Meno tasse per tutti! (O solo per pochi?)

Oltre il 50% del commercio mondiale passa per un paradiso fiscale, mentre il PIL, ovvero la ricchezza effettivamente prodotta in queste stesse giurisdizioni è inferiore al 3% del ...

Di Andrea Baranes

Oltre il 50% del commercio mondiale passa per un paradiso fiscale, mentre il PIL, ovvero la ricchezza effettivamente prodotta in queste stesse giurisdizioni è inferiore al 3% del PIL del pianeta. La differenza è dovuta al gigantesco volume di scambi realizzati senza alcun fine produttivo, ma unicamente per eludere o evadere le tasse e nascondere i profitti e i redditi.
Tra i diversi meccanismi utilizzati, uno dei più dannosi è l’utilizzo fraudolento del transfer pricing o prezzo di trasferimento. Ecco come funziona. Si stima che unicamente un terzo del commercio mondiale riguardi la vera e propria vendita di prodotti o servizi sul mercato. Gli altri due terzi corrispondono a transazioni tra diverse imprese multinazionali o tra società della stessa impresa madre, situate in diversi Paesi.
In quest’ultimo caso, quindi, una filiale situata in uno Stato compra o vende qualcosa a una seconda filiale della stessa impresa, in una diversa giurisdizione. Fissando i prezzi in maniera arbitraria e gonfiando o riducendo ad arte il valore di importazioni ed esportazioni, è possibile fare risultare gli utili della multinazionale nelle filiali situate nei Paesi a minore imposizione fiscale, e le perdite nei Paesi in cui la tassazione è maggiore.
Negli scorsi anni sono state registrate esportazioni di succo di mela a 1.012 dollari al litro, secchi di plastica a 725 dollari al pezzo, spazzolini da denti venduti a 5.600 dollari l’uno. Se ho una ditta che produce spazzolini e, solo sulla carta, segnalo che la mia filiale in Italia ha importato 1.000 spazzolini a 5.600 dollari l’uno da una società situata in un’isoletta dei Caraibi, a fine anno la mia filiale in Italia avrà a bilancio un costo supplementare di 5,6 milioni di euro. Maggiori costi significano minori profitti, quindi un carico fiscale più basso. Gli utili corrispondenti risulteranno adesso nella società ai Caraibi, dove la tassazione è bassa o nulla.
Un altro esempio, del tutto ipotetico, potrebbe riguardare una società radiotelevisiva italiana che acquista dei diritti per delle serie televisive negli USA. Se in Italia compro questi diritti a 100, avrò un corrispondente costo a bilancio. Mettiamo adesso, nel nostro esempio completamente di fantasia, che io sfrutti una società intermediaria in un qualche paradiso fiscale. I diritti vengono acquistati da questa società fantasma per 100 negli USA e rivenduti a 1.000 in Italia. La casa madre in Italia avrà ora un costo a bilancio molto maggiore, quindi meno utili, quindi meno tasse da pagare. La differenza di 900 è nelle mani dell’impresa nei paradisi fiscali, dove i soldi sono molto meno tassati e molto meno tracciabili.
Se dovesse risultare che questa società nel paradiso fiscale è sotto il controllo di quella italiana che acquista i diritti, o comunque che il passaggio (o i passaggi tramite multiple società, l’esempio riportato è estremamente semplificato) è stato fatto unicamente per fini fiscali, le ipotesi possibili sono due. Secondo la legge italiana è un crimine, secondo altri è una barbarie con fini politici, indegna di un Paese civile. Una differenza non di poco conto, soprattutto per quei milioni di cittadini che subiscono un aumento della pressione fiscale per fare fronte a una crisi nella quale non hanno nessuna responsabilità, e che pagano le tasse senza usufruire di simili scappatoie.

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