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Latte, un docufilm svela il sistema perverso che droga il latte europeo

The Milk system racconta la controversa filiera Ue del latte: arricchisce le multinazionali, danneggia gli allevatori, anche asiatici e africani. Finendo per favorire le migrazioni

Di Corrado Fontana
The Milk System, di Andreas Pichler - Fiera di Cremona

Latte, «bianco elisir di lunga vita». Così almeno dai ricordi di Andreas Pichler bambino, che portava le mucche in alpeggio in Val Venosta. Una realtà idealizzata che il Pichler adulto, diventato regista, racconta completamente stravolta in The Milk System. La verità sull’industria del latte.

Documentario da vedere e far vedere. Che arriva al cinema, nelle principali città italiane, a partire da martedì 2 ottobre 2018 con movieday.it, prima piattaforma italiana di film on demand che permette di organizzare le proiezioni dal basso.

La pellicola – digitale, s’intende – ci accompagna lungo un viaggio avvincente tra Europa (in Danimarca, Germania, Belgio e Italia), Cina e Africa. Dove le mucche costituiscono cuore di una filiera di cui non sono più da tempo attrici protagoniste. Dove a tirare i fili sono multinazionali che hanno sostituito il latte come alimento con il latte come merce, spingendo al limite il modello dell’allevamento intensivo. Un modello cui Pichler oppone quello vincente, in primis sul piano umano, di una fattoria biologica. Analizzando entrambi i sistemi dal pascolo alla tavola, sotto il profilo dell’impatto che determinano.

The Milk system – il trailer del docufilm di Andreas Pichler

Allevatori Ue strozzati dai prezzi e dipendenti dai sussidi Ue

Gli interessi economici del settore, del resto, sono davvero elevatissimi. «Solo in Europa si parla di un mercato da 100 miliardi di euro e una produzione di quasi 2 milioni di tonnellate di latte all’anno vendute dalle grandi aziende multinazionali», racconta il regista.

Milioni di tonnellate di prodotto di alta qualità frutto di una spinta senza precedenti sull’acceleratore dell’allevamento intensivo. Coadiuvato dal miglioramento genetico degli animali (per far rimanere gravide prima e per un numero maggiore di anni le mucche) e dalle tecnologie di gestione della stalla.

Un sistema che ha sconvolto i ritmi originari dell’allevamento, tanto che l’amministratore delegato di Arla Foods, Peder Tuborgh, intervistato da Pichler, ricorda come la Danimarca abbia ridotto da 37mila a 3500 il numero di contadini allevatori nell’ultimo trentennio, pur senza discostarsi troppo dai volumi di latte prodotto ogni anno.

Qualcuno potrebbe considerare più efficienteun sistema simile. Dal documentario di Pichler invece ne emergono chiaramente tutti gli elementi distorsivi. Il regista parla con allevatori che hanno perso la loro identità: imprenditori, non più contadini, ossessionati dai volumi di produzione e dagli scostamenti di prezzo del latte mese per mese. Scostamenti di pochi centesimi di euro al litro, e mai capaci di coprire i costi. Tanto che talvolta dalla gestione dei liquami delle vacche per fare energia si ricava di più.

The Milk System, di Andreas Pichler – Allevatore danese

Ma soprattutto allevatori in balia di un sistema che, moltiplicando i capi e la produzione negli anni recenti, li ha resi ostaggi delle latterie, le potenti centrali che acquistano il latte e fanno il prezzo (dal 2014 non superiore ai 40 centesimi al litro). Ostaggi anche delle banche, perché sempre in perdita, e dipendenti dai sussidi diretti che la Politica Agricola Comunitaria attribuisce loro, ormai quasi unica ragione di sopravvivenza.

Un sistema costruito a misura di multinazionale

In sostanza si è prodotto fin troppo latte e si continua a farlo, sostenendo così scientemente – afferma Pichler – l’export delle multinazionali, il loro marketing aggressivo. A danno di allevatori medi e piccoli del mondo.

Le stesse multinazionali che, laddove si prendono le decisioni politiche, a Bruxelles, possono contare sull’azione di lobby potentissime. Come quella del settore alimentare Copa Cogeca, che rappresenta un fatturato globale annuo di quasi 1,5 trilioni di dollari ed è baluardo di questo meccanismo perverso, confermato dai numeri.

Giampaolo Nardoni, analista di Borsa Merci Telematica Italiana, sottolinea infatti che proprio «l’export è stato chiaramente valvola di sfogo della crescita produttiva avutasi nella UE, che si è avviata già negli anni precedenti la fine delle quote latte (31 marzo 2015)». La crescita è arrivata al punto tale da spingere la Ue nel 2016 a offrire agli allevatori 14 centesimi per ogni litro di latte in meno, e in altri casi a sostenere la macellazione degli animali.

Latte, il business esplode in Cina

E una vera esplosione dell’interesse per questa materia prima è avvenuta da quando i consumatori cinesi sono diventati obbiettivi di marketing. Convinti da campagne che premono sul tasto della salute e dell’aspirazione mai sopita del popolo del Dragone di acquistare centimetri in altezza.

In Cina investono ad esempio i grandi gruppi come la francese Danone. O la danese Arla Foods e l’olandese FrieslandCampina, cooperative che con i loro miliardi di euro di fatturato hanno conservato ormai ben poco della vocazione originaria di associazione di allevatori.

In Cina c’è forse il più grande stabilimento lattiero caseario del mondo a Hoohhot (almeno fino al 2016, quando ce lo mostra The Milk System), in Mongolia, ad altissima tecnologia e rifornito da allevamenti con migliaia di capi di bestiame. Anche la fattoria più grande del mondo (in termini di superficie) è cinese: si trova nei pressi della città di Mudanjiang e vanta 22,5 milioni di ettari, con 100mila mucche.

Un numero di capi impensabile, che moltiplica all’inverosimile i problemi legati all’allevamento intensivo, come già in Europa, Australia, Stati uniti, Sudamerica. Amplificando dinamiche analoghe a quelle già descritte a proposito di maiali, polli e salmoni:

  1. gli animali emettono gas serra e producono deiezioni acide che, in parte, si disperdono nell’ambiente. Per ogni litro di latte se ne producono circa 3 di liquami;
  2. gli animali sono alimentati con mangimi misti di cereali e fieno, per produrre i quali si bruciano e abbattonono foreste, e si sottraggono enormi superfici all’alimentazione umana;
  3. l’abuso di farmaci e antibiotici nell’allevamento intensivo è diffuso, e pone dei rischi per la salute umana, qualora tali sostanze entrino nella catena alimentare.

Il latte Ue soffoca l’Africa, alimentando le migrazioni

Nonostante tutto ciò, ai cinesi, e non solo a loro, latte e derivati piacciono sempre di più. Anche se, dopo alcuni anni di continua crescita, le esportazioni europee verso il gigante asiatico starebbero vivendo una sorta di stabilizzazione.

E lo scenario, che è in continua evoluzione, viene analizzato daThe Milk System allargandosi fino in Senegal, in Africa, che appare tra i continenti destinatari dell’eccedenza di latte munto nell’Ue. Un flusso di esportazioni sostenuto dai prezzi bassi alla stalla, nonché attraverso la PAC finanziata dal bilancio comunitario. E ciò si traduce in un’invasione di latte in polvere e derivati, specialmente da quando son state abolite le quote latte.

The Milk System, di Andreas Pichler – Africa nuovo grande mercato per il latte

Con effetti drammatici che, forse, mentre ci rallegriamo dei dati positivi della bilancia commerciale italiana, non riusciamo a comprendere fino in fondo.

Il modello di sviluppo e consumo dei Paesi ricchi produce un dumping dei prezzi nei confronti dell’economia rurale africana, di per sé fragile. Invece di allevare il bestiame, molti preferiscono lavorare il latte in polvere europeo.

In questo modo, a soffrire sono gli allevatori locali, ai quali vengono sottratte fette di mercato, tanto più preziose in queste aree.Gli agricoltori perdono così quel guadagno potenziale che gli permetterebbe di sopravvivere o addirittura, crescere, assumere lavoratori, sfamare le proprie comunità. Un guadagno senza il quale i loro figli spesso si trovano costretti a fuggire, affollando come migranti i campi di detenzione in Libia o i barconi, col rischio di morire lungo la traversata.

The Milk System, di Andreas Pichler – locandina

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