La bolla finanziaria dei prestiti agli studenti sta per esplodere: JP Morgan non ne concederà più

di Giacomo Gabbuti, pubblicato su IlCorsaro.info Quando ne parlammo, oramai sette mesi fa, non aveva destato grande attenzione il rapporto di TransUnion che denunciava ...

di Giacomo Gabbuti, pubblicato su IlCorsaro.info
Quando ne parlammo, oramai sette mesi fa, non aveva destato grande attenzione il rapporto di TransUnion che denunciava l’eccessiva «concentrazione di rischio» nel mercato dei prestiti d’onore statunitensi. L’azienda di Chicago, aggregatore di notizie e database sulla solvibilità e l’affidabilità di istituti finanziari e semplici cittadini, riportava cifre inquietanti: mentre infatti i prestiti lievitavano, sfiorando quota 900 miliardi di dollari, quasi un terzo degli studenti che ricorrevano ai prestiti veniva classificato come subprime. Contemporaneamente, il 33% di questi studenti si rivelava insolvente, e la dilazione del saldo dei prestiti toccava quota 388 miliardi.  Insomma, dai dati sembrava prefigurarsi una vera e propria bolla finanziaria, prossima a esplodere, con il Presidente Obama chiamato a intervenire per tenere arbitrariamente bassi i tassi d’interesse, e scongiurare il mancato pagamento di migliaia di questi prestiti.
Difficile non ripensare a questo leggendo la notizia, fresca di ieri, che vede JP Morgan – la più grande banca statunitense – chiamarsi fuori dal mercato degli student loans.
Dal 12 ottobre, infatti, secondo quanto dichiarato in una nota all’agenzia Reuters, il colosso mondiale non erogherà più nuovi prestiti, ed entro il 15 di Marzo dell’anno prossimo sono previsti gli ultimi versamenti. Dopo aver già limitato ai soli clienti di Chase, la banca commerciale del gruppo, l’accensione di questo tipo di prestiti – come ad evidenziare una certa preoccupazione riguardo il profilo di rischio di chi faceva domanda, limitando l’erogazione a clienti già fidelizzati e “noti” – l’azienda dichiara infatti di non volerne più sapere di prestiti d’onore. Il mercato, infatti, dopo gli interventi cui il Congresso è stato costretto per allentare la morsa del debito studentesco, non sarebbe più remunerativo a sufficienza per gli investitori: già oggi quasi il 93% dei prestiti è effettivamente erogato dal Governo Federale, che come riporta Reuters sta effettivamente premendo sugli istituti privati affinché lo assecondino in questa politica.
«We just don’t see this as a market that we can significantly grow», commenta Thasunda Duckett, responsabile proprio del settore in Chase. Ma l’impressione, in riferimento ai dati di TransUnion, è che sia proprio il settore dei prestiti studenteschi ad aver superato la soglia oltre il quale non solo non sarà più garantito il consueto profitto ai prestatori, ma questi rischiano seriamente di non venir ripagati neanche della quota prestata. Per dirla con i commentatori dell’articolo, che sembrano condividere la nostra impostazione, la motivazione sembra piuttosto che i rimborsi dei suoi prestiti stanno andando «over the cliff», giù dalla scogliera, e JP Morgan fiuta l’indisponibilità del Governo Federale a intervenire, come in passato, per salvare assieme ai debitori pure gli istituti finanziari. E così, prima che il cerino le rimanga in mano, ha deciso di sfilarsi da questo settore, oramai uno dei più rischiosi. Anche perché alla base del problema giace la persistente, seppure in calo, disoccupazione, che riduce di molto le possibilità dei laureati di trovare lavori che gli permettano di ripagare le sempre più esose rette delle Top University. E il debito eccessivo non sembra funzioni più come incentivo: al contrario, secondo Bloomberg, il 23% degli studenti indebitati rimanderebbe proprio per questa ragione l’avviamento di un proprio business.
È oramai esercizio stantio ritornare sull’argomento, ma apparentemente c’è ancora qualcuno che esalta il sistema dei prestiti d’onore, e – nonostante il fallimento di ogni tentativo di importarlo in Italia – continui a considerarlo la soluzione ai problemi dell’Università italiana.  La vicenda infatti si presta a ricordare alcune cose a questi signori: in primo luogo, se trasformata in un mercato in cui le scelte formative ricadono interamente su chi le intraprende, l’istruzione diventa un affare piuttosto rischioso. A fronte di costi molto chiari, infatti, è piuttosto difficile prevedere l’esito individuale del percorso formativo. Se infatti possiamo dire con sufficiente certezza che c’è una relazione positiva tra l’economia di un Paese e il livello di istruzione dei suoi abitanti, non sappiamo se ogni studente avrà la fortuna di trovare un lavoro all’altezza delle sue aspettative. Peraltro, la crisi ci sbatte in faccia ogni giorno la realtà di migliaia di meritevoli – qualunque sia la definizione che si vuol dare al termine – lasciati sul lastrico da aziende che chiudono e opportunità che non esistono. Ne consegue il secondo nodo, e cioè che la mirabolante Mano Invisibile del debito privato non è in grado di fornire il livello “ottimale” di istruzione (che serva a una società più giusta o a un’economia più competitiva, cose non sempre sovrapponibili): nel caso statunitense sembra averne prodotta troppa, funzionale solo a strozzinare qualche studente malcapitato, mentre in Italia anche quest’anno l’OCSE ci ricorda che ne abbiamo fin troppo poca. Che c’entra il privato con l’Italia, verrebbe da chiedersi: c’entra, nel momento in cui il fondo per il Diritto allo Studio viene tagliato, e i costi della terza università più costosa del continente dopo Gran Bretagna e Paesi Bassi (ancora fonte OCSE) ricadono tutti sulle tasche di chi può permetterseli. Del resto, come evidenziano oltre a quelli dell’OCSE i dati di AlmaLaurea,  nonostante i tassi di occupazione e le remunerazioni dei laureati continuino a essere maggiori dei coetanei non laureati, entrambi sono in calo negli ultimi anni, ma soprattutto non sono tali da spingere anche i privi di mezzi a “investire” su se stessi (né del resto troverebbero qualcuno disposto a investire su di loro, non avendo garanzie da offrire).
Se dunque per aumentare il numero di laureati – obiettivo che vede concordi OCSE e AlmaLaurea, e sul quale il Governo Italiano aveva preso impegni precisi in ambito europeo – è necessario un intervento massiccio dello Stato nel rifinanziare ed estendere il Diritto allo Studio, sono proprio gli stessi numeri a dirci che sarebbe persino un buon investimento: sempre nel rapporto Education at a Glance, si stima infatti (Tabella A7.4a) in 168.693 dollari il ritorno (attualizzato) dello Stato per ogni studente laureato, tenendo conto solo delle maggiori entrate fiscali e del risparmio in termini di sussidi di disoccupazione: più del ritorno individuale (155.346 $), con un “profitto” di oltre il 10%. Ma inutile dire che di questo – come dei ritorni sociali e in termini di benessere – a JP Morgan e affini non può fregar di meno.