Niente da fare, per l’Europa la finanza sostenibile è “solo” green. E neanche del tutto

Bocciati gli emendamenti che chiedevano di inserire i fattori sociali nella definizione di economia sostenibile. E di escludere il carbone. Hanno vinto le lobby

Di Elisabetta Tramonto
Il crollo del Rana Plaza, nel 2013 a Dacca, in Bangladesh. L'edificio di otto piani ospitava le lavorazioni tessili eseguite di subfornitori per grandi marchi della moda. 1.129 vittime per le condizioni di sicurezza inesistenti. Un caso emblematico di quello che potrebbe significare non considerare fattori sociali in una definizione di sostenibilità. Un brand della moda potrebbe essere considerato "sostenibile" pur avendo fornitori come quelli coinvolti nel crollo del Rana Plaza

È sostenibile un’impresa che non garantisca le minime condizioni di sicurezza per i propri lavoratori? O una i cui fornitori sfruttino il lavoro dei bambini? O ancora un’azienda che, per eludere le tasse, stabilisca la sua sede in un paradiso fiscale?

Per la Commissione europea e l’Europarlamento pare di sì. Basta che tuteli l’ambiente, per esempio riducendo le proprie emissioni inquinanti (che resta un elemento fondamentale). Ma se viola i basilari principi sociali, come la tutela dei diritti umani, poco importa.

Nessuna apertura dal Parlamento Ue: sostenibile è green, punto

Dopo due anni di lavoro da parte della Commissione europea, per delineare la mappa della finanza sostenibile, aveva prevalso la linea green: considerare solo il rispetto di requisiti ambientali. E a nulla è valso l’impegno dei protagonisti della finanza etica europea (Banca Etica in primis) per cercare di inserire anche fattori sociali.

Pochi giorni fa (l’11 marzo) la commissione per gli Affari economici e quella per l’Ambiente del Parlamento europeo si sono riunite in sessione congiunta e hanno votato la proposta della Commissione Europea sulla tassonomia (la definizione) delle attività economiche sostenibili. Passaggio fondamentale per definire quella finanza sostenibile su cui Bruxelles punta per finanziare la transizione verso un’economia a impatto zero sull’ambiente. L’economia per salvare il Pianeta.

Risultato: sono stati bocciati gli emendamenti che chiedevano che la definizione di finanza sostenibile fosse più rigorosa, includendo accanto a fattori ambientali anche quelli sociali come la tutela dei diritti umani. E che, anche all’interno dei requisiti ambientali, venissero escluse le attività cosiddette “brown”, cioè quelle, seppur inquinanti come il carbone, in una fase di transizione erano tollerate dalla bozza di regolamento.

Immediate le reazioni negative da parte del mondo della finanza etica:

«Hanno svuotato il significato di sostenibilità – ha dichiarato a caldo Andrea Baranes, presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica – Ora tutto può essere definito finanza sostenibile. Se potranno rientrare in tale definizione le violazioni dei diritti umani, la finanza speculativa e il carbone, vorrei che dai vertici europei mi facessero un esempio di finanza non sostenibile».

Una bocciatura inattesa

“Un risultato inatteso”, in “una sessione stranamente vivace”, lo ha definito Responsible Investor.

In particolare sono stati bocciati gli emendamenti, presentati dai relatori Bas Eickhout (Verdi) e Sirpa Pietikäinen (Ppe) – sostenuti dai Verdi europei, dal movimento dei Socialisti Democratici, dai liberali di Alde e dall’estrema sinistra di Gue – che volevano includere il rispetto di requisiti sociali, in particolare la tutela dei diritti umani, tra i fattori da considerare perché una realtà possa essere definita sostenibile (discussione rimandata al 2022) e quelli che volevano inserire una definizione “brown” (e non “green”) per le attività economiche più impattanti (che avrebbe escluso qualsiasi combustibile fossile nella tassonomia “green”), al momento ammesse in una fase di transizione.

Gli altri membri del Ppe all’interno della Commissione hanno quindi respinto le proposte di Pietikäinen. Anche l’Alde, gruppo parlamentale centrista-liberale che inizialmente si era detto favorevole alle proposte Eickhout-Pietikäinen, ha alla fine votato in ordine sparso. Questi cambi di posizione, assieme all’assenza di alcuni membri della Commissione, hanno determinato l’incagliarsi di proposte che sembravano inizialmente destinate all’approvazione, sebbene con una piccola maggioranza.

«Che sarebbe stata una votazione combattuta punto per punto era chiaro – ha spiegato a Valori la negoziatrice democratica Simona Bonafè – Questo regolamento va a definire regole precise per dare trasparenza ai prodotti finanziari e facilitare gli investimenti per le attività economiche che ci fanno fare passi avanti in termini di sostenibilità ambientale e sociale. Abbiamo potenzialmente davanti a noi una piccola grande rivoluzione. I gruppi più conservatori hanno tirato il freno a mano, abbassando il livello di ambizione del testo. Peccato. Non si può da una parte essere a parole contro i cambiamenti climatici e la violazione dei diritti umani e dall’altra essere cosi timidi sull’opportunità che anche i prodotti finanziari diano informazioni attendibili relativamente al loro impatto su questi aspetti».

Sostenibilità zoppa

Più di due anni di lavoro da parte della Commissione europea, per definire la finanza sostenibile (prima da parte dell’High-Level Expert Group on Sustainable Finance, poi del TEG-Technical Expert Group on Sustainable Finance). Un tema centrale per Bruxelles, da cui dipende il futuro del Pianeta. Nella finanza sostenibile la Commissione aveva indicato lo strumento per ottenere i 180 miliardi di euro necessari, per finanziare la transizione verso un’economia sostenibile. Da qui l’importanza di definire, con la tassonomia (oggetto proprio del voto dell’11 marzo), le attività sostenibili, su cui orientare il mercato europeo dei capitali per finanziare progetti che favoriscano una “crescita economica sostenibile”.

E alla fine questo esito deludente: «Il risultato finale è molto negativo. È a rischio il concetto stesso di sostenibilità – commenta ancora Andrea Barnes – D’ora in poi, con il timbro di Commissione e Parlamento europei, si potrà definire sostenibile anche quello che non lo è.

Il ricordo della crisi dei mutui subprime è stato spazzato via in un colpo. Riguardo i diritti umani siamo tornati indietro di due secoli.

Nel regolamento c’è un riferimento all’Ilo (l’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite), ma senza indicazioni concrete».

«L’economia si deve sviluppare in un’ottica di rispetto nei confronti delle risorse ambientali e cercando di eliminare la povertà e le diseguaglianze sociali – aggiunge Simona Bonafè – Parlare di sostenibilità solo in termini ambientali è miope.

Penso al Rapporto della Task Force Europea presieduta da Romano Prodi che, non più di un anno fa, ha stimato per gli investimenti in infrastrutture sociali un gap europeo di investimenti annuale di 100-150 miliardi di euro all’anno. Parliamo di scuole, ospedali, edilizia popolare. Guardo anche alle valide esperienze di sviluppo di progetti di economia ed imprese sociali. Ecco, si tratta di dare all’economia sociale la stessa visibilità che vogliamo dare a quella verde. Su questo la proposta della Commissione Europea, che il voto di lunedì sera ha confermato, è troppo timida, prevedendo nei fatti solo una valutazione dell´integrazione della dimensione sociale al momento della revisione del Regolamento (fine 2021). La nostra posizione era invece di includere fin da ora una descrizione delle attività economiche con obiettivi sociali e in ogni caso assicurare per la “tassonomia sociale” una tempistica certa e ravvicinata. Un percorso che la CE dovrebbe avviare quanto prima dando vita a tavoli e consultazioni con gli attori delleconomia sociale».

Colpa delle lobby

«Ci sono state molte pressioni da parte di lobby del mondo dell’industria, che sono state ascoltate dai conservatori», ha rivelato la relatrice del gruppo parlamentare dei Socialisti e democratici europei (S&d), Pervenche Berès .

«Il lavoro di lobby e associazioni di categoria conservatrici ha spinto metà dei deputati di Alde a cambiare posizione», ha aggiunto (su Responsible Investor) Sebastien Godinot, economista presso l’ufficio per le politiche europee del Wwf.

«È stato un voto a favore dei lobbisti finanziari e del greenwashing e a scapito delle persone e del Pianeta. Gli eurodeputati dovrebbero rafforzare questo testo o votare contro di esso in plenaria», ha dichiarato Rachel Owens, responsabile Eu advocacy dell’Ong Global Witness.

E adesso?

Sì, perché in realtà c’è ancora un altro passaggio prima che la proposta di regolamento arrivi in discussione a Commissione e Consiglio Ue. Il testo verrà nuovamente votato a fine marzo in una sessione plenaria del Parlamento europeo.

«In Plenaria ripresenteremo i nostri emendamenti – promette Simona Bonafè – e faremo tutto il possibile per spiegare ai parlamentari degli altri partiti politici che la sostenibilità non può che essere declinata nelle sue dimensioni ambientali e sociali. Le maggioranze sono state cosi risicate in Commissione che possiamo sperare di invertire il risultato. E comunque continueremo a batterci per un regolamento più ambizioso e per una finanza davvero sostenibile».

Più prudente la reazione del mondo della finanza etica: «Sono poco fiducioso che possa verificarsi un ribaltamento del voto alla plenaria del Parlamento europeo – conclude Andrea Baranes – I giochi mi sembrano ormai fatti. Tanto più che si avvicinano le elezioni europee e con la nuova Commissione sarà difficile migliorare la normativa. Preferisco tracciare una linea, considerare questo percorso arrivato al capolinea e ripartire a porre le basi per il riconoscimento di una finanza davvero etica e sostenibile. Non solo la sostenibilità dei singoli finanziamenti, come sta facendo l’attuale regolamento. Ma quella dell’intero istituto bancario (dalla trasparenza nella comunicazione dei finanziamenti concessi alle paghe dei dipendenti). A partire dall’esempio italiano di banca Etica e dell’articolo 111 bis del Testo unico bancario (Tub), che deve esser portato a livello europeo».

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