Migliorare il mondo un tiro di dadi alla volta: la storia di LabGDR

LabGDR utilizza il gioco di ruolo a fini psicoeducativi con un metodo validato che aiuta persone con difficoltà sociali e relazionali

© LabGDR

A Ostia Antica un gruppo di ragazze e ragazzi ha cercato di rimettere insieme una linea temporale spezzata. A Bomarzo ha attraversato un giardino abitato da mostri che parlano di perdita, lutto, ricomposizione del sé. A Villa Torlonia ha aiutato un uomo a non fermarsi davanti alla morte. È successo davvero, anche se per gioco. 

Succede quando LabGDR entra nei luoghi della storia e li trasforma in spazi da attraversare attraverso il gioco e attraverso le storie, che sono i giocattoli più belli a nostra disposizione. Lo fa perché una storia può insegnarti un nuovo modo di stare al mondo, di relazionarti con le altre persone e con quello che hai in testa. Lo fa perché giocare piace a tutte e tutti, a tutte le età, solo che non ce lo ricordiamo più. Lo fa perché il futuro si fa con le storie.

I giochi serissimi di LabGDR

LabGDR è un’associazione che utilizza il gioco di ruolo a fini psicoeducativi. Non come intrattenimento ma come strumento per lavorare su metacognizione, gestione emotiva e capacità relazionali. «Il gioco di ruolo», spiega Eleonora Tempesta, psicologa e operatrice dell’associazione, «permette di ragionare sul proprio modo di pensare, su quello degli altri, e di accettare che esistano processi mentali diversi dai nostri».
Inizialmente lavoravano soltanto con ragazze e ragazzi nello spettro autistico, ma col tempo le attività si sono spostate e adesso coinvolgono anche persone con difficoltà sociali e relazionali, non necessariamente una neurodivergenza. 

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Uno spazio finto in cui succedono cose vere

«Nel gioco di ruolo entri in uno spazio finto», racconta David Colangeli, «nerd fatto e finito» approdato da LabGDR per il suo lavoro in comunicazione e poi travolto dalle attività secondo un modello che definisce con entusiasmo «accollocratico». «Entri in un meta-spazio tra il teatro d’improvvisazione e l’interazione ludica e ne esci cambiato», continua.

Si chiama gioco trasformativo e non è un’intuizione romantica. Il gioco di ruolo educativo nasce da radici precise: dallo psicodramma di Jacob Levy Moreno, dalle pratiche di apprendimento esperienziale, da una letteratura internazionale che da anni ne studia le applicazioni cliniche ed educative. «All’estero è uno strumento già validato», spiega David. «In Italia stiamo costruendo adesso questo riconoscimento».

Con i Live Action Role Playing (Larp) o i giochi di ruolo (Gdr) si sperimentano emozioni che nella vita reale spesso si evitano. «Paura, tristezza, empatia. Cose che normalmente cerchiamo di non provare», continua David. Dentro la storia, però, diventano attraversabili. Il risultato è che ragazzi e ragazze riescono a fare in gioco ciò che fuori non osano nemmeno tentare. Eleonora lo vede succedere ogni settimana: «Se chiedi a un ragazzo di essere assertivo fuori dal gioco, si blocca. Se gli presenti la stessa situazione dentro una storia, boom: si butta, ci prova, sperimenta. Ogni volta mi stupisce».

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Laboratori sul gioco di ruolo che creano relazioni

LabGDR nasce molto prima dei progetti di heritage. Da oltre dieci anni porta avanti laboratori basati sul gioco di ruolo da tavolo. Si svolgono una volta a settimana, durano due ore e coinvolgono fasce di età diverse: dagli 8 ai 13 anni, dai 14 ai 21, e poi persone adulte. Gli obiettivi restano gli stessi, ma per ogni gruppo si individuano il linguaggio, le sfide, il livello di autonomia specifici. Molti ragazzi arrivano su invio di terapeuti, altri per difficoltà sociali o relazionali. «Facciamo sempre colloqui iniziali e costruiamo gli obiettivi insieme», dice Eleonora. 

Ma succede anche qualcosa di non previsto dal metodo, un’esternalità positiva. «Il gruppo non resta solo il gruppo del laboratorio», racconta Eleonora. «Si vedono fuori, giocano insieme, si invitano ai compleanni. Per i genitori è enorme, perché spesso la paura più grande è che i figli siano soli». Da qualche anno LabGDR utilizza anche questionari per monitorare i cambiamenti percepiti. «Non hanno valore statistico: ci servono per capire quanto, in un anno, si sia verificato un cambiamento anche nella percezione di sé e delle proprie capacità», chiarisce.

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Mostri, memoria e viaggi nel tempo negli heritage game di LabGDR

LabGDR porta il gioco anche fuori dalle stanze. Nei progetti di heritage game, il patrimonio culturale diventa una storia da vivere. Grazie a un bando della Regione Lazio sono nate esperienze immersive e accessibili a Villa Torlonia, Bomarzo e Ostia Antica, dove le visite guidate sono diventate esperienze immersive e accessibili. 

«Abbiamo lavorato sulla Comunicazione aumentativa alternativa, semplificando il linguaggio, usando immagini e creando mappe accessibili», racconta Eleonora. L’accessibilità non è solo una questione tecnica, diventa un espediente narrativo. «Più una nozione è legata a un’emozione, più resta nella memoria», sottolinea. Per questo le storie sono fantasy, fantascientifiche, simboliche. David racconta Ostia Antica come un cortocircuito temporale: «I ragazzi erano viaggiatori del tempo che dovevano aiutare un personaggio fuori posto a rimettere insieme la linea temporale». Dentro la storia c’erano il bombardamento di Ostia, l’abbandono medievale, la fragilità dei luoghi e delle persone. «Attraverso i personaggi», dice David, «i ragazzi entrano in relazione con temi enormi senza esserne schiacciati».

A Bomarzo, invece, il centro è stato la ricomposizione del sé. «Nella storia Polifilo affronta un viaggio in un mondo onirico per liberare la sua amata polia, intrappolata e “inarrivabile”. Questo però dipende dal fatto che è lui stesso a essere “frammentato” e per poter amare pienamente e consapevolmente. Affronta dunque prove che lo mettono faccia a faccia con le parti frammentate del sé, per ricostruirle e finalmente poter essere completo», racconta Carola Di Iorio, antropologa di formazione ma soprattutto grande appassionata di gioco, sia da tavolo che dal vivo, che ha scritto quella storia. «Gli affetti sono universali. Tutti possono entrarci», spiega.

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Il metodo di LabGDR, formalizzato e replicabile

In alcuni casi il gioco si restringe ancora di più con i Larp da camera: giochi di ruolo dal vivo che si svolgono in una stanza, pensati per contesti clinici ed educativi. In collaborazione con una scuola di psicoterapia romana, psicologi e terapeuti studiano come il gioco possa diventare strumento di lavoro clinico, osservazione e trasformazione.

LabGDR ha un metodo formalizzato e replicabile, raccolto in un manuale specifico scritto per operatori inesperti. «Esiste anche un libro sul metodo LabGDR, dice David. «Quando diventi operatore LabGDR, entri in un gruppo di formazione continua. È un modo per disseminare l’idea che questa cosa funziona ed è scientificamente fondata». L’associazione collabora con scuole di psicoterapia, università, centri di ricerca sul gioco, tiene formazioni aziendali e professionali e partecipa a progetti europei e a tavoli di confronto su temi come bullismo e cyberbullismo. «Nel gioco di ruolo», racconta David, «entri in relazione con storie, dilemmi etici, scelte morali. Le conseguenze non sono astratte. Le vivi».

La Compagnia, uno spazio di formazione e crescita reciproca

Insegnanti, psicologi, educatori, game designer entrano in un percorso di formazione continua chiamato la Compagnia. Un omaggio a Tolkien, ma forse anche una dichiarazione di metodo: qui si opera insieme, si costruisce a partire dalle passioni e dai punti di forza di ognuna e ognuno. Ci si tiene stretti mentre si esce dalla comfort zone. Insegnanti, psicoterapeuti, game designer, educatori, persone che arrivano dal gioco e persone che arrivano dalla cura. «Ci confrontiamo, giochiamo, studiamo», spiega Eleonora. «Un mese si gioca, un mese qualcuno porta la propria esperienza, un tema, una pratica».

È uno spazio di crescita reciproca. Succede così che chi ama l’antropologia scriva di rituali e spazi liminali, chi non ha mai parlato in pubblico si ritrovi a formare insegnanti di tutta Europa, chi nasce come grafica finisca per progettare storie che parlano di affetti, perdita, trasformazione.

«Il nostro motto», racconta David, «è migliorare il mondo un tiro di dado alla volta». E quel miglioramento avviene anche dentro il gruppo: contaminazioni, sperimentazioni, crescita professionale condivisa. «È una famiglia strana con persone queer, una suora, nerd, psicologi, scappati di casa», dice. Carola lo racconta così: «Vedere le persone illuminarsi è la cosa più bella. Ragazzi, insegnanti, educatori. A un certo punto si illuminano. Giocano davvero. E tornano bambini. È questa la cosa che mi piace di più. Vedere le persone giocare, farle giocare». 

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Riprendersi il mondo con un tiro di dado

«Diamo una nuova prospettiva», mi dice Carola. «Abbiamo a che fare con persone a cui il gioco di ruolo fa effettivamente qualcosa: le aiuta a superare un ostacolo alla volta. Usiamo uno strumento che per anni è stato considerato non necessario e lo rendiamo necessario per affrontare aspetti fondamentali della vita». «Il futuro va verso l’agency», conclude David. «Lo vediamo dai progetti educativi al management aziendale. In un mondo in cui abbiamo sempre meno controllo sulle nostre vite, il gioco di ruolo restituisce agency. Ci permette di agire, scegliere, vedere le conseguenze delle nostre azioni. Ci allena all’empatia, alla complessità, alla responsabilità. Quando giochi hai controllo, fai scelte, influenzi la storia. Questa cosa cambia le persone». 

Non conosco molto dei giochi di ruolo, ma sono una grande fan dell’entrare nelle storie e del potere che hanno di cambiarti la vita, una parola alla volta. La storia dal futuro di LabGDR ci insegna che questo potere può essere esteso, farsi materiale, diventare un dado che tiri e ti rende in grado di agire, in un mondo in cui praticamente tutto quello che ti succede non dipende dalla tua volontà. Se esiste un modo in cui dovrebbe essere il futuro, è proprio questo.


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