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Margin Call, il prequel del disastro

Più che un film sulla finanza e il disastro dei junk bond, Margin Call è un film modellato sulla fantascienza-horror come se King riscrivesse Independence Day, ...

Gianluca Diegoli
Gianluca Diegoli
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Più che un film sulla finanza e il disastro dei junk bond, Margin Call è un film modellato sulla fantascienza-horror come se King riscrivesse Independence Day, ma claustrofobicamente ambientato in patinati uffici abitati da alieni con la cravatta.
Esiste la scintilla iniziale in un ambiente apparentemente stabile, un «eroe» che capisce che il castello è di cartapesta e che sta per venire giù, che innesca una serie di reazioni a catena (interne, umane e infine in tutto il mondo che conta, cioè quello finanziario) e porta lo spettatore a chiedersi fin da subito quanto manca alla fine, se qualcuno si salverà dall’atterraggio dell’astronave aliena che a colpi di laser finirà tutti i protagonisti.
I minuti contati del countdown portano ciascuno dei personaggi-casi umani (perché lo siamo tutti, davanti al Destino, un po’, casi umani) a chiedersi cosa hanno fatto della propria vita, e fino a che punto l’istinto di sopravvivenza può portare a giustificare le proprie azioni. La tragedia personale, in cui ogni attore sente di essere solo un fattore marginale di qualcosa di molto più grande, innesca la tragedia generale, in cui nessuno inverte la rotta perché sente di non poterla invertire, e la stessa dinamica avviene fuori dal bunker difeso da vetrate alte, elicotteri che vanno e vengono, poltrone in pelle, stock option da milioni di dollari.
E alla fine la rotta porta verso la fine generale. Come in ogni film di fantascienza, qualcuno sopravvive: un buono ferito nello spirito, un cattivo che — lo capiamo quasi da subito — è in realtà un essere che vive oltre il tempo e lo spazio degli umani, assimilabili a piccole formiche a cui sfugge (anche per loro colpa) lo scenario generale. Non vedono il giardino che si sta per allagare, ma solo la loro piastrella ancora asciutta, impegnate a portare in salvo ancora un altra briciola, ancora un’altra ancora.
La divinità cattiva che si confonde con il fato stesso ha mandato dei rappresentanti tra noi che cominciamo a intravvedere a metà film, come da copione. Jeremy Irons non può che sorridere — da semidio qual è — dei lamenti degli umani-formiche, che non vogliono comprendere che le cause che hanno scatenato la catarsi finale sono gli stessi comportamenti quotidiani (avidità, noncuranza, disinteresse) sul quale la nostra divinità principale (la finanza) e i suoi discepoli terrestri (i banchieri) prosperano. Chi è colpevole del proprio disastro pianga se stesso sembra dire con rilassata disillusione Jeremy, un immortale — si intuisce — che è passato attraverso il martedì nero del ’29, del lunedì nero dell’87, e perfino per la truffa dei tulipani del cinque febbraio del 1637.
E Kevin Spacey, a malincuore, sa che ha — in fondo — ragione. E alla fine decide di fare, comunque, il male. Perché anche lui ha bisogno di soldi. E non crede che il suo sforzo servirebbe a cambiare il finale. E forse — o soprattutto — pensa che chi sta per perdere tutto forse non merita davvero di salvarsi.
Margin Call, per chi è freak di economia e finanza (oltre che un film su modelli matematici finanziari che non sono impazziti, solo perché non sono mai davvero esistiti, nella realtà) è come un prequel di Star Wars: l’impero è arrivato, a causa, fondamentalmente, di noi stessi e delle nostre piccolezze.
Ha causato la fine del mondo ma è sopravvissuto e facendosi passare per l’unico possibile modello, ha convinto i politici che deve essere salvato, a spese però degli umani. Non abbiamo, alla fine del film (ma nemmeno nella realtà del 2014), la certezza, ma nemmeno la speranza, che qualcosa si stia riorganizzando, nella Resistenza, dopo il grande crack della crisi finanziaria, e — soprattutto — fino a che punto l’umanità si merita una finanza migliore di se stessa. Almeno Oliver Stone, in Wall Street, ci dava la quasi-certezza che i cattivi stavano dall’altra parte, e non tra — e dentro — di noi. Questo film potrebbe essere un horror per chi non si è ancora reso conto di questo: guardatelo con cautela.