Moda, diritti e clima: nasce il Manifesto per una transizione giusta
Clean Clothes Campaign lancia un Manifesto per una moda giusta: partecipazione, diritti dei lavoratori, sostenibilità e fine del greenwashing
Per chi segue Prêt-à-changer fin dai primi numeri, il concetto di “transizione giusta” non è certo nuovo. Ma vale la pena tornarci, per ricordare cosa significhi davvero. Nato in ambito sindacale, questo approccio propone un insieme di politiche e misure sociali per tutelare i diritti e i mezzi di sussistenza delle persone lavoratrici durante il passaggio verso un’economia sostenibile. La sua ambizione è semplice quanto radicale: distribuire in modo equo costi e benefici della transizione ecologica, garantendo giustizia tra Paesi, individui e generazioni.
Il progetto della Clean Clothes Campaign: un Manifesto per una moda più giusta
È proprio per declinare questa idea nel mondo della moda che la Clean Clothes Campaign (CCC) ha avviato il progetto Fashioning a Just Transition Manifesto. L’obiettivo è dare un contenuto concreto al concetto di “transizione giusta” in un settore che, più di molti altri, incarna le contraddizioni della globalizzazione: sovrapproduzione, salari da fame, precarietà, sfruttamento e impatti ambientali enormi. Il “Manifesto per una transizione giusta nella moda” nasce come percorso collettivo e aperto, che mette al centro le persone che lavorano lungo la filiera e propone di ripensare i modelli produttivi della moda per trasformarli in un sistema rispettoso dei diritti umani e dei limiti del Pianeta.
Presentato come piattaforma partecipativa, il Manifesto è pensato come un documento in evoluzione, una bussola per orientare il cambiamento. Non si limita a suggerire l’uso di materiali più sostenibili o la riduzione delle emissioni, ma invita a rimettere in discussione le fondamenta del sistema stesso, ponendo una domanda cruciale: chi trae beneficio e chi paga davvero il prezzo della produzione di moda?
I principi del Manifesto: lavoro dignitoso, diritti e responsabilità delle imprese
Al cuore del Manifesto ci sono circa dieci principi fondamentali che traducono in pratica l’idea di una transizione equa. Tra questi, il rafforzamento del potere delle persone lavoratrici, attraverso il diritto all’organizzazione sindacale, alla contrattazione e alla partecipazione nelle decisioni che le riguardano. C’è poi il riconoscimento del lavoro dignitoso, con salari equi, sicurezza e protezione sociale, in particolare per le donne, che costituiscono la maggioranza della forza lavoro e ne subiscono le forme più acute di sfruttamento.
Il Manifesto insiste anche sulla responsabilità delle imprese (accountability), che devono rendere trasparenti le proprie catene di fornitura e assumere impegni vincolanti, e sull’importanza dei movimenti sociali e delle alleanze dal basso, necessari per riequilibrare i rapporti di potere globali. Infine, denuncia ogni forma di greenwashing e socialwashing, ricordando che non può esistere moda sostenibile se costruita sull’occultamento dei propri costi sociali e ambientali.
Un processo partecipativo per costruire una transizione giusta nella moda
Il Manifesto è, però, prima di tutto un processo di partecipazione. L’idea di una moda più giusta non può essere calata dall’alto: deve nascere dal dialogo tra lavoratrici e lavoratori, consumatori, sindacati, attivisti, giovani e ricercatori. La piattaforma online del progetto consente a tuttə di contribuire con idee, commenti e proposte, costruendo insieme i contenuti del documento finale. Un vero e proprio esperimento di democrazia partecipativa applicato al settore moda.
La fase di co-creazione, avviata il 1 gennaio 2025, proseguirà fino al 16 novembre prossimo. Seguirà un periodo di confronto e sintesi per arrivare alla versione condivisa del testo, la cui pubblicazione ufficiale è prevista per il 1 maggio 2026 – una data simbolica, la Festa dei lavoratori. L’obiettivo è ambizioso: influenzare le politiche pubbliche e aziendali, offrendo una visione alternativa che superi i meccanismi di sfruttamento alla base della produzione globale, e ispirare le nuove generazioni a costruire un futuro della moda fondato sulla giustizia sociale e ambientale.
La piattaforma del Manifesto rappresenta già un piccolo ecosistema in fermento: conta oltre 170 partecipanti attivi e oltre 230 contributi. Le discussioni si articolano attorno a nove grandi temi, tra cui “Potere e libertà allə lavoratorə”, “Costruire un’alleanza di massa”, “Basta green e social washing” e “Una transizione giusta per tuttə”. Dal 21 maggio è attivo anche uno strumento digitale di partecipazione, e nel corso dell’anno si sono tenuti incontri e sessioni dal vivo per ampliare il confronto.
Le voci del Manifesto: temi, dibattiti e contributi dal mondo della moda
Dai commenti e dalle proposte emerge un consenso diffuso su alcuni punti: la sovrapproduzione di abiti che il Pianeta non riesce più a sostenere, lo sfruttamento sistemico delle persone lavoratrici, e la vulnerabilità delle donne che, pur sostenendo il settore, ne subiscono i costi più alti. Come scrive un partecipante:
«We make too many clothes for the planet to cope with, at the cost of long working hours, indecent jobs, poverty wages, sweatshops» («Produciamo troppi vestiti per il Pianeta, a costo di lunghe ore di lavoro, mansioni indecenti, salari da fame, sfruttamento dei lavoratori»)
Il Manifesto è ancora in costruzione, ma la sua forza sta proprio qui: nel diventare un laboratorio globale di idee e pratiche per un sistema moda che metta finalmente al centro la giustizia – non come accessorio, ma come fondamento.
Vuoi partecipare? Ecco come fare
Partecipare è semplice. Basta accedere alla piattaforma manifesto.cleanclothes.org e creare un profilo. Una volta effettuata la registrazione, è possibile leggere i temi attivi della co-creazione, commentare i contributi già pubblicati o proporne di nuovi: idee, testimonianze, esperienze dal lavoro o dal consumo quotidiano, suggerimenti di politiche e pratiche da cambiare.
Oltre allo spazio digitale, la campagna prevede anche eventi e workshop dal vivo, momenti di confronto collettivo organizzati in diversi Paesi, dedicati soprattutto alle voci più spesso escluse dai tavoli decisionali: giovani, donne, persone impiegate nella produzione e nei movimenti sindacali.
Chi non lavora direttamente nel settore può comunque dare un contributo concreto: diffondendo l’iniziativa, promuovendo il dibattito nelle proprie comunità, chiedendo maggiore trasparenza alle aziende, scegliendo marchi responsabili. Ogni partecipazione – piccola o grande – è parte del processo. Perché una moda più giusta non si costruisce nei consigli d’amministrazione, ma attraverso il confronto, la condivisione e la solidarietà tra chi crede che un altro modello sia possibile.




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