungo periodo per la riconversione ecologica delle produzioni; puntare non sulle grandi opere ma sulla mobilità sostenibile; non sulla cementificazione del territorio ma sull’efficienza energetica; un piano per l’occupazione nella ricerca, nella conoscenza e nel welfare; e l’elenco potrebbe proseguire. Tutto questo significa comprendere che questioni economiche, sociali e ambientali sono inestricabilmente legate le une alle altre. Significa, prima ancora, un modello in cui le decisioni politiche, sociali e ambientali determinano quelle in ambito economico e monetario, non l’opposto. Significa riconoscere che questo sistema finanziario si è dimostrato assolutamente incapace di operare nell’interesse generale, e che a maggior ragione serve quindi un indirizzo pubblico, proprio partendo dalla scala europea.
Le nuove misure messe in campo dalla BCE presentano diversi problemi, ma non tanto e non solo nel merito tecnico. Se il problema fosse “unicamente” economico, si potrebbe correggere il tiro e rimediare. Ma il problema non è economico, è ideologico, e riguarda l’intera architettura, poteri e visione delle istituzioni europee. E su questo è molto più difficile, ma ancora più necessario, riuscire a intervenire al più presto.
Foto di MPD01605

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