Raccontare il carcere dal carcere. La storia dal futuro di Ne vale la pena

Nel carcere di Bologna, dieci detenuti scrivono ogni martedì per Ne Vale La Pena, la redazione che racconta la vita dietro le sbarre e la ...

Ne vale la pena è la redazione della Casa Circondariale Rocco D’Amato di Bologna

Negli istituti penitenziari italiani ci sono 37 redazioni giornalistiche, di cui 29 testate regolarmente registrate. Si tratta di periodici nati spesso in collaborazione con giornaliste e giornalisti volontari. In diversi casi sono pubblicati e distribuiti anche all’esterno o vengono diffusi online. L’elenco non è esaustivo, perché continuamente ne nascono o ne vengono chiusi. Ci sono anche esperimenti che, pur attivi e vitali, non escono dalle mura del carcere in cui sono nati. 

«In molti istituti – leggiamo sul sito del ministero della Giustizia – l’attività redazionale si svolge in locali dedicati, nei quali i detenuti si incontrano per discutere della stesura e della definizione del giornale». È proprio in una stanza della Casa Circondariale Rocco D’Amato di Bologna che nasce la storia dal futuro di oggi, quella di Ne vale la pena. 

Ne vale la pena fa sentire voci altrimenti inascoltate

Me l’ha raccontata Federica Lombardi, volontaria della redazione. Nata nel 2012 come progetto dell’associazione Il Poggeschi per il carcere, questa attività, secondo Federica, vuole rispondere alla domanda: come possiamo scardinare il muro di silenzio che alimenta tutti i pregiudizi sul carcere? Secondo Federica l’unico modo è «far sentire voci che altrimenti resterebbero inascoltate». 

Queste voci si incontrano, ogni martedì, dalle 15:30 alle 17:30 nella biblioteca dell’area pedagogica dell’istituto. «Ci sediamo intorno a un grande tavolo che diventa la nostra aula, uno spazio che accoglie gli aspiranti giornalisti». E nel quale, spiega, operano sette volontarie dell’associazione insieme a padre Marcello, cappellano dell’istituto e unico giornalista del gruppo. I detenuti coinvolti sono circa una decina, ma il gruppo fino a poco fa superava le venti persone. 

Far uscire il carcere dalla sua zona d’ombra

Il Poggeschi per il carcere, nata a Bologna nel 2006, è animata da un gruppo di giovani e studenti universitari interessati a occuparsi di giustizia e detenzione. Già dal 1996 questo gruppo informale operava nel carcere di Bologna con diversi laboratori. E prova a incidere anche all’esterno, con attività di sensibilizzazione nelle scuole e in città.

«Quello del carcere – riflette Federica – è sempre un tema spinoso. Tutti pensano di saperne, ma non lo si conosce davvero». Per questo la mission della redazione è scardinare i pregiudizi sul tema per far uscire il carcere da quella «zona d’ombra che la società cerca di dimenticare».

«Se ci pensiamo – continua – facciamo di tutto per allontanare il carcere, per non vedere davvero cosa succede. C’è una distanza fisica, fatta di mura, di cancelli; ma anche una lontananza concettuale che pone queste strutture fuori dal centro, lontano da dove c’è la vita delle nostre città, in un angolo buio». 

L’intento della redazione, spiega la volontaria, è mostrare che le persone che vivono nelle carceri non sono mostri. Hanno una storia, hanno commesso degli errori, ma «hanno il diritto e la possibilità di cambiare». Gli articoli cercano di abbattere l’idea che esista qualcuno per cui si deve «buttare via la chiave». Troppo facile dimenticare che quel qualcuno è una persona. Come questi dieci uomini, tra i 25 e i 70 anni, che dedicano due ore alla settimana a raccontare e raccontarsi, lavorando affinché il mondo li veda e li ascolti.

Ne vale la pena
© Ne vale la pena

Come funziona una redazione dentro una Casa circondariale

Per poter entrare in redazione occorre fare una «domandina», ovvero compilare un modulo di richiesta, poi affidato a educatrici ed educatori che lo sottopongono alla direzione. Da qui si stila la lista dei partecipanti. Chi viene incluso nel progetto partecipa alle riunioni del martedì e diventa un redattore. In gran parte dei casi la stesura degli articoli avviene a mano, perché i computer sono «una merce molto rara». Così, le volontarie, una volta tornate a casa, li trascrivono. «Può capitare che interveniamo sulla forma, correggiamo qualche imperfezione stilistica, ma la sostanza resta intatta», racconta Federica.

La sostanza, spiega, sono testi in cui si parla di salute, di lavoro, di rieducazione. Anche di sport, come nel caso del racconto del campionato di rugby che ha visto la partecipazione di Giallo Dozza, la squadra del carcere Dozza, e che è stato seguito da due persone della redazione. Da quell’esperienza è nata una rubrica specifica, Emozioni Rugbystiche.

Con la penna in mano i detenuti tornano persone

Se il laboratorio di giornalismo è tra i più ambiti, secondo Federica, è perché con la penna puoi riprenderti un pezzettino della tua vita che ti è stato rubato. «Non è un lavoro facile – riflette –. Anzi è molto doloroso perché devi scavare dentro la tua storia, anche nelle parti che vorresti dimenticare o che ti fanno vergognare. Mettere tutto questo nero su bianco, però, ti fa smettere di essere una matricola e ti fa tornare a essere una persona. Non c’è nulla di più edificante. Nelle nostre carceri sei un numero, un fascicolo, sei l’errore che ti ha portato dietro le sbarre. Con una penna in mano ritrovi la tua dignità di persona con un punto di vista e una storia che nessuna sentenza può cancellare».

«Sono nove anni che entro in carcere ma so che non lo conoscerò mai a 360 gradi. Ogni martedì per me è una scoperta e mi permette di approfondire temi e aspetti su cui non mi sarei mai soffermata e che mi fanno riflettere su quanti fattori influenzino una scelta di vita», continua.

Ne vale la pena
© Ne vale la pena

La rassegna stampa per restare ancorati al mondo

Oltre alla produzione di articoli, in redazione si fa anche una rassegna stampa tematica su giustizia e carcere. Anche questa attività è molto ambita, perché serve a restare aggiornati e ancorati col mondo esterno. «Chi è in carcere non ha internet, quindi molto spesso riceve informazioni sbagliate, frammentarie o lacunose. Così facciamo in modo che invece giungano notizie certe e che siano assimilate in maniera consapevole», continua Federica.

La rassegna stampa è utile anche per combattere le fake news che possono ampiamente alimentarsi. Come la volta in cui un detenuto si era convinto fosse stata approvata una nuova proposta di legge sulla liberazione anticipata speciale che riduceva il tempo della pena. «In realtà cercava semplicemente una conferma a un suo desiderio. Ed è normale che accada. Se vivi in un tempo che sembra non passare mai, ti aggrappi a qualsiasi notizia che possa trasformarsi in una via d’uscita», sottolinea.

Non c’è solo la raccolta di notizie e aggiornamenti sulla vita nelle carceri, sulle proposte di legge, su alcune sentenze o interviste a persone dal profilo interessante. A volte si legge la stessa notizia trattata da due diverse testate, per analizzarne il linguaggio e prendere spunto per la scrittura.

Ne vale la pena porta il carcere nella società, e viceversa

Ne vale la pena porta il carcere fuori dalle sue mura. Gli articoli vengono pubblicati su un portale sociale, Bandiera Gialla. Alcuni sono realizzati in collaborazione con una rivista cattolica bimestrale, Messaggero Cappuccino, che lascia in ogni numero uno spazio di 8mila battute ai redattori. «Gli articoli di Ne vale la pena sono ospitati anche da Voci di dentro, una rivista bimestrale nata da un’omonima associazione di Chieti che si occupa di diritti umani, fragilità, pace e giustizia. Nell’ultimo numero, per esempio, i ragazzi hanno raccontato la loro giornata tipo in carcere. Parte degli articoli, infine, è ripresa anche da Bologna 7, un inserto diocesano di Avvenire, e su Piazza Grande, un giornale locale di Bologna.

Oltre a portare le voci dei detenuti fuori dal carcere, Ne vale la pena fa anche l’inverso e porta nelle mura della casa circondariale una serie di ospiti che si confrontano con i detenuti. È accaduto con la presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna Maria Letizia Venturini e altre magistrate, così come con il Garante comunale dei diritti delle persone detenute Antonio Ianniello e quello regionale Roberto Cavalieri. Ma ci sono stati anche docenti universitari, esperti di giustizia e carcere.

Ne vale la pena
© Ne vale la pena

L’ambizione a diventare grandi e «descrivere il pianeta carcere senza censure»

Ne vale la pena non è ancora una testata registrata con un direttore responsabile, ma l’ambizione è proprio quella. «Al momento siamo etichettati come attività trattamentale. Questo implica, in concreto, che prima di lasciare il carcere i nostri articoli debbano passare al vaglio di un’educatrice di riferimento», racconta Federica.

La conseguenza pratica è che a volte arrivi la richiesta di apportare modifiche, altre addirittura di bloccare l’uscita di un pezzo. «Questo filtro istituzionale comincia a starci stretto. Non vogliamo scrivere tutto quello che ci passa per la testa. Il nostro è un lavoro verificato; noi volontarie approfondiamo tutte le fonti. Vogliamo però descrivere il pianeta carcere senza censure: pensiamo che una narrazione onesta sia l’unico strumento per far conoscere davvero alla società la realtà carceraria».

«Il nostro sogno è essere una redazione a tutti gli effetti: adulta, libera e autonoma». Anche perché dal racconto di Federica appare chiaro quanto questo progetto sia in evoluzione. È vero, mi spiega, che in questo momento è in una fase calante, ma è fisiologico. Succede sempre, a ridosso dell’estate o delle vacanze natalizie. «Vivere con i ragazzi ti fa capire come, quando e perché il morale va giù. In questi, che per la maggior parte delle persone sono momenti belli e ambiti, molte delle attività vengono sospese. Il tempo, davvero, non passa mai».

La scelta della legalità a volte è un privilegio

Ogni martedì, quando entra in carcere, Federica ne esce sempre con la stessa domanda: «Cosa avrei fatto se la vita mi avesse distribuito le stesse carte che ha distribuito a loro?». Alcuni detenuti, racconta, sono nati in un angolo di strada; altri sono cresciuti in contesti dove la prevaricazione è l’unica forma di relazione. «Pensiamo di essere architetti del nostro destino – continua – e che le scelte siano tutte frutto della nostra volontà. A volte però ci sono altri fattori e, intorno a quel tavolo, mi rendo conto che quello che mi ha dato la vita è un lusso di cui devo fare tesoro».

Lavorare con i detenuti le ha fatto capire che anche solo la scelta della strada della legalità, forse, in parte, è stata un privilegio dettato dalla fortuna. E proprio per questo ha capito che il carcere non è una soluzione. «Penso che prima di “curare” ci sia bisogno di prevenire. Noi non siamo educatori, criminologi o insegnanti. Pensiamo però che, per dare realmente una seconda possibilità a queste persone, sia necessario trattarle come individui. Il lavoro di pochi volontari non basta. Serve una rete sul territorio che veda la collaborazione delle istituzioni con la società civile, soprattutto al Sud».

Ne vale la pena restituisce ai detenuti il diritto a un futuro

Solo un intervento in questa prospettiva, conclude, può essere efficace. Ne vale la pena prova a lavorare in quella direzione, scardinando un’idea di carcere legata alla cronaca nera, esclusivamente con un’accezione negativa. «Noi siamo una bella realtà, ed è giusto che le persone sappiano che in carcere accadono anche cose come questa», dice Federica.

«Siamo una storia dal futuro perché proviamo a guardare al futuro possibile delle persone che lavorano con noi. Penso all’ambizione di queste persone di liberarsi del carcere, lasciarsi alle spalle quella cappa, quell’odore, il rumore delle porte di metallo. Penso a cosa vuol dire staccarsi l’etichetta che ti viene appiccicata addosso quando varchi la soglia del carcere. Smettere di essere il tuo reato e l’idea che non puoi essere nient’altro».

«Penso a cosa significhi l’idea che puoi riappropriarti di una vita in cui non devi più chiedere il permesso per esistere. Ecco – chiude – noi siamo una storia dal futuro perché lavoriamo per spiegare alla gente che dietro a quel numero di matricola c’è una persona con un passato, una storia, il diritto di pensare al futuro».


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